Indietreggiarono un passo a tal voce improvvisa; e Palamede, sull’istante risvegliato, mirando intorno a sè que’ due colle armi, balzò d’un salto in piedi ponendo mano alla spada. Il Brescianino, che gli era più da presso, e che teneva lo stocco ancora a lui rivolto, pensando, se tardava a fuggire o difendersi, essere perduto, gli si slanciò alla vita, vibrandogli la punta al petto; ma nol colpì che nel braccio sinistro, con cui sosteneva la guaina della spada; colla quale tosto cacciatoglisi contro ne ribattè due colpi, ed al terzo gliela conficcò nel petto trabalzandolo a terra insanguinato. Aldobrado, al rapido rialzarsi di Palamede, si era velocemente ritratto dietro un albero, onde la persona che avea gridato nol sorprendesse; ma non iscorgendo alcuno, e vedendo il Brescianino alle prese col cavaliero, slanciossi egli pure contro di esso per ferirlo da un fianco; e se un momento di più durava la zuffa col ladro, Palamede veniva trafitto; ma invece ei menò tosto un fendente ad Aldobrado, gridandogli: «Vile assassino, pagherai colla vita il tradimento.» Ma Aldobrado si schermì d’un salto; e gettatosi nel bosco, sparve fuggendo a tutto corso.
Palamede non l’inseguì; ma si arrestò trasognato per quell’inatteso avvenimento, e mirava al suo braccio ferito che grondava, e al ladro che boccheggiava spirando steso al suolo, immerso nel proprio sangue. Risuonavagli tuttora all’orecchio quella voce che desto lo aveva, e voce parevagli non ignota; mal però valeva a concepire quale di tutto ciò fosse stata la causa. Ad un tratto, uscendo dal bosco, si appresentò a lui un uomo che tosto dal volto e dai panni riconobbe per quello stesso che gli era apparso nella notte; e si accorse che la voce che avea gridato era appunto quella di costui. Era infatti Enzel l’aríolo, il quale sfuggito dal castello pel sotterraneo della cappella de’ morti alla ricerca dei soldati, si era cacciato nel bosco per venire in traccia di lui, siccome avea promesso a Ginevra; ed era giunto a veduta di Palamede, nel momento che questi stava per cader vittima degli scellerati. Siccome non teneva armi di sorta, osato non aveva di uscire all’aperto per difenderlo, per non essere anch’egli ucciso se il cavaliere succombeva. Palamede, a lui rivolto, disse: «Chiunque tu sii, che certo mi sembri inviato da un mio santo protettore, io a te debbo la vita: dimmi quindi se ho a venerarti come un amico dei celesti, o premiarti con oro, o cosa io debba fare perte; ma spiegami, te ne scongiuro, come tu mai avesti di me conoscenza e di Ginevra, e per qual motivo volevano costui, che ho ucciso, ed Aldobrado togliermi la vita, e in qual modo tu mi hai salvato.»
«Cavaliero (rispose l’aríolo), ora non è tempo da dirvi tutte queste cose; pensate a riparare la ferita del vostro braccio, ed a partire tosto da questi malaugurati luoghi, ricovero di assassini; ritornate all’isola di Mandellone, riprendete il vostro cavallo, ed avviatevi alla volta di Milano, ove io verrò seco voi, e vi narrerò cose che vi riusciranno di sommo aggradimento.» E in così dire, accostatosi a Palamede, gli fasciò il braccio con una benda che tolse d’addosso al Brescianino che era già affatto morto; si armò collo stocco di questo; e addossatosi il corsaletto d’acciaio che Palamede a causa della ferita non potea rivestire, si pose frettolosamente sul sentiero che guidava alla strada di Concesa.
CAPITOLO VI.
Indi partimmo, e senza più riposo
Lambro passammo per trovar Milano;
Nè non ne fue per lo cammino ascoso
Veder Cassano, Monza e Marignano.
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Dimmi, diss’io, per cui si apre e serra