Questa città che vive sì felice
Con fede, con giustizia e senza guerra.
Fazio, Dittamondo.
«Chi non cangerebbe il convito del più fastoso principe d’Italia con questo insipido pezzo di lepre, per avere il piacere, mangiando, di fissare lo sguardo ne’ due occhi più belli che il signore abbia infissi sotto la candida fronte d’una sua creatura?» Così, divorandosi il fianco d’un leprotto abbrustolito sulle bragie, favellava lo scudiero di Palamede alla bella figlia di Mandellone, che stava ritta innanzi alla pietra che a lui serviva di desco. Egli aveva astutamente voluto farsi disporre il pranzo sul margine dell’isola, all’ombra d’un gruppo di piante, ond’essere discosto dall’ostiere, che, occupato in altre faccende, era costretto mandare la figlia a recargli quelle poche mal condite vivande che gli apprestava; e lo scudiero approfittava di questi momenti per amoreggiar con Maria, ch’era essa pure innamorata di lui, e sulla quale in ogni altro istante il sospettoso Mandellone invigilava gelosamente. «T’avvicina, bella Maria (proseguiva lo scudiero, prendendole una mano, mentre ella tutta arrossendo a lui s’accostava), riempi tu stessa questa tazza di vino: poichè io ho giurato di non beverne una goccia, fossi anche sulle sabbie della Palestina, se tu prima non ne assorbi un sorso con que’ tuoi labbruzzi più rossi del sangue di tutti i guerrieri che io ho ammazzati.»
Maria s’accostò, sorridendo, quella tazza alla bocca; e resala allo scudiere, questi se la tracannò d’un fiato. «Eh, che vernaccia! che vin greco! (esclamò). Qui, qui dentro stanno tutti i sapori. Ah! Maria, la tua bocca ha trasfuso in quel vino il fuoco o il veleno. Per pietà siedi qui su questo sasso vicino a me; sta preparata a soccorrermi, perchè io sento un ardore circolarmi per le vene che tutto m’abbrucia.» La semplice Maria, dal timore, dall’ansia amorosa, dall’agitazione, dalla forza delle braccia di lui fu costretta a sedersi; allora lo scudiero serrando ambedue le mani di lei fra le sue: «Tu non sai (le disse) quante dame e principesse, le più ricche e belle donne del mondo, hanno sospirato per me; ma io sempre resistetti alle loro attrattive. Tu, tu sola, o Maria, con que’ tuoi occhi vivissimi, che mi han penetrato il fondo del cuore, mi hai vinto, ed acceso di un fuoco violento a cui non posso resistere. Io voglio farmi tuo cavaliere, condurti nelle più grandi città, darti palazzi, ricchezze, tutto ciò che potrai desiderare; ma....» Gli occhi di lui sfavillanti, il rosseggiare delle sue guancie, il moto inquieto della sua persona e delle sue braccia misero gran paura a Maria; che, rialzatasi, faceva forza per divincolarsi da lui; e la lotta ineguale sarebbe durata a lungo se un fischio che s’intese dalla sponda dell’Adda, facendo venire Mandellone a quella volta, non vi avesse posto fine. Lo scudiero lasciò Maria, che fuggì verso la capanna, ed ei si recò indispettito verso la riva onde vedere chi fosse che sì a contrattempo per lui veniva a passare il fiume.
Agli atti replicati di rispetto che faceva Mandellone, alla diligenza con cui accostò alla sponda la zattera, e porse mano al passeggiero a salirvi, lo scudiero riconobbe in questo il suo signore; e nell’altro che lo seguiva, quell’aríolo con cui aveva il giorno avanti ragionato: corse perciò anch’esso al luogo dello sbarco a riceverli, mostrando tutta la premura e il contento di rivedere il cavaliere. Appena questo fu a terra, gli chiese dove fosse il suo cavallo; e lo scudiero rispondendogli ch’era dall’altro lato dell’isola che stava col suo proprio pascolando, gli impose di condurli tosto presso la capanna per sellarli e porli in arnese onde partire immediatamente.
L’oste gli aveva preceduti, e stava affaccendato chiamando Trado e Maria, comandando loro ad alta voce che disponessero deschi, tondi, tazze per servire il cavaliero; ma questi, sopraggiunto coll’aríolo, disse che null’altro gli abbisognava fuorchè un vaso di fresca acqua, e pregò Maria gli arrecasse de’ lini ed un nastro; sedutosi poscia sopra un sasso, sentendosi gravemente addolorato il braccio a causa della ferita, ch’era profonda, se lo dispogliò dei panni. L’oste e la figlia, che gli si fecero dintorno, mentre Enzel era andato in cerca di erbe, rimasero attoniti allo scorgere il suo braccio ravvolto in una benda tutta intrisa di sangue. Mandellone, cui aveva recato sorpresa la mutata compagnia con che vide ritornare il cavaliero, pensò a quella vista, ed all’abbattimento che scorse a lui in volto, che loro fosse accaduta qualche mala ventura; ma nulla nè chiese, nè disse; e porse mano a Maria, che lo veniva con gran cautela sfasciando. Tramandava la piaga nuovo sangue ancora su quello che le stava intorno aggrumato: essi gliela lavarono; e allorchè fu ripulita, ritornò Enzel recando un fascetto di erbe e fiori, fra cui ne scelse alcuni, che tritò, pose in un vaso, e pestili a gran forza, ne versò poscia il succo a varie gocce nella ferita; quindi vi sovrappose altre erbe fresche; e ravvolto entro bianco lino il braccio, glielo cinse d’un nastro. Subito dopo questa medicazione, fosse la freschezza dell’acqua con cui fu lavata la ferita, o qualche naturale virtù delle erbe, Palamede disse di non provare quasi più dolore alcuno, per cui potè rivestire gli abiti che indossava la prima volta che venne nell’isola; e quell’immediato giovamento ridondò a grande onore dell’aríolo, poichè si attribuì alla di lui sapienza nella scelta delle erbe, ed al suo potere di renderle salubri.
Avendo lo scudiero condotti colà i cavalli, loro riposti gli arcioni e gli altri arnesi, Palamede trasse alcune monete d’oro, e le diede a Mandellone, il quale appunto, colla speranza di riceverle, venía porgendogli tutti i voti per la di lui prosperità e la speranza di rivederlo; ed appena ebbe quel denaro nelle mani, facevan contrasto visibilissimo sul suo volto la contentezza di possederlo, e l’afflizione esagerata che forzavasi di dimostrare per la partenza e la ferita del cavaliero. Non così Maria, i cui occhi si gonfiarono di lagrime allorchè vide lo Scudiero avviarsi al fiume guidando a mano i due cavalli, preceduto dal suo signore, dall’oste e dall’aríolo; quando furono saliti sulla zattera, e che lo scudiero, fissandola, sorridendo la salutò della mano, ella diede in uno scoppio di pianto, pel quale tutti a lei si rivolsero, ed ella si tolse dalla sponda, nascosto il viso nel grembiale, ritirandosi alla capanna.
Superata l’erta riva dell’Adda, Palamede e lo scudiero salirono i loro destrieri; e l’aríolo veniva camminando dietro al cavaliero, il quale tratteneva il cavallo, ardente di slanciarsi in corsa, ad un lento passo, a causa che la picciola strada su cui viaggiavano, essendo al margine dell’erta sponda del fiume, era piena di scoscendimenti. Dopo poca via il cavaliero, bramosissimo di favellare con quell’uomo per lui misterioso, che avevagli resi sì segnalati servigi, chiamollo al proprio fianco, e gli chiese instantemente chi egli mai si fosse, e in qual modo avesse conoscenza di lui e di Ginevra. «Chi io mi sia (rispose Enzel), nulla vi gioverebbe il conoscerlo: quindi null’altro vi dirò di me, se non che mi chiamo Enzel Petraccio l’aríolo, che già da varii anni abitava il castello di Trezzo, d’onde non sarei ora sloggiato se non mi fossi fitta in capo la voglia di veder rasserenato il volto della bella Ginevra, su cui mi sembrava che troppo ingiustamente regnasse la tristezza cagionata dalla prigionia. Conducendo voi a questo fine sotto il di lei verone, mi posi a pericolo d’essere arrostito come un mago alleato dell’inferno; ma mi sottrassi a tempo dalle unghie de’ soldati, e giunsi a voi vicino nel vero momento in cui la mia venuta vi valse la vita. Per lo che se voi mi accorderete la vostra protezione, sono contentissimo di aver abbandonato quel castello. — Non dubitare, o Enzel (a lui rispose Palamede): poichè ti debbo la vita, dovessi perderla per giovarti, non mi vedrai punto esitare; ma ora vorrei sapere, se Ginevra stessa ti appalesò qual fosse la causa della sua tristezza, e come mai tu giungesti a scoprire che io mi trovava entro quel bosco coi ladri. L’aríolo, a lui rispondendo, non gli spiegò il modo vero ingegnoso con cui venne a capo di tale scoperta; ma usando parole artificiose e stravaganti, il lasciò sospettare ch’egli possedesse arti secrete, ma naturali, con cui senza il soccorso di spiriti maligni conosceva gli avvenimenti ignoti; poscia gli manifestò che Ginevra nutriva per lui un amore sempre ardentissimo; gli narrò tutto ciò ch’ella faceva nel castello, e come veniva per ordine del capitano rispettosamente trattata; finalmente, ripetendogli gli ultimi discorsi ch’ella gli aveva tenuti: «Che ciò che io vi narro sia la verità, aggiunse, e che la vostra Ginevra abbia piena fidanza in me, ve lo provi questo gioiello maraviglioso ch’ella mi diede ond’io a voi lo consegnassi.» E così parlando si trasse dal di sotto dell’abito quel prezioso fermaglio che aveagli dato Ginevra, e lo porse a Palamede. Questi lo riconobbe all’istante, perchè tante volte ne avea vedute brillare le gemme sul petto a Ginevra, quand’ella, collocata fra varie nobili giovanette nelle sale o ne’ tempii, attraeva i suoi sguardi, che posando su di lei incessantemente, avevano imparato a distinguerne i più minuti ornamenti. Mentre egli avidamente contemplava questo prezioso dono, l’aríolo gli ridisse quel portentoso potere di cui gli avea narrato Ginevra essere dotato: cioè di appalesare, coll’impallidirsi delle perle e l’annerirsi de’ diamanti, il momento della morte di chi glielo donava; e con tutta l’eloquenza gli descrisse l’ardore col quale ella aveva pronunciata la promessa d’essergli costante sino agli estremi della vita. Il cuore di Palamede s’intenerì profondamente alle di lui parole, ed un trasporto d’amore trasse sull’occhio del guerriero una stilla di pianto, che cadde su quella croce, sacro pegno del più puro affetto.
Le ruinose mura del castello di Vaprio si appresentarono a capo della strada; il giorno s’avanzava; e il cavaliere, riposto il gioiello, e calmata l’agitazione soave del cuore, propose all’aríolo di salire in groppa al cavallo dello scudiero, chè in tal modo avrebbero fatto più rapido cammino. Ciò fece infatti l’aríolo; e messisi sulla strada di Vaprio, che era assai più della prima restaurata, posero i cavalli a buon trotto.