"Tre giorni dopo ch'ebbimo lasciato Musso, passate con molto stento le alte nevi del San-Gottardo, ci dividemmo: il Conte andò alla volta di Zurigo, ed io di Ginevra, d'onde entrai tosto in Francia. Giunto prosperamente a Parigi, credetti opportuno, pria di presentarmi al Cardinale de' Gaddi colle lettere di Giovan Angelo [9], d'avere notizie intorno al carattere di lui. Feci quindi ricerca del luogo ove solessero darsi convegno gli Italiani che abitano colà, e mi fu detto recassimi alla taverna della Bicoque, tenuta da un oste, Bolognese, ch'ivi usavano principalmente gli uomini di mia nazione. V'andai infatti e trovaivi raccolto gran numero di artieri, pittori e scultori Fiorentini, Romani, Lombardi, coi loro fattorini e donzelli, persone le più sollazzevoli del mondo, che spendono a larga mano, poichè quel Re francese profonde tesori negli oggetti delle arti loro. Adocchiando attentamente, riconobbi tra essi il nostro Ambrogio Viarenna, quell'eccellente lavoratore di drappi di seta, che avea, se vi ricorda, un opificio presso Porta Tosa, e di cui nostro padre era sì stretto amico: corsi a lui e l'abbracciai, ed ei ravvisatomi, fecemi sì gran festa come se veduto avesse un proprio figliuolo. Gli spiegai le mie bisogna, e intese che l'ebbe, mostratosi pronto a servirmi, mi condusse da certo messere Giuliano Buonacorsi tesoriere reale, il quale, cortesemente accoltomi siccome gran conoscente del Viarenna, diedemi intorno al Cardinale ogni novella, e dissemi ch'ei trovavasi colla Maestà del Re a Fontanablò, ma che gli avrebbe fatto quivi immantinente parlare di me. Il mattino del dì seguente feci dal Viarenna presentare in mio nome il tesoriere d'una ricca veste di seta, e la sera stessa il Cardinale mandò per me un suo Prete, dicendo mi recassi il dì venturo a Fontanablò. Vi andai di buon'ora, fui tosto introdotto dal Cardinale, che abitava in un lato di quel sontuoso palazzo, gli consegnai le lettere di Giovan Angelo, e gli esposi l'oggetto di mia missione. Egli, cortesemente uditomi, mi rispose increscergli gravemente dovermi annunziare che la mia ambasciata non poteva riuscire a buon fine; che le mie proposizioni sarebbero state in altri tempi più che mai accette e grate al Re ed alla Corte, dove si aveva gran desiderio di rinnovare la guerra in Italia per scancellare con prove di valore l'onta ricevuta dal nome francese sotto Pavia per la prigionia del Re, che questi specialmente manteneva sempre viva la brama di ricuperare lo Stato di Milano, di cui aveva assunto titolo sovrano nella sua consacrazione, tenendo per fermo d'averne un diritto ereditario siccome discendente da Valentina di Valois figlia di Giovan Galeazzo Visconti: ma che però in quel momento non verrei al certo ascoltato, poichè s'era appena conchiusa una pace solenne con Carlo V, essendosi in segno d'amicizia celebrate le nozze di re Francesco con Eleonora sorella di Carlo, che trovandosi per tal modo le due Corti strette in perfetta alleanza, non potevasi nè conveniva violare sì tosto i trattati rompendo ogni fede, e mettere i due Stati in urto, il che sarebbe indubitatamente avvenuto accedendo a ciò ch'io veniva domandando, poichè sapevasi che l'imperatore Carlo protegge lo Sforza attuale duca, che d'altronde erasi precisamente stipulato che nessun esercito francese dovesse per qualunque motivo discendere in Italia: consigliavami quindi ad abbandonare l'impresa e ritornarmene, attendendo per essa più opportuna occasione. Io gli resi grazie de' suoi consigli, e gli chiesi nello stesso tempo mi permettesse di porgli innanzi agli occhi che il tempo stringeva, che le cose potevano da un istante all'altro cangiare d'aspetto; che se il Re di Francia trascurava una circostanza e un momento così propizii onde ricuperare il suo bel Ducato d'Italia, forse non se ne sarebbero più mai presentati di così favorevoli; che l'offrirglisi un ampio paese nel Ducato stesso con terre, fortezze e soldati, tutto per lui avrebbe d'un tratto disanimato il nemico e fatto solido appoggio alla sua stabile dominazione di là dai monti; che dovesse inoltre riflettere quanto un tale avvenimento sarebbe andato a sangue alla Corte di Roma, che mostrava ancora fumanti le piaghe apertele dall'orrendo saccheggio fatto dalle truppe Imperiali guidate dal traditore Contestabile di Borbone; che considerasse quanto Papa Clemente VII, il quale non poteva dimenticare la propria prigionia in Castello Sant'Angelo, dovesse desiderare di vedere depressa la possanza di Carlo che si va ogni giorno ingigantendo, e come a tal brama concorressero colla Repubblica di Venezia gli Estensi e lo Stato Genovese.

[Nota 9:][ (ritorno) ] Altro fratello dei Medici che godeva gran favore alla Corte di Roma, e fu poscia Papa egli stesso col nome di Pio IV.

"Parve che tali mie parole colpissero l'animo del Cardinale: egli rimase varii minuti silenzioso e pensante, indi mi disse che prima di parlarne al Re era d'uopo comunicasse i miei progetti al Cardinale di Tournon, e m'avrebbe poscia indicato come dovessi contenermi. Volle frattanto ospitassi in un suo palagio di Parigi, da dove fecemi più volte cavalcare a Fontanablò, ove ebbi conferenza coi due Cardinali, con Claudio di Guisa, con Montmorancì, con Oliviero d'Epinais, col Sir de la Trimouille e varii altri de' più cospicui Duchi, Marescialli, Scudieri di Re Francesco, tutti al par di lui valorosi e gentili cavalieri. All'esposizione ch'io andava facendo loro di mia domanda e de' modi di porla ad effetto l'accoglievano con giubilo, dandomi ogni speranza di riuscita, e più d'uno d'essi parlava con onorevoli parole, o Castellano, di tua rinomanza e prosperità nelle armi, dicendo che ogni impresa a te affidata aveva sempre ottenuto felice successo".

"Sarebbe stata fortuna maggiore per me, l'interruppe Gian Giacomo cui brillò in volto un lampo d'orgoglio, che si fosse colà ritrovato quel loro Lautrec, che poteva ben dire s'io sappia maneggiare la spada e condurre una squadra, poichè mi provò il dì della battaglia di Vaprio al passaggio dell'Adda; e m'aveva allora appena gli anni che or conta il nostro Gabriele".

"N'ammazzammo pur molti de' Francesi in quel giorno, esclamò il Pellicione battendosi a due mani le coscie, e per la spada di san Michele! non sono soldati che combattano da burla".

"Ma venne l'istante che fece ogni bella speranza svanire (proseguì mestamente Agosto, e tutti in atto di dolorosa sorpresa ammutendo addoppiarono d'attenzione). Dopo un mese in circa di pratiche alla Corte, volendo io assolutamente parlare al Re, una sera il Cardinale de' Gaddi ottenne di presentarmi a lui. Stava desso in una magnifica sala adorna di statue, vasi d'oro e quadri preziosi, fra mezzo a principi e nobili dame, tra cui rimarcai ben tosto Margherita di Navarra e la giovinetta Anna di Puisselin [10], ambedue le quali ci nocquero grandemente consigliando esse sempre il Re a non abbandonare la Francia, la prima per giovare agli eretici che protegge, la seconda per tema di perderne l'amore. Venuto innanzi al Re, piegai un ginocchio a terra, ed egli, affabilmente rialzatomi, disse che sapendo ch'io era venuto dall'Italia per parlare con lui, avrebbe dovuto senza dilazione ascoltarmi, ma che non convenendo ad entrambi abbandonare le belle dame ch'ivi si ritrovavano, differiva la nostra conferenza al dì venturo. Entrai senza altro ostacolo il successivo mattino nelle sue stanze; parlò pel primo egli stesso, dandosi a vedere pienamente istruito di mia domanda, ed opponendovi le ragioni già addottemi dal Cardinale, conchiuse dicendo che per quanto amore portasse al suo Ducato di Milano, così ei s'esprimeva, la fede di primo Cavaliere del suo regno, qual si vantava d'essere, impegnata nei trattati, gli impediva di rivolgere le armi all'Italia. Cercai rispettosamente ogni via ed ogni argomento per farlo cangiare di proposito, ma vanamente, poichè egli in fine mi rispose: Qu'il avait autre fois en Italie tout perdu hormi l'honneur; che non voleva venire a perdervi anche questo, che teneva più caro della vita stessa: e commessomi di ringraziarti, o Gian Giacomo, per l'opinione in cui mostrasti tenere l'armi francesi, inviandomi a lui, offrendosi benignamente di giovarti in altro modo, mi diede congedo".

[Nota 10:][ (ritorno) ] Favorita del Re che fu poi Marchesa d'Etampes.

Si guardarono l'un l'altro i Capitani con occhio afflitto, e il Castellano con moto di sdegno incrocicchiò strettamente le braccia al seno, tenendo fisso per alcuni istanti lo sguardo al suolo, indi rialzatolo accennò del capo al conte Volfango narrasse esso pure. Volfango era uomo nel fiore della virilità, d'elevata mente, di squisita immaginativa, di cui però sapeva assoggettare i più rapidi voli all'impero d'una ragione assai superiore al suo secolo. Mandato giovinetto nelle settentrionali contrade, aveva dimorato alcuni de' suoi verdi anni in un gotico Castello sulle sponde del mar Baltico presso un vecchio Elettore dell'Impero stretto a lui per lontano parentado. Quali dottrine, qual sapienza egli quivi bevesse, qual conoscenza degli uomini e delle cose in un'epoca in cui spuntava appena la prima aurora della vera filosofia, non è agevole l'immaginarselo. Fatto si è però ch'egli aveva il privilegio singolarissimo, tanto in quello come in ogni altro tempo, di godere l'amore de' più opposti partiti e l'amicizia di genti tra loro nimicissime: derivava ciò forse dall'arte ch'egli aveva di pronunciare certe parole che suonavano dolcemente all'orecchio di tutti ed ispiravano irresistibilmente per lui un'alta stima ed una illimitata confidenza. Volfango era di bella statura, di nobile viso, ombreggiato da biondi capelli; aveva occhi azzurri, penetranti ed espressivi. Vestiva riccamente con panni trinati in oro, e soleva portare un collaretto a lattuga, di foggia alemanna, di buonissimo garbo.

Legato d'amistà a' Sarbelloni, e per questo ai Medici, venne a visitarli al Castello di Musso, e Gian Giacomo non credette poter meglio affidare che a lui la difficile incumbenza del messaggio a Carlo V, di cui narrò allora il successo dicendo "che giunto a Ratisbona dove trovavasi Carlo, vide la sua Corte ingombra di Principi e Baroni, Spagnuoli, Fiamminghi e Tedeschi, che ivi tutte le cure dell'Imperatore erano rivolte a frenare i progressi della Riforma Luterana che cagionava nella terra Germanica sanguinose guerre civili, che colà ebbe certa notizia che, a suggerimento del Papa, stava Carlo per trattare le nozze del duca Francesco Sforza con una principessa del suo sangue, la quale dicevasi dover essere Cristina, figlia di Cristierno re danese, sua nipote, per il che era dovere il figurarsi che l'Imperatore non poteva consentire a veruna sminuizione di dominio nel Duca, che infatto parlando egli con Carlo stesso e intrattenendolo delle richieste di Gian Giacomo, s'era da prima sdegnato, poscia gli aveva espressamente comandato di riportare che se il Medici disponevasi a cedere spontaneamente l'usurpatasi Signoria di Musso, l'avrebbe ricompensato con generose largizioni e posti d'onore, altrimenti il dichiarerebbe fellone al Duca ed all'Impero, e farebbe a lui ed a' suoi pagare la resistenza a caro prezzo".

Balzarono in piedi a tal riferita minaccia Borserio e Pellicione, e "Così parlava quel superbo Castigliano? esclamò il primo fremendo: pretende egli, perchè possiede cinque regni, ispaventare coi soli suoi detti gli uomini di tutte le nazioni? egli che rifiutò la sfida di Francesco di Francia per non sapere reggere nella destra la spada?"