Abitava allora la Corte Ducale in Milano nel Castello di Porta Giovia [18], una parte interna del quale edificio era conformata a sontuosa dimora, siccome si scorge tutto giorno ad onta dei travisamenti, delle mutazioni, delle aggiunte fatte nei secoli posteriori. Poco meno della metà dello spazio ove ora si estende la vastissima piazza d'armi era occupata da una specie di parco che andava unito al Castello, intorno al quale dalla parte della città in luogo dei maestosi viali, dei regolari erbosi tappeti che presentemente fanno colà sì vaga mostra, era tutto un incolto ineguale terreno con qualche rozza o diroccata casupola, e più propinquamente alla Fortezza una gran fossa con barricate e palafitte. Dentro però al Castello era, come dicemmo, una magnifica abitazione con ricchi appartamenti ove albergava lo Sforza colla ducale sua corte, la quale mostravasi splendida e sontuosa come era sempre stata la Corte di Milano, quantunque scarse omai fossero divenute le entrate.
[Nota 18:][ (ritorno) ] L'attuale Castello.
Allorchè Galeazzo Messaglia ritornò alle soglie ducali narrando essergli andato fallito lo scopo per cui era stato spedito a trattare col dominatore di Musso, fu quivi generale la costernazione, poichè tutti avevano sperato trovare rimedio ai pressanti bisogni nei quarantamila scudi che alcuno non dubitava avrebbe il Medici pagati per mantenersi ed essere legittimato negli usurpati possedimenti. Il Duca, più irritato da quel rifiuto, voleva ad ogni modo domare e punire quel fellone, onde tentò di procacciarsi i modi d'avere soldati e danaro imponendo nuove taglie e gravezze; ma la miseria ch'era grande, e la carestia che s'andava aumentando, fecero non solo inefficaci le gabelle, ma il travagliato popolo eccitarono a turbolenze e sedizioni che costrinsero lo Sforza a deporre ogni pensiero di continuare la guerra.
Ai primi di gennaio del seguente anno 1532, pervenne a Milano la novella che l'imperatore Carlo, per consiglio dei potentati d'Italia, stava trattando le nozze tra sua nipote Cristina figlia del re di Danimarca ed il duca Francesco: una tale notizia ed ordini imponenti venuti dalla Corte d'Alemagna fecero cangiare interamente la condotta del De-Leyva verso il Duca. Recossi incontanente da lui e gli si proferse disposto qual vassallo ad assecondarlo in tutto colle proprie schiere, dichiarandogli ad un tempo che i suoi uomini d'armi verrebbero per lo innanzi assoldati dall'Imperatore, e che cessava per tal modo l'obbligazione al tesoro Ducale di versare le grosse mensili somme che a tal uopo necessitavano.
Consolato da tali esibizioni e proteste, primo pensiero del Duca fu di trarne profitto per riassumere la guerra contro il Medici: rese grazie al De-Leyva di sue offerte, e gli fece tostamente conoscere il proprio desiderio di riprendere le ostilità contro il ribelle Castellano di Musso onde reintegrare in ogni parte il Ducato. Il duce Spagnuolo ripetè non essere altra brama in lui che di favorire con ogni potere la volontà del Duca, e che tutte le truppe imperiali erano a sua disposizione: lo Sforza volle determinassero tostamente insieme la persona che si doveva porre a capo dell'armata da spedirsi a Como, onde i fatti d'armi riuscissero più efficaci e decisivi di quello che non fossero stati per l'addietro.
Trovavasi allora in Milano Lodovico Vestarino, capitano rinomatissimo che aveva battagliato a lungo al soldo dei Veneziani e degli Svizzeri, e s'aveva quindi acquistata somma perizia nei combattimenti navali e nelle guerre pei monti: nessun altro parve al Duca ed al De-Leyva più adatto ad aversi il comando dell'esercito destinato ad agire contro Gian Giacomo Medici. Chiamato a Corte ed affidato a lui l'incarico di quella guerra, prese sotto i suoi ordini numerose colonne d'uomini d'armi; ne mandò notizia alla Lega Grisa; e poco dopo la metà di gennaio mosse alla volta di Como. Il governatore Dom Lorenzo Mugnez Pedraria attendeva quivi ansiosamente quei rinforzi, poichè temeva ad ogni istante venisse la città assalita dal Castellano, divenuto per esso tanto più terribile ed odioso da che un'armata spedita contro di lui per espresso volere dell'Imperatore non aveva potuto nè vincerlo nè domarlo.
CAPITOLO UNDECIMO.
Avvolto in mezzo un turbine
Che il passo, il fiato aggreva,
Di nevi che giù fioccano,
Di nevi che solleva
Dagli scheggioni il vento
A periglioso evento
Affretta il suo cammin.
E che non può l'indomito
Che in altri scontri i lutti
De' suoi compagni esanimi
Vide con occhi asciutti,
Se a disperato scampo
Contro il nemico inciampo
S'avventa battaglier!
IL CONTRABBANDIERE.
Esper.° di Mel. Liriche.
Era un'invernata delle più rigide e perverse: intenso oltre modo durava il freddo, il cielo mostravasi sempre coperto da fosche nebbie, tutto il piano ed i monti biancheggiavano per alte nevi che frequentissime cadevano e venivano congelate al suolo dai gelidi soffii settentrionali. Sembrava non dovere esservi tempo che meno di quello fosse propizio all'armeggiare, nè più indicato al riposo delle truppe negli alloggiamenti, pure Lodovico Vestarino, sia che avesse sentore che all'aprirsi della stagione giungere dovevano rinforzi di bande tedesche al Castellano, sia che non potesse per altre cause frapporre indugio all'incominciamento delle ostilità, appena giunto in Como dispose quant'era d'uopo per dar principio alle militari operazioni. Egli vedeasi a capo di squadre ben munite e numerose, condotte da capitani sottomessi e preparati alla guerra; era certo di non venire incagliato ne' suoi divisamenti da commissarii e sopraintendenti ducali o spagnuoli, poichè il Duca e il De-Leyva avevano affidato a lui solo il supremo comando, quindi non dubitava punto che con tali mezzi, adoperando eziandio molta cautela e prudenza contro un nemico audacissimo ma affievolito, le sue intraprese fussero per ottenere felice risultamento. Spedì per via sicura un messo ai Capi della Lega Grigia onde interpellarli se intendevano agire subito in quella guerra di concerto colle armi Ducali; ma essi risposero che le profonde nevi, le valanghe, le bufere invernali delle montagne ove abitavano, non concedevano loro d'abbandonare i casolari, nè di raccogliersi in ischiere e discendere a prendere parte ai combattimenti, il che avrebbero effettuato appena i sentieri divenissero praticabili. Il Vestarino s'ebbe più contento che doglia da tale annunzio, poichè, duce accortissimo ed avido di gloria, ardeva di cimentarsi da solo contro il celebrato dominatore di Musso, affinchè se il vinceva, come aveva speranza, nessuno gli contrastasse o pretendesse dividere con lui gli onori della vittoria. A differenza del Gonzaga e dello Speziano che immaginarono complicati piani di battaglia, egli stabilì di non disperdere sopra molti punti le proprie forze, ma di tenerle quanto più poteva concentrate ed unite per assalire con una massa poderosa i singoli luoghi che intendeva combattere.
La prima spedizione che immaginò fu contro Monguzzo: ne serbò il pensiero con gelosa secretezza, e quando tutto fu pronto in Como, un bel mattino fece spargere la voce che, per ordine del Duca, l'esercito doveva ritornarsene la notte a Milano. Comandò si ponessero sopra i carri le artiglierie, si tenessero preparati in duplice numero cavalli e buoi pel traino di quelle, delle bagaglie e delle salmerie; ed i soldati si ponessero in armi sul far della sera. Verso quest'ora, mentre foltamente nevicava, diede l'ordine della partenza, e quando l'ultime schiere, ed egli dietro a tutte, furono usciti da Como, volle se ne chiudessero diligentemente le porte, onde nessuno di quelli che avevano seguíto l'esercito potesse rientrarvi; e lasciato perfettamente oscurare, raggiunto da espertissime guide, abbandonò la via verso Milano, facendo volgere l'armata sulla strada della Brianza per riuscire inaspettatamente al Castello di Monguzzo.