Pulci. Il Morgante.
Sebbene Palamede fosse rientrato nel bosco prima di essere scorto palesemente dagli uomini d’arme, che facevano la scolta sull’alto della bastita, e l’aríolo fosse scomparso senza essere veduto dal loro capitano, pure non era ancora surto il mattino, che già una voce erasi sparsa fra le genti del castello d’uno straordinario avvenimento, accaduto la notte sotto le mura. E siccome la prigionia di un principe che avea per tant’anni signoreggiato, non che quella dei di lui congiunti, si riguardava come un avvenimento a cui dovevano concorrere cause soprannaturali, dicevasi quindi già averlo preconizzato la comparsa di una cometa a coda sanguinea, e l’essersi, come allora divulgarono gli astrologi, congiunti i pianeti di Giove, Marte e Saturno nella casa dei Gemini; oroscopo che si credeva fatale ai principi, al che s’aggiungeva il pronostico più patente e terribile del replicato scagliarsi dei fulmini sul palazzo di Rodolfo figlio di Bernabò.
Per tal guisa gli animi delle genti erano di leggieri preparati a dar fede a qualunque strana novella venisse narrata. E ciò tanto maggiormente, in quanto che sebbene Bernabò fosse da tutti come crudele e capriccioso tiranno abbominato, pure molti erano stati nella coscienza offesi dal modo con cui suo nipote Giovan Galeazzo lo aveva sorpreso e imprigionato, simulando un divoto pellegrinaggio alla Madonna del Monte presso Varese. La qual cosa a que’ tempi dava agio alle fantasie di mescere a tal fatto l’intervento di demonii, di vendette celesti, di spaventose apparizioni. Gli uomini all’incontro meno servi delle favole grossolane dai più credute, e conoscitori delle variabili ed armigere inclinazioni di che allora iva animata la plebe ed alcuni signori, non furono dal primo istante dell’imprigionamento di Bernabò senza sospetti di una rivolta a suo favore, contra il conte di Virtù. Quindi, secondo il modo che ciascuno dei militi che erano nel castello considerava nel proprio pensiero quel fatto, andava diversamente ripetendo le cose che si raccontavano avvenute la notte sotto le mura, e vi facea varie conghietture.
Nei cortili del castello, nelle ampie e rozze stanze delle torri, e lungo il porticato ove stavano i soldati ripulendo le armature, gli uni andavano dicendo che si erano la notte uditi per l’aria suoni e canti di angeli, e s’era veduta una gran luce a cui stavan per entro molte persone danzanti in candide vesti: ciò che era segno di un felicissimo avvenimento. Altri sostenevano al contrario, che ad un tratto videsi ardere il bosco di Trezzo, e comparire al piè delle mura del castello un gran demonio lucente, che cantò con voce femminina per addormentare le guardie, e così divorarle; e che non vi riuscendo, si era gettato nell’Adda. Ma negli appartamenti superiori, i principali fra i caporali di lancia che si erano raccolti, con Iacopo del Verme, dal capitano Gasparo Visconti, pensarono esser potesse qualche tradimento con cui si avesse tentato sorprendere quel forte onde liberare i prigionieri, e determinarono doversi addoppiare la vigilanza, e spedire a Milano ad avvertirne Giovan Galeazzo.
La novella pervenne ben tosto anche all’orecchio di Bernabò e suoi figli, non che di Donnina e di frate Leonardo. Accesi tutti dal desiderio e dalla speranza della loro liberazione, credettero esser potesse alcuno de’ loro amici e fautori di Milano, o di altra città soggetta al dominio di Bernabò, che radunata gran mano d’uomini, venisse a trarnelo da quel luogo di prigionia. Il vecchio principe per le lunghe esortazioni del frate eremita, con cui l’andava dissuadendo della vanità delle terrene grandezze, e gli infondeva in cuore, coi consigli della religione, la pazienta nelle traversie, invitandolo a sofferire quel doloroso rovescio di fortuna ad espiazione delle proprie colpe, aveva piegato l’animo a deporre ogni desiderio di grandezza e di signoria; e innanzi all’altare della Vergine avea promesso che nessun altro pensiero sulla terra lo avrebbe padroneggiato fuorchè quello di un amaro pentimento de’ suoi peccati. Appena però gli balenò allo sguardo un lampo di speranza di riprendere il potere de’ suoi vasti dominii, la brama d’impero, di vendetta e di tirannia, che avea messe radici profonde nell’omai decrepito suo cuore, si risvegliò con somma violenza, squarciando quel velo di forzata sommissione penitente a’ decreti della Provvidenza, creata più dalla necessità delle cose, dallo spavento della disgrazia e dei rimorsi, che non da vero sentimento di pietà, troppo straniero all’orgoglioso, fantastico e nella crudeltà corrotto animo di Bernabò. Quando egli ebbe udito che correa voce essere stati veduti nella notte soldati estrani aggirarsi intorno alle mura del castello, e che forte dubbiavasi fossero stati spediti per liberarlo, d’un subito i lineamenti tutti del di lui viso, piegati a mestizia ed abbattimento, furono animati dall’avanzo di quel fuoco guerriero che tanto, durante la sua vita, l’aveva agitato: quindi fieramente alzando il capo con tuono d’impero, mirando in volto a’ suoi due robusti figliuoli, e girando lo sguardo alle armature che stavano appese come trofei intorno alle pareti di quella sala, parve loro accennasse che ad ogni evento ei non sarebbesi con essi rimasto inoperoso.
Rodolfo, inteso il cenno del padre, strinse colla sinistra la mano a Lodovico; e protendendo la nerboruta sua destra, assecurollo silenziosamente ch’egli ne agognava l’istante. Donnina, a cui non facevano illusione que’ vaghi racconti, ma sempre tremava che irritandosi, o insospettendosi Giovan Galeazzo non venisse inasprito il trattamento di Bernabò, e frate Leonardo del pari, a cui solo stava a cuore la di lui eterna salute, gli si fecero incontro per rattemprarne lo spirito esaltato, e Donnina gli disse: «Volesse il Cielo, che ai nostri amici di Milano avesse conceduto San Giorgio la sua lancia e il suo cavallo, che a quest’ora non sarebbevi più dentro le otto porte un solo dei militi del conte di Virtù nè de’ suoi Francesi! E potrebbe anch’essere vero quanto si va dicendo degli armati, che questa notte furono veduti tentare di sorprendere questo castello; io però credo esser questo null’altro che ciance de’ soldati, sparse fors’anco ad arte dai capitani, per tenerli in maggior vigilanza, o per trarre il vostro generoso e ardito cuore a qualche movimento, che riferito a Giovan Galeazzo aumenti verso di voi e di noi tutti l’odio ed i suoi scellerati disegni. Ond’io scongiuro voi ed i vostri valorosi figli per l’istessa vostra salute a nulla operare nè dimostrare che vaglia ad infondere sospetti in chi ci tiene qui rinchiusi, perchè non abbia la loro mano ad aggravarsi sopra di noi: e pregovi attendiate con pazienza la fine di questi mali, che se così piacerà alla Vergine sacrosanta, non saranno, siccom’io spero, di una lunga durata.» Frate Leonardo stava per avvalorare colle sue le parole di Donnina, ma Bernabò vibrò ad ambedue uno sguardo feroce, talquale e’ soleva allorachè minacciava un tremendo gastigo.
«Voi, Marchesa (le disse), dovreste arrossire di consigliare in tal guisa una vile soggezione ad uomini che sino dalla infanzia trattarono le armi, e combatterono tante battaglie. Io non presto fede alcuna a’ rumori che si spandono; penso solo che grandi signori d’Italia e stranieri ebbero le mie figliuole e le loro ricche doti, che molti principi vanno a me legati di sangue, ed in Milano istessa lasciai de’ miei figli, e assai cavalieri che io ho creati nobili e doviziosi. Antonio della Scala, nipote della mia Regina, ed or signore a Verona, odia mortalmente Giovan Galeazzo; i Bresciani sono per me, e il ponte di Cassano non è difeso. Qual meraviglia che mille de’ suoi cavalieri fossero poco lungi da queste mura? Io m’ho perduto i miei castelli, i miei boschi, i miei palazzi: uso a vincere i miei nemici, guidando tanti soldati e prodi guerrieri, venni a tradimento, e da un ipocrita malvagio serrato in questo forte, e forse già pensa chiudermi nelle sue torri di Pavia a far la tormentosa quaresima. Perchè dunque tremerò nel tentar di sottrarmivi? temerò l’esporre questo capo e questo petto, invecchiati sotto il ferro, alle spade de’ militi di Galeazzo? È men dolorosa una lancia nel cuore, che questo maladetto carcere, e questi volti abborriti che comandano a chi non fu mai suggetto che a Dio.»
Placato l’animo con questo sfogo del suo sdegno, si rivolse a frate Leonardo, che lo guardava con occhio pietoso, addolorato che sì profani pensieri fossero rientrati nel cuore di lui, dopo che avea protestato nella chiesa a’ suoi piedi di non nutrire altra speranza che quella del celeste perdono; ed a lui disse: «Molti gravi peccati, o Eremita, stanno sull’anima mia, ed io dovrei benedire la mano che mi percuote; ma pure penso che il Nostro Salvatore avrà misericordia di me: perchè se ho comandato punizioni di tormenti e di morte, fu il più delle volte per vendicare il sangue de’ poveri e deboli suggetti, da prepotenti signori con assassinii versato, e non ho sprezzato la giustizia quando lo spirito maligno non acciecavami la mente con violente passioni. Ho soccorso i carcerati della Mala Stalla, ordinando lor si recasse il pane giornaliero; ho arricchite le chiese ed ordinati molti divini uffizii. Concederà ella dunque la Vergine che io stia nelle mani abbominevoli di chi l’ha codardamente sprezzata?» Troncò il parlare di Bernabò, e in grave agitazione pose tutti gli animi l’annunzio della venuta colà di Gasparo Visconti; il quale, come soleva ogni giorno, recavasi a visitare il prigioniero, ed in modi cortesi, sebbene poco accetti, esibissi a soddisfarlo in qualunque cosa gli piacesse, soggiungendo così avergli imposto Giovan Galeazzo. Dai prigionieri, nè dal Visconti, nulla si accennò intorno alle notizie che si erano sparse; se non che si serbò un contegno grave più dell’usato per la speranza di vendetta nell’animo degli uni, e per sospetto di esterne intelligenze nel cuore dell’altro. Bernabò, invelenita l’anima dalla presenza di quel capitano d’armi, in cui balía si ritrovava, tosto si ritrasse alle proprie stanze, seguito da Donnina e dall’eremita.
In questo frattempo le idee ed i sentimenti che si succedevano nella mente di Ginevra erano affatto opposti a quelli che colà si svolgeano. L’influenza delle avversità, della rozzezza dei tempi che teneva desto il sentimento del maraviglioso e più viva la concentrazione e l’entusiasmo delle passioni, congiunta ad una squisita sensibilità ed una viva tenerezza di affetto, aveano composto l’anima di Ginevra ad un sentimento sublime d’amore, il quale dispiegossi in lei altamente alloraquando conobbe il giovinetto Palamede de’ Bianchi, la cui leggiadria e prodezza lo rendeano stimato fra i più compiti cavalieri che vestissero armatura. Questi due amanti dovevano tosto andar congiunti coi nodi nuziali, siccome avea promesso lo stesso Bernabò allorchè li ebbe fidanzati, attendendo il ritorno di Palamede quando si fosse procacciata fama e scienza nell’armi, esercitandosi fra i guerreggianti a capitanare soldati. Ma avvenuto il disastroso mutamento di fortuna per questo principe, mentre il cavaliere era lontano, Donnina non volle abbandonare la figlia in potere di Giovan Galeazzo, dal quale potea ricevere onte e maltrattamenti: amò meglio, come le venne conceduto, di tenerla presso di sè, conducendola nel castello di Trezzo, ove venne con Bernabò rinchiusa.
Immensa si fu e inesprimibile la desolazione che angosciò il cuore di quella innamorata fanciulla, cui la lontananza del cavaliero, il proprio rinchiudimento in un castello gelosamente difeso da tanti armati, l’odio che ella credette nutrir dovesse il conte di Virtù contro il cavaliero stesso, facevanla disperare non solo di possederlo giammai, ma nè pure di vederlo ancora una sola volta. Quanto straziante era stato quel dolore, altrettanto si fu viva la speranza che le destò l’aríolo, il quale detto le avea di condurle innanzi l’amante, per il che gli si fe’ ardente sopra ogni dire il trasporto di rivederlo. Ed appena ebbe posato su di lui lo sguardo, benchè per un istante, più non tremò per la sua vita, chè fra i combattimenti poteva esserle ad ogni momento rapita: sapea che egli le era vicino, e a questo solo pensiero, come se la luce divenuta più viva e il cielo reso più sereno avessero dissipate spaventose tenebre, tutto si era fatto ridente a lei dintorno.