Eccolo in breve come risultò dalle deposizioni di Maestro Tanaglia, che ebbe tanta parte a suo mal costo in quell'avvenimento, e che lo stesso Spinaferro confessò per vero. Entrati che si furono i tre congiurati nel Castello frammisti ai seguaci de' due ambasciatori di Gian Giacomo, penetrarono con essi inosservati nel Forte, e vi si tennero celati sino al principiare della sera. Quando si fu oscurato il giorno, si fecero da un soldato guidare alle camere di Messer Lucio, che il Bina conosceva di persona per essergli stato scolare, e sapeva trovarsi in quel Castello nella qualità di Cancelliere: là pervenuti gli si appalesarono per tre nobili Milanesi fuggiti dalla patria per la persecuzione degli Spagnuoli, ed astretti per trovare salvezza a rifuggirsi a Musso, e circondandolo caldamente lo scongiurarono a volerli quella notte stessa condurre alla presenza di Gian Giacomo, onde intercedere da lui di essere ammessi a militare sotto la sua bandiera in qualità di capitani di ventura. Maestro Tanaglia, al quale riusciva incomoda e disgustosa quella visita, ed a cui quella pressa sembrò strana e artificiosa, rifiutossi d'accedere alla loro richiesta, e ciò fece principalmente perchè temeva gravi rimproveri dal Castellano se avesse osato condurgli innanzi di notte que' tre stranieri che s'avevano certe faccie sinistre, che più le andava esaminando, più gli apparivano di cattivo augurio. Infatti appena ebbe espressa la sua negativa, i tre Milanesi lo guardarono con tali occhi cagneschi facendo certi atti di secreto accordo, che desso dovette affrettarsi per calmarli ad addurre come causa di suo rifiuto che il Castellano soleva in certe ore della notte recarsi sul baluardo. Allora quei tre gli chiesero che li guidasse ad un sito ove potessero scontrarsi in lui, ma inosservati, perchè non volevano che altri s'accorgesse di loro. Tanaglia, affannato di vedersi incalzato in tal modo, rispose che anche ciò era impossibile perchè il Medici usciva dalle sue stanze per una secreta porta che s'aveva comunicazione sotterranea coi baluardi, e che di là rientrava poscia nelle sue stanze istesse, e guardi il cielo se alcuno avesse ardito mostrare di conoscerlo quando percorreva da solo notturnamente il Forte o le Rocche. L'uno di que' tre, e precisamente Spinaferro, fece un cenno della mano agli altri due, e tutti insieme sfoderarono i pugnali e furono addosso a Maestro Tanaglia, e puntandoglieli al petto lo obbligarono a dire ove fosse l'entrata della scala sotterranea che metteva capo alle stanze del Castellano: il Cancelliere che s'aveva inteso un giorno narrare che quel rialzo che esisteva sul baluardo presso la torre copriva una secreta strada, ignorando però che dessa quella fosse realmente che scendeva all'indicato luogo, spaventato e tremebondo, palesò quanto sapeva: i congiurati l'afferrarono tosto strettamente e il forzarono, minacciandolo di morte, a seguirli indicando la via che conduceva al baluardo. Tanaglia già più morto che vivo tentò ogni mezzo di persuasione per farli desistere da quell'impresa, ma strascinato a forza e sempre colle punte alla persona dovette discendere, passare lungo il porticato del cortile, ove sperò invano d'incontrare soldati, e gli fu forza salire dalla torre al baluardo, ove quanto sia avvenuto è già noto ai nostri lettori.

Nel tempo che Gian Giacomo ed i suoi Capitani udivano con sorpresa ed isdegno la narrazione delle particolarità d'un sì ardito ed iniquo attentato d'assassinio, cui il truce viso, l'audacia e la costanza di Spinaferro nel tacerne tra i più crudeli dolori la vera cagione motrice, davano aspetto d'un fatto straordinario d'alto ed importante interesse, gli sgherri che stavano d'intorno ad Ambrogio Bina, che il colpo dato dal Pellicione aveva lasciato per lungo tempo privo de' sensi, annunziarono che andava riprendendone l'uso e che proferiva chiare parole. Sperarono tutti che costui, siccome affievolito del corpo, il sarebbe stato anche dello spirito, nè avrebbe avuta la forza e l'ostinazione del silenzio di Spinaferro, ma svelerebbe l'origine, la causa e gli ordinatori di quel misfatto che ad ognuno stava sì a cuore il conoscere. Non potendosi però Bina sollevare da terra, s'alzò il Castellano e gli altri seco, e gli si portarono d'intorno.

Interrogato del nome suo e dei fatti già esposti, rispose conformemente al compagno; ma quando si venne al chiedergli di palesare da chi s'avessero avuto il comando di recarsi colà per torre la vita al Medici, tremò, si confuse e tacque, Gian Giacomo, preso da estrema rabbia, ordinò gli si strappassero le carni con ferri roventi se puntigliavasi più oltre a tacere quel secreto: ad un tratto ardenti carboni rosseggiarono nel braciere, entro cui vennero collocati bidenti uncinati di ferro: si denudarono al Bina il petto e le spalle, e due sgherri gli si accostarono scuotendo colla destra i grafii arroventati. Alla vista di quei tremendi arnesi di martirio che stavano per lacerarlo, non potè il Bina resistere, e invocò si sospendesse il tormento che direbbe il tutto. A queste sue parole s'udì uno scroscio di catene e il grido di, taci, traditore, che Spinaferro emise scuotendosi furiosamente, e tentando di gettarglisi addosso, ma gli sgherri lo strinsero più saldamente fasciandogli con un lino la bocca. Un freddo sudore, un impallidimento mortale coprirono il volto di Bina, che tre volte tentò parlare e tre volte si tacque, sin che ferito da una graffiata rovente, "Ohimè! gridò, dirò tutto, dirò tutto benchè i miei figli debbano pagare colla vita queste mie parole: io gli avrei fatti ricchi se il colpo non andava fallito: essi stanno nelle mani di quello che ci comanda... non il signor Duca, quell'altro di... Oh Beata Vergine della Scala, soccorretemi! il demonio mi strangola perchè do la morte ai miei figliuoli... e ho giurato di non parlare... soccorso... soccorso... mi ha preso il collo... mi stringe... mi strozza..." A tal punto un gonfiamento assai visibile della gola gli tolse la voce; esso portò quivi le mani in atto di tentare d'allargarsi un capestro o strettoio che il serrasse, stramazzò quindi convulso battendo il capo con forza sul pavimento; venne rialzato e trattenuto, ma gli si rovesciarono le orbite degli occhi, gli spumeggiò di bava e sangue la bocca; e soffocando spirò.

Alla vista di sì atroce scena restarono compresi d'orrore anche gli animi più duri di quegli uomini fieri: un terrore secreto si sparse ne' loro cuori, perchè le parole e la causa ignota della morte di Bina li persuase che fosse dessa veracemente l'opera d'una mano invisibile che punisse in lui un enorme peccato con cui avesse provocata l'ira divina. I Capitani, ammutoliti e aggruppati in diversi atteggiamenti d'intorno al Castellano, contemplavano con occhio atterrito quel deforme cadavere. Gabriele, fattosi da un canto, ritraendo lo sguardo da quello spaventoso e ributtante spettacolo, gemeva come se avesse l'anima oppressa da un sogno fatale. Il Cancelliere stava per svenire, teneva gli occhi immobili ed era freddo come un morto: ei non sapeva in qual mondo si fosse, ora gli ritornava alla mente il pericolo corso d'essere ucciso da quei tre, e li voleva puniti, ora facea riflessione ai loro tormenti, e gli parevano eccessivi; pensava quanto esso stesso avea arrischiato d'essere preso in sospetto di traditore, e quindi trattato a quel modo, e s'immaginava i casi futuri e paventava di modo che il suo spirito era un caos di terrori, di paure e di funeste aspettative.

Pel primo Gian Giacomo riprese la consueta sua fredda apparenza: qualunque fosse la brama che s'avesse di mettere a luce quell'arcano, pensò essere prudente consiglio di più non insistere per iscoprirlo: pronunciò all'orecchio d'uno degli sgherri alcuni secreti comandi, indi fece aprire la porta di quella sala della Quistione e ne uscì assieme a tutti i suoi.

Sebbene spuntasse appena il giorno, mandò a risvegliare l'abbate di Frustemburgo parroco del Castello, e fece sonare le campane della Chiesa nella Rocca di Sant'Eufemia per far celebrare immediatamente la Messa, il che venne eseguito con gran concorso di Capitani e soldati, i quali tutti si recarono poscia ad assistere a più solenne celebrazione nel tempio maggiore di Musso. Furono distribuite elemosine ai conventi d'intorno: per cui si sparse una vaga voce d'uno strano avvenimento accaduto nei Castello, ma non se ne conobbero mai bene nè gli autori, nè la causa, nè il fine. I tre congiurati assassini vennero sepolti nascostamente nel sotterraneo, e tutti gli animi si rivolsero ai fatti più importanti che si preparavano, la cui aspettativa era quivi di massimo e generale interesse.

CAPITOLO SESTO.

Il dì seguente allorch'aperte sono
Del lucido orïente al sol le porte,
Di trombe udissi e di tamburi un suono
Onde al cammino ogni guerrier s'esorte.
Non è sì grato ai caldi giorni il tuono
Che speranza di pioggia al mondo apporte,
Come fu caro alle feroci genti
L'altero suon de' bellici instrumenti.
TASSO, G. L., C.° I.°

Sul finire di quella burrascosa notte in cui storditi e confusi dall'inaspettato assalto del formidabile abitatore della rupe di Nesso lasciaronsi strappare dalle mani la preda che tenevano di sì certo ed importante possedimento, Alessandro Gonzaga ed i suoi armati giunsero colla nave rotta e sconquassata dal vento e dalle onde alla vista di Como. Scorto che fu dalla città l'inalberato vessillo Ducale, venne dato di subito ordine a varie navicelle che s'affrettassero a recare soccorso a quel legno che mostravasi in manifesto pericolo, poichè vedevasi il suo bordo radere a filo le acque, e i rematori affaticarsi invano per vincere l'impeto del vento che aveva rapidamente cangiata direzione. Quando rimorchiata da freschi e robusti remiganti giunse la nave in porto, il capitano Gonzaga sceso a terra, e ordinato a quartiere il suo drappello, recossi prontamente al palazzo del Governatore della città onde narrargli tutto l'occorso, e procurare di giustificare in quell'evento la propria condotta, ciò che ad esso lui forte premeva, poichè il Governatore era in obbligo di tenere esattamente istruiti con doppio rapporto la Corte Ducale e il De Leyva d'ogni avvenimento relativo alla guerra col Medici, la quale era tenuta per affare di sommo momento, ed a cui stava rivolta l'attenzione dell'intera Milano.

S'aveva allora Como per governatore il cavaliere spagnuolo Dom Lorenzo Mugnez Pedraria, successo in tal carica a Federico Bosso, e nominatovi dal duca Francesco Sforza per consiglio, o, diremo meglio, per espresso comando di Antonio De Leyva, che, come s'intese, era Generale supremo delle forze di Carlo V in Lombardia. Importava assaissimo a questi che la città di Como, considerata per una delle piazze più forti, e che aveva avuta decisa influenza nelle ultime contese tra il Ducato e l'Impero, si trovasse nelle mani d'un suddito dell'Imperatore per farla affievolire e decadere, poichè di tal modo qualunque avvenimento nascere potesse per l'avvenire, era pur sempre una città che avrebbe opposto minore ostacolo ad essere conquistata e sottomessa, e un gran punto d'appoggio per le consecutive militari operazioni. La scelta fatta dal De Leyva della persona del Governatore serviva mirabilmente al suo scopo, imperciocchè in tutti i vasti possedimenti del Monarca Spagnuolo al di qua e al di là del mare non eravi vassallo la cui fedeltà si potesse asserire più intera e incorrompibile di quella di Dom Lorenzo Mugnez Pedraria.