Enzel le si accostò, fisolla in volto; poscia girando lo sguardo per la camera onde assecurarsi che le sue parole non erano da altri intese, le disse sommesso: «Datemi fede di eseguire ciò che vi dirò, ed io vi giuro per le tre punte del fulmine, che fra pochissimo tempo vi mostrerò il cavaliero che amate.» Ineseguibile parve sulle prime così fatta promessa a Ginevra; e sebbene ella ardentemente lo bramasse, e avesse fede eziandio nel potere dell’aríolo, tanti erano gli ostacoli che la sua mente le depinse opporsi a sì fatto disegno, che le sembrò impossibil cosa il mandarlo ad effetto, e temette un istante non volesse l’aríolo prepararle un inganno; ma trasportata dal pensiero della gioia che avrebbe provato se la promessa dell’aríolo si fosse avverata, non volle affatto dubitare di lui, ma pensò previamente assicurarsi di sua scienza con prove maggiori. Chiese quindi all’aríolo il nome del cavaliere e le di lui forme, non che i paesi dove avea guerreggiato; e dimandogli ove ella lo avesse conosciuto, da quanto tempo essi si amavano, e molte altre circostanze della loro affettuosa corrispondenza. Ed Enzel a ciò che avea saputo dallo scudiero satisfece con precisione: a tutte le altre domande rispose involgendo i concetti in oscure parole, e frammezzandoli colla narrativa di quei fatti che sono indivisibili da simigliante passione; per lo che tanto persuase la mente di lei, che le si affidò intieramente, e sicura che l’aríolo avrebbe condotto a lei davanti Palamede, gli promise di far tutto ciò che a quest’uopo fosse per imporle.
La notte istessa di quel giorno in cui l’aríolo ebbe sì fatto colloquio con Ginevra, si recò alla tana del cervo, ove trovando Palamede dormiente sui gradini dell’ara, lo condusse a traverso al bosco sino sotto al verone di Ginevra, e colà lasciandolo, dopo averlo ammonito di ciò che avesse a fare, penetrò pel sotterraneo nel castello, e salì inosservato nelle camere di Ginevra, recando l’involto che racchiudeva la lettera col nastro, che Palamede invano cercò dal Tencio far consegnare all’amante. Quando Ginevra vide Enzel entrare da lei a quell’ora, fra il palpito della speranza e del timor di un inganno, gli chiese se ei veniva ad adempiere la promessa che le aveva giurata. Enzel, senza rispondere alla sua inchiesta, svolse il nastro che rannodava il foglio, e glielo presentò, certo che Ginevra l’avrebbe riconosciuto per un oggetto che apparteneva a Palamede.
Non è esprimibile la maraviglia ed il trasporto con cui quella innamorata mirò, e riconobbe il nastro, che ella avea trapunto e rannodato di propria mano alla guaina della spada del suo cavaliero nel giorno di sua partenza.
Ella guardò fiso l’aríolo, e poco stette nell’entusiasmo della sua gioia, se non era la sua figura troppo stravagante e brutta, ch’ella nol venerasse come un essere potente disceso dal cielo per renderla felice. Applaudivasi l’aríolo in sè stesso di cagionare tanta contentezza ad una fanciulla, il cui grado e la cui beltà la rendevano sovra ogni altra interessante; ma sollecitandolo il tempo e il timore non venisse dalle guardie scoperto Palamede, disse a Ginevra: «Io vi assicurai che vedreste il cavaliero; e voi lo vedrete. Questi oggetti saranno però inutili per accertarvi che quegli che vi si offrirà allo sguardo sia Palamede, perchè l’occhio dell’amore ne scorgerà le sembianze anche al pallido raggio della luna.» Ginevra slanciossi a questi detti avidamente verso le vetriate onde mirare a piè del castello; ma Enzel ne la impedì, dicendole che tutto tornerebbe vano s’ella non eseguiva quanto era per dirle; e le intimò si recasse nella sala del verone, ed accompagnandosi col liuto intuonasse un canto noto al cavaliero: poichè alla sola sua voce questi sarebbesi a lei fatto palese. Ginevra eseguì infatti ciò che l’aríolo le impose, e fu solo quando ebbe dato fine al canto che affacciatasi al verone scorse brillare ai raggi di luna l’armatura di un guerriero, ch’ella immantinente riconobbe essere Palamede. L’aríolo, che in quel mentre erasi posto in agguato, onde gli amanti non fossero sorpresi, udì farsi qualche rumore, benchè lieve, nel cortile del castello; ed era una scolta, che avvedutasi della presenza di un armato sotto le mura, mandò ad avvertirne Iacopo del Verme, il quale, siccome gli s’indicò, veniva per assicurarsene alle stanze di quelle fanciulle: l’aríolo, udendo l’alternare dei passi di taluno che si appressava, ritrasse Ginevra dal verone, spense il lume, e uscito rapido qual lampo rasente il muro di un andito opposto si perdette nelle lontane camere superiori.
CAPITOLO V.
Quel guerrier, come ardito, invitto e franco,
Si volse indietro, e vide il traditore
Che ferito l’avea nel lato manco,
E gridò forte: O crudel peccatore,
A tradimento mi desti nel fianco.