Due nemici assai più potenti di lui gli stavano ai lati, i quali non poteva sperare fossero mai per accordargli pace: il primo era il Duca soccorso dagli Spagnuoli, il secondo i Grigioni confederati con altri Cantoni Svizzeri formanti, come dicemmo, la formidabile Lega Grisa. Ei combatteva arditamente contro entrambi, e il valore suo e de' suoi, gli stratagemmi, l'audacia somma l'avevano fatto sempre trionfare di loro, per cui era pervenuto ad ottenere alla propria dominazione la fama e l'aspetto d'una solida signoria che, ispirando confidenza e tema nelle sue forze, aveva creato uno spirito di vassallanza nei soggetti, come appariva nel gran numero accorso a stanziare a Musso ed in altre sue vicine terre del Lago.

Ma la guerra si prolungava, le battaglie succedevansi incessantemente, e Gian Giacomo considerava che l'armi non verrebbero deposte da' suoi avversarii, sin che non avessero distrutta dalla radice la sua potenza, la quale usurpatosi un posto in mezzo a loro, doveva riuscire all'uno ed all'altro fatale se l'avessero lasciata più ampiamente distendere o consolidare. Vedeva quindi di non essere in grado di sostenere tal perpetuo combattimento, conoscendo troppo esigui i suoi mezzi a fronte di quelli degl'inimici che erano inesauribili, siccome nazioni già da secoli costituite e popolose: ogni vittoria era per lui una perdita, ed i più piccoli vantaggi della parte contraria gli recavano colpi funesti. Possedeva, è ben vero, oltre la regione del lago da Colico sino a Lecco, da Gera a Brienno, anche molta parte di Brianza con Carate, Incino, Monguzzo, presso che tutta la Valle Assina, la Valle Sasina; ma queste valli in ispecie erano per lui possedimenti di poco profitto, perchè terreni sassosi od incolti con rari e poveri abitatori traenti a gran fatica dal suolo uno scarso alimento. Aveva però perduto Chiavenna e tutta la Valtellina, di cui non possedeva che una porzione della sponda del lago; Lecco stava per essere assalita dalle schiere Ducali; le bande Svizzere s'andavano ogni giorno facendo più grosse, ed a Como s'allestiva una numerosa flotta. Egli era privo di qualsiasi legittimo titolo o diritto di Signoria; non teneva reali diploma che lo investissero di feudo: la spada e la fortuna avevano fatto lui, bandito e vagabondo, un Signore d'ampio paese, capo di banditi suoi pari, onde se veniva a sminuirglisi un solo istante la forza tra mano, perdeva il dominio con ogni speranza di ricuperarlo.

Gli erano non per tanto stati offerti onori, nobiltà, redditi cospicui onde cedesse la podestà del Lago al Duca suo legittimo padrone; ma Medici non era tale da discendere sì di leggieri dal sovrano grado in cui s'era collocato, e sino a tanto che rimaneva un sol mezzo da tentare per conservarlo, non voleva lasciarlo inoperoso: non disposto a venire a patti che allorquando avrebbe interamente disperato d'ogni riuscita, ben sapendo che i suoi nemici non avrebbero in qualunque tempo si fosse ricusate le sue trattative, conoscendolo tanto più terribile quanto più era ridotto agli estremi.

Poco prima dell'epoca del nostro racconto, Gian Giacomo, spinto da tutte le suaccennate riflessioni, aveva tentato un gran colpo politico, dall'esito del quale, se stato fosse favorevole, poteva ripromettersi una legittimazione vera, e una sicurezza inalterabile di dominio, oltre indefinita speranza d'ingrandimento; e nei giorni appunto di cui teniamo parola doveva conoscerne il risultato, del che egli stava in ansiosa aspettativa, potendo ad ogni istante succedere il ritorno di chi dovea recarne le novelle.

Ecco in che consisteva la cosa. Aveva egli spedite secretamente due ambasciate, l'una a Francesco I re di Francia, l'altra a Carlo V imperatore, all'uno per invitarlo a scendere in Italia e impossessarsi del Milanese, al che sapeva quanto caldamente aspirasse, colla promessa d'aprirgli un passaggio sicuro e secondarne le armi, purchè mandasse una parte dell'esercito a soggiogare i Grigioni; all'altro coll'offerta di cedere la Brianza, di non più molestare il Ducato, e tenere Musso e il paese circonvicino in suo nome, a condizione che lo investisse dei titoli imperiali di Signoria, e comandasse la pace al Duca ed agli Svizzeri. Se entrambe le ambascierie trovavano favore, egli sarebbesi attenuto all'esito della più vantaggiosa; se una andava fallita, poteva sperare nell'altra.

Suo messo in Francia aveva spedito il fratello Agosto Medici, uomo d'aspetto leggiadro, peritissimo negli usi cavallereschi e nella galanteria, e cortigiano di fino ingegno; ed in Germania mandò Volfango d'Altemps, figlio del conte Marco Sittico capitano della famosa squadra della banda nera, tanto prediletta dall'Imperatore per le sue prodigiose gesta all'assedio di Pavia. Ambedue erano partiti con picciol numero di fidati servi e molta scorta d'oro, senza che alcuno, eccetto i pochi ch'erano a parte del segreto, sapessero realmente per dove fossero diretti, avendo il Castellano fatto spargere voce che si recavano a Basilea onde trattare della pace cogli Svizzeri; nel retrocedere, trovare doveansi di fatti in questa città e ritornarsene unitamente a Musso.

Erano già scorsi più di tre mesi dalla loro partenza, tempo calcolato bastevole a quella spedizione, e il Castellano ne viveva già inquieto, quando il terzo giorno dopo quello del ritorno di Gabriele, si vide presso l'ora del mezzodì venire una barca verso il porto di Musso, spinta da otto rematori, nella quale scorgevansi assise varie persone che ai berretti ed all'abito mostravano dover essere di classe distinta. Due piccioli legni, portanti dieci archibugieri ciascuno, uscirono dal porto all'incontro di quella barca; non le si furono accostati appena, che parlamentato un istante con chi vi stava in prora, rientrarono a fianco di essa nel porto medesimo, dando varii segnali collo sventolare di due bandiere. I segnali vennero ripetuti dalle bandiere del porto, e un colpo di bombarda che partì dal molo in segno di saluto, cui tenne dietro un altro tirato dai primi baluardi della fortezza, detti le Case del Maresciallo, avvertì essere giunto qualche riguardevole personaggio.

Gian Giacomo che ritrovavasi in una sua camera posta sull'alto del Castello, girando di frequente gli occhi al lago, aveva già, al solo scorgere di quella barca, sperato forte contenesse i tanto aspettati messaggieri; e ne fu pienamente accertato al vedere i segnali ed all'udire i ripetuti colpi del saluto. Il tremito, i palpiti che accompagnano l'ansia del dubbio erano moti troppo stranieri al petto del fiero Castellano, nè tutte le speranze ed i terrori d'una desiante e minacciata ambizione potevano farli penetrare in quell'anima inconcutibile, ma non seppe però in quel momento difendersi da una certa interna angustia, da un indeterminato serramento di cuore, come all'avvicinarsi d'un grave periglio che inevitabile si fosse il superare, ed erangli tali sentimenti destati dal pensiero che tra poco verrebbegli fatta palese la decisione di sua sorte, convinto qual era che se non fosse stato protetto dall'alleanza o dal favore dell'uno di que' Monarchi cui aveva dirette l'ambasciate, cader doveva sotto gli urti replicati de' suoi nemici.

Agosto Medici e il conte Volfango discesi che si furono col loro seguito dalla barca, vennero all'entrata del Castello accolti da gran numero di Capitani d'armi che dalle rocche, dai baluardi e da tutte parti accorrendo, chiamati dal rimbombo dell'artiglieria, scendevano al porto per saper chi si fosse. Alternati i saluti e soddisfatto l'impulso della curiosa brama, i più si allontanarono e si dispersero ritornando ai posti loro; rimasero il Pellicione, Borserio e Sarbelloni, ch'erano i tre soli cui era noto il segreto ed i fini veri di quella ambasceria, i quali si strinsero dintorno ai due tornati, e salendo seco loro di celere passo le scale della Fortezza, bisbigliarono ad essi premurosamente all'orecchio accumulate domande sulla riuscita dell'impresa. Agosto, tacendo, crollò il capo, mostrando in volto scontentezza e dispetto; e il Conte d'Altemps, stringendosi nelle spalle con certo lieve e significante sorriso accennava aversi poco di bene a sperare. Nessuno a tali malaugurose indicazioni insistette più oltre interrogando, ma rimasi incerti e ammutoliti, entrarono nel Forte di Gian Giacomo, avviandosi drittamente alle stanze di lui. Il Castellano, fattosi sulla soglia, abbracciò il fratello ed il Conte, i quali poscia serraronsi al seno Gabriele ivi anch'esso accorso col Cancelliere, col Mandello e con altri Capitani.

Sebbene ciascuno di quelli cui era palese il secreto ardesse di desiderio d'udire immediatamente la narrazione dell'avvenuto, e quantunque impazientissimo ne fosse Gian Giacomo stesso, pure affinchè non nascesse sospetto negli altri quivi presenti, che si trattasse di cosa di cui non si volesse ch'essi fossero consapevoli, il che facilmente nascere poteva se venivano ad arte allontanati, il Castellano diresse ai due Ambasciatori ragionamenti in tutto estranei al vero oggetto del loro messaggio richiedendoli di cose unicamente relative alle disagevolezze ed ai pericoli del viaggio. Non fu che verso il finire di quel giorno che ritiratosi in una appartata camera posta a ponente del Forte, fatti quivi cautamente venire Agosto e Volfango, e que' soli che indicammo scienti del mistero, chiusosi colà seco loro, dichiarò volere essere minutamente e con ogni esattezza istruito di tutto il da loro operato e di ciò che ne era riuscito. Sedutosi in così dire sovra un seggiolone, posò il destro gomito sul bracciuolo di esso e fece appoggio della palma al volto, raccogliendo il sinistro braccio al petto preparato con intensa attenzione a non perdere un accento: gli altri si assisero in cerchio intorno a lui, tenendo gli occhi fissi in viso ad Agosto Medici, che con certa sua spedita e chiara espressione di voce pel primo parlando in tal modo si espresse: