Mentre Orsola s'accostava alle acque inoltrandosi alcun poco pel lido onde spiare se fosse lontano il battello, Rina e Gabriele rimasero soli vicini, e i loro sguardi s'incontrarono e si sostennero fisi, dimentichi nel contemplarsi d'ogni cosa creata, sinchè l'eccesso del sentire li costrinse entrambi a divergere le pupille: la fanciulla abbassandole al suolo, e Gabriele alzandole all'eterea volta ver' la regina della notte, ripetendo più fervido colla mente il voto da lui fatto sul baluardo del Forte d'aver Rina o morire. Una potenza irresistibile però ricondusse a poco a poco lo sguardo di questo ardente amatore al volto dell'adorata giovinetta, e quale non fu il suo affanno e la sorpresa veggendola immobile in un mesto atteggiamento col capo inclinato e le guancie rigate di pianto! non seppe resistere a tal vista Gabriele, e piegandosi verso di lei, serrandole una mano con ambedue le proprie: "Che miro mai! pronunciò con agitata e repressa voce: Voi piangete? voi vi mostrate afflitta, addolorata? per pietà, Rina, spiegatemi la cagione della vostra angoscia; fate ch'io possa rasciugare il vostro pianto: non potrei vivere un istante lontano da voi se vi sapessi dolente e sconsolata".
"Io doveva o non mai qui venire, o scostarmene mai," rispose Rina con voce lenta e interrotta dai sospiri, tenendo sempre lo sguardo rivolto a terra. "Sì, Rina, disse con trasporto d'amore Gabriele: tu qui verrai per sempre, e allora non vi sarà forza d'uomo che potrà mai più staccarti dal mio fianco: la mia vita è sacra a te, e nessuna terrena potenza potrà togliermi ciò che tengo più caro d'ogni tesoro". Levò Rina su di lui teneramente gli occhi: essi erano pieni di lagrime, di quelle lagrime preziose che l'amore elíce dalla regione più pura del cuore: brillavano quelle stille come gemme ai raggi della luna, e facevano più celeste il lievissimo sorriso con che l'innamorata fanciulla rispondeva e il pagava delle sue amorose parole. Il battere dei remi annunziò il giungere della barca: ritto in mezzo ad essa si stava Falco appoggiato al suo moschetto che aveva ripreso: s'accostò il navicello un momento a terra: Gabriele diè mano ad Orsola, poscia a Rina a salirvi, e appena fatto e ricevutone da esse e da Falco un saluto, la barca s'allontanò rapidamente.
Piena l'anima dei più vivi e soavi sentimenti e d'ogni cara speranza, il giovine Medici rimase sul lido per tutto quello spazio di tempo in cui gli fu dato distinguere al lume di luna le forme di chi sedeva in quella barca che vogava al largo; si mosse quindi di là, percorrendo la strada che sulla sponda guidava al Castello.
Il conte Giberto Borromeo, preso congedo da Gian Giacomo quella sera stessa, nel mattino seguente di buon'ora partì con sua comitiva da Musso, avendo contratto l'impegno d'un nodo nuziale che doveva dare a Milano l'uno de' più illustri suoi Arcivescovi, ed alla Chiesa un famosissimo santo, quale si fu Carlo Borromeo, che nacque nel 1538, cioè sette anni dopo l'epoca del nostro racconto, da questo conte Giberto e da Margherita, secondogenita tra le sorelle del Medici, la quale colle germane e le cugine stava allora in quella casa foggiata a monastero, che sorgeva in vicinanza di Musso, ove il giovine Conte era stato condotto a pranzo dal Castellano.
Gian Giacomo, che tutta conosceva la possanza della casa Borromeo, di cui i conti Lodovico, Giberto il senatore, e Pietro Francesco avevano allora recentemente ottenuti tante dignità e favori da Duchi e da Monarchi, calcolò che un'alleanza stretta da legami nuziali con quella stirpe patrizia non poteva che tornargli oltremodo proficua, e pensava che, estendendo coll'aiuto de' Borromei i confini de' proprii dominii sino a congiungerli coi loro feudi, tutto il paese compreso fra il Lario e il Verbano poteva un giorno cessare d'appartenere alla corona Ducale. Come però le vicende facessero vani simiglianti ambiziosi progetti, si vedrà nel seguito di questo racconto.
Alcuni giorni dopo la battaglia discese dai monti Mattia Rizzo colla sua schiera di cacciatori e di uomini d'armi, poichè s'aveva avuta certa notizia che i Grigioni e gli altri Svizzeri della Lega, conosciuto per mezzo dei montanari l'esito infelice del combattimento navale, avevano interamente abbandonate le montagne e le valli circonvicine. Quest'ultimo favorevole avvenimento venne però controbbilanciato in gran parte dalle novelle che recarono i messi spediti a Monguzzo: narrarono essi che Battista Medici nell'assalto tentato dai Ducali contro quel Castello era rimasto gravemente ferito, buon numero di soldati uccisi, e le mura in più luoghi aperte e diroccate in modo, da renderne disastrosissimo e forse impossibile ogni difendimento se il nimico avesse insistito nella sua intrapresa; ma che per buona ventura i Ducali che s'erano duplicati di numero due giorni dopo aver posto l'assedio, al quarto dì scomparvero nel momento appunto che gli assediati si credevano ridotti a disperato partito.
Ecco come era avvenuto il fatto: Rinaldo Lonato, retrocesso da Lecco, ove, veduti gli apparecchi di difesa, aveva considerato vano ogni tentativo d'espugnazione, era venuto a congiungersi sotto Monguzzo col capitano Tridelberg, che in un assalto dato al Castello, sebbene respinto dagli assediati, aveva fatto loro provare gravissima perdita: allorchè questi duci, congiunte le loro forze, stavano per ispingerle ad una più formidabile scalata, dovettero dimetterne ogni pensiero e partirsi frettolosamente colle loro truppe da Monguzzo, chiamati a Como da lettere pressanti dei Commissarii Ducali e del Governatore Pedraria, i quali appena venuti in chiaro, con indescrivibile cordoglio, della sconfitta della flotta e della morte dell'ammiraglio Gonzaga, paventando una sorpresa del Medici in Como stessa, che si trovava affatto sguernita d'armi e di difensori, si affrettarono a richiamarvi le sparse bande d'armati.
Il Castellano quando seppe l'infermità del fratello Battista, spedì tosto a Monguzzo il capitano Mandello con cento uomini d'armi onde rafforzasse il presidio, comandandogli desse prontissima mano a ristaurare e rimettere nel primiero stato le fortificazioni, non perdonando a spesa od a fatica, poichè forte gli premeva il conservarsi in possesso di quel Castello ch'egli considerava come l'antemurale de' suoi dominii del lago. Partito il Mandello e assecurata la difesa di Monguzzo, Gian Giacomo non aveva altro pensiero che il travagliasse, fuorchè quello dello scarso numero a cui trovavansi ridotti i suoi soldati, poichè ben vedeva che i dì delle battaglie non erano tutti trascorsi, e che era per lui urgente necessità di avere a' suoi ordini numerosa gente per sostenere i futuri inevitabili conflitti.
Si compì però di que' giorni un avvenimento che anche a tale bisogno promise certo riparo. Il conte Volfango Teodorico d'Altemps, invaghitosi di Clara la maggiore sorella del Castellano, a lui la richiese in donna, ed esso gliela concedette, a patto però si recasse in Alemagna alla terra di Altemps, possedimento di Marco Sittico suo padre, ed assoldate molte schiere tedesche, inviandole pel Tirolo e pei monti della Valtellina, le facesse prontamente pervenire a lui in Musso. Il conte Volfango aderì alla proposta: vennero celebrate le nozze, e partito colla sposa, giunto in Germania, ove il padre lo accolse con sontuosi festeggiamenti di conviti e tornei, si diede ad adunare bande armate per adempiere alla promessa contratta col Castellano.
Un mese all'incirca dopo il matrimonio del Conte d'Altemps arrivò a Musso un ricco Milanese, feudatario ducale, certo Galeazzo Messaglia, uomo giovialone in apparenza e dato al motteggiare, ma fino ed accorto conducitore di politici negozii: mostrò essere colà venuto per sue private faccende, ed a guarentigia di sua persona offrì commendatizie di Gio. Angelo Medici, fratello di Gian Giacomo, monaco in un convento di Milano.