Il canale che porta il nome di Naviglio della Martesana, il quale, uscendo dall’Adda poco al di sotto di Trezzo, corre dirittamente sino a Groppello, indi volgendosi a ponente discende a Milano, giovando colle abbondanti sue acque al commercio ed all’irrigazione, e che ora s’incontra circa alla metà della strada fra Vaprio e Gorgonzola, non era stato a que’ tempi scavato, per cui la via s’allungava fra terreni incolti, sparsi qua e là di qualche rustico e miserabile casolare. Arrivarono que’ viaggiatori a Gorgonzola, che loro s’indicò da lungi colla sua bruna torre, entro cui era stato rinchiuso nel 1245 Enzo figliuolo dell’imperador Federigo, il quale, fatto prigioniero da’ Milanesi, venne reso in cambio dell’intrepido Simon da Locarno. Passarono quel borgo, che portava ancora in alcune devastate case i segni della terribil lotta fra i Torriani ed i Visconti colà consumata. Attraversata la Molgora, pervennero, dopo un bel tratto di cammino, al Lambro, dove, pagato il pedaggio per passarne il ponte, entrarono in Carsenzago. Ben lungi allora dal fare lieta mostra di se, siccome ora avviene a causa degli ameni e gentili casini disposti lungo il naviglio che lo fiancheggia, Carsenzago non era in que’ tempi che un villaggio di rozzi abituri rusticali e di edifici cinti da grosse mura a foggia d’altrettanti piccioli castelli, ne’ quali albergavano i ricchi del contado.

Fermarono i cavalli que’ viatori vicino alla chiesa di quella terra presso la canonica, che era un convento di Sant’Agostino; ed essendone uscito un monaco, Palamede lo richiese se vi si trovasse ancora frate Baldizone Scaccabarozzo. «Voi mi chiedete del nostro abbate (rispose il monaco): ecco ch’egli a noi sen viene.» Balzò da sella il cavaliere, ed accorse ad un vegeto e venerando vecchio, che era l’abbate suo zio, il quale ver lui si avanzava; in atto umile gli prese la mano, e la baciò. Frate Baldizone riconobbe il nipote; e pieno di gioia per il di lui ritorno, se lo strinse affettuosamente al seno; e voleva a forza che, riposti i cavalli, sì lui che i due che lo seguivano pernottassero nel convento; ma Palamede insistendo di voler giungere a Milano, il frate l’obbligò a prendere almeno un reficiamento: il che venne accettato, con gran giubilo dello scudiero, cui dava maggior pensiero la fame che la memoria dell’abbandonata Maria. Levati i freni ai cavalli, che si lasciarono nel cortile del monastero a pascer l’erba, vennero gli ospiti condotti a capo d’un lungo porticato entro una sala prossima al refettorio, dove in un istante, per ordine dell’abbate, dai frati serventi fu imbandita una mensa. Mentre Palamede si ristorava coi cibi, frate Baldizone, sedutoglisi di prospetto, dopo averlo richiesto de’ suoi viaggi e delle sue venture: «Senti, figliuol mio (gli andava dicendo), tu ritorni in una città in cui la dimora è assai pericolosa e per la vita temporale e per l’eterna. Per la temporale, perchè, come avrai inteso, pel recente cambiamento di principe gli odii e le vendette hanno ora un libero campo; e quantunque valoroso di braccio, o potresti essere a tradimento offeso, o dal signore dello stato, per ingiustizia, fatto prendere e mal versare; dell’eterna corri pericolo, non già per i molti vizii che infestano quelle mura, per la licenziosa e corrotta vita de’ signori fra cui tu abiterai, chè di ciò ti guarderanno i riserbati e saggi tuoi costumi, ma bensì per le massime perverse che si vanno spargendole che qual veleno sottilissimo s’insinuano nella mente, corrompono lo spirito, e lo portano all’eterna perdizione. Queste massime, di cui ti parlo, sono quelle de’ Ghibellini, sacrileghi disprezzatori degli ordini del pontificato, contro cui van cercando d’armare tutte le città d’Italia ed anche i principi lontani. Ti guarda da loro siccome da serpi insidiosissime.»

Palamede, che era in cuor suo Ghibellino, perchè nutrito alla corte dei Visconti, che, sempre in guerra con Roma, favorivano le parti ad essa nemiche in Firenze, in Parma, in Bologna, e più nella loro propria città, rispose con un cenno di capo ai consigli dello zio, che, essendogli noto qual ardente Guelfo, non osava contraddire. «Tu non avrai di certo sopra di te (proseguì l’abbate) un salvacondotto di Giovan Galeazzo; e siccome fosti amico di Bernabò, io ti consiglio a non entrare in Milano nè da Porta Renza, nè dalla Tosa, nè dalla Nuova, specialmente avvicinandosi la sera, ma ci entrerai dalla Pusterla Brera del Guercio[12]; ove, se t’avvenisse contrasto alcuno, potrai farti giovare dal padre Lanfranco Guinicelli, detto il Guelfo Bolognese, priore del colà vicino convento di San Marco del nostro ordine degli Agostiniani. Io ti darò per lui un foglio, ed a quello potrai aver ricorso in qualsiasi traversia, ch’egli ti gioverà co’ suoi santi consigli e coll’oro, e troverai entro le mura del suo convento un inviolabile asilo.» Terminate queste parole, chiamò un frate, e gli bisbigliò qualche motto all’orecchio: questi tosto si ritrasse; e Baldizone fece invito a Palamede di salire nella parte superiore del convento, onde vedere e venerare la camera in cui avea dormito la notte dei dieci maggio 1251 il papa Innocenzo quarto. Due frati li precedettero per i schiudere e spalancare alcune massiccie porte; e il cavaliero seguito dall’abbate entrò in una vecchia camera, assai meno delle altre ornata, che accusava l’antica povertà del convento a raffronto della sua allor vigente prosperità. Entro quella camera stava un letto con grossolane cortine, e pochi altri mobili mezzo rosi dal tarlo. I frati s’abbassarono ginocchioni, e baciarono le cortine di quel letto e l’inginocchiatoio che gli stava a fianco, sul quale il papa aveva fatte le sue serali e mattutine preghiere; e Palamede fu costretto a far lo stesso. Uscendo da quella camera, l’abbate indicò a Palamede le mura del vicino spedale da poco tempo da loro stessi riedificato ed ingrandito. Quando furono a piè delle scale, quel frate a cui Baldizone avea parlato, gli si presentò con una pergamena scritta in latino, su cui l’abbate impresse il sigillo nella cera, che a tal uopo vi stava distesa; e arrotolatala, la consegnò al cavaliero, dicendogli essere la lettera per frate Lanfranco di San Marco. Il cavaliero la ripose, porgendogliene vive grazie; ordinò allo scudiero di allestire i cavalli, abbracciò lo zio; e salito in arcione, uscì, seguito dagli altri due, dalla porta del convento.

Lasciato Carsenzago, pervennero rapidamente a Gorla, e poco dopo questo villaggio cominciarono a discernere fra le piante alcuni campanili di Milano. Già forte batteva a quella vista il cuore a Palamede; e tutto l’indomabile amor di patria invadendolo, con dolcissimo palpito il commoveva nell’imo petto: se non che sorse crudelmente ad amareggiare quella contentezza il pensiero della lontananza di Ginevra, e l’idea dei tanti ostacoli ed umiliazioni che dovea affrontare onde giungere a farla sua; nè dall’ondeggiamento doloroso di timori e speranze, che forte l’assalì, valse a distrarlo l’ampia vista che al cominciar d’una diritta via a lui si offerse, delle torri, delle cupole, delle mura di Milano. Immerso in tristi pensieri, là dove avea sperato non risentir che gioia, rallentò il moto del proprio cavallo; e procedendo verso la città, deviò sulla destra dalla strada maggiore che entrava per Porta Renza, dirigendosi per un viottolo al sobborgo di San Marco, onde entrare nella città dalla pusterla Brera del Guercio, come lo zio gli aveva detto di fare.

Non era allora Milano compreso entro lo spazioso giro di mura in cui ai nostri giorni si trova. Quest’ampia e ricca città, regina d’una fra le più belle parti d’Italia, la Lombardia, in mezzo alle cui feconde pianure s’innalza maestosa, era antichissimamente villaggio degli Etruschi; andò d’età in età ampliandosi a cerchii concentrici, ed ai nostri tempi la vediamo ciascun giorno ripulirsi dalla ruggine de’ barbari secoli, e gareggiare colle più cospicue d’Europa per l’eleganza delle sue vie, de’ suoi palagi, de’ templi, de’ teatri, de’ pubblici monumenti. Ammasso di capanne di pastori allorchè l’Insubria era abitata da’ suoi primi popoli, prese Milano, siccome d’età in età se ne sparse la storia, il nome e la forma di città, sei secoli circa avanti l’era nostra, da una colonia di Galli Senoni, che condotti dal loro capo Belloveso valicarono le Alpi, scacciarono gli Etruschi, e si fecero abitatori di questa florida terra. Quattrocento anni dopo, la Romana repubblica, che già potente dispiegava le grandi ali del suo dominio, essendo consoli Gneo Cornelio Scipione e Marco Marcello, vinse e s’impossessò di tutto il paese fra il Po e le Alpi, il quale venne chiamato col nome di Gallia cisalpina. Milano allora divenne sede d’un presidio romano. Non offrendo questa nè per coltura nè per scienze, arti o ricchezze, attrattive a quei dominatori del mondo, non figura nella loro storia che a causa d’un tratto di spirito di Giulio Cesare, che dona risalto alla semplicità della vita e de’ costumi di quei cittadini che veniano dai corrotti Romani derisi. Sebbene però quasi pel corso di cinque secoli fosse tenuta in nessun conto, essendo in questo tempo la Gallia cisalpina stata compresa nelle provincie d’Italia, Milano, divenuta città romana, ebbe qualche maggior decoro; e vuolsi fosse allora per la prima volta cinta di mura, le quali comprendevano uno spazio assai angusto a fronte del vasto cerchio entro cui attualmente si stende; e si può dire che la città d’allora non fosse che il nucleo di ciò che dovea col tempo diventare. Designando i luoghi coi nomi che presero dopo lunga età, si ha fondamento di credere che quelle mura passassero nel sito ove ora stanno San Giovanni in Conca, Sant’Ambrogio alla Palla, San Maurilio, le Meraviglie, la Scala, l’Agnello, San Fedele, e di là si ricongiungessero con una linea poco eccentrica.

L’innocenza e la bontà dei costumi degli abitanti, la semplicità del loro vitto, delle vesti e di ogni abitudine della vita, la rozza e semplice forma degli edifizii, de’ templi, delle mura durarono in Milano fino a tanto che i Germani, superate le Alpi, incominciarono nel terzo secolo dell’era a molestare colle scorrerie l’impero. I romani imperatori, ond’essere più pronti alla difesa de’ confini che i Barbari tentavano violare, portarono la loro sede in questa capitale dell’Insubria, recando seco loro il lusso e la magnificenza, e fecero di Milano una seconda Roma. Massimiano Erculeo sul finire del terzo secolo, dopo avere abbellite Cartagine e Nicomedia, venuto in questa città, si diede ad ornarla con opere grandiose. Fu per ordine di lui che nuove fortissime mura, erette con grossi massi e munite di distanza in distanza di quadrate torri, cinsero Milano con un giro assai più vasto del primo. Nove furono le porte aperte in quelle mura; ed a ciascuna di esse corrispondeva un quadrivio, cioè uno spazio in cui concorrevano molte strade, un solo dei quali ritenne fino a’ dì nostri quel nome sotto il corrotto vocabolo di Carrobbio, che sta ove aprivasi in allora la Porta Ticinese. Le altre si erano la Porta Erculea, che trovavasi al terminare dell’ora contrada degli Amedei; la Romana, che era al cominciare del Corso presso la contrada della Maddalena; la Tonsa, al finir di San Zeno; l’Argentea, detta Renza od Orientale, al Leone; la Nuova, presso San Francesco di Paola; la Comasina, a San Marcellino presso la contrada del Lauro; la Giovia, al terminare di San Vicenzino; e la Vercellina, detta, come si vuole, di Venere, a Santa Maria alla Porta. Oltre queste mura, Milano fu in que’ tempi decorata d’un circo, d’un teatro, di varii palazzi imperiali, di molti tempii, fra i quali magnifico era quello di Ercole fuori della Porta Ticinese, la cui grandezza ci è ancora attestata da un avanzo delle colonne del peristilio, che stanno presso San Lorenzo. Ebbe monumenti ed archi di trionfo, il più celebrato de’ quali fu l’Arco Romano, che era una gran torre quadrata sostenuta da quattro immani pilastri, ornata di trofei, e formante una gran porta trionfale che esisteva ove ora trovasi il Ponte di Porta Romana.

Durante tutto il quarto secolo Milano gareggiò con Roma, e la vinse in fasto ed in potenza; ma al finire di quello s’ecclissò la gloria della nostra città, per non risorgere che dopo una lunga serie di anni. I destini del mondo stavano per cangiarsi. Torrenti di Barbari piombati sul colosso dell’impero di Roma lo crollarono affatto, e immersero l’Europa nelle guerre, nelle superstizioni, nell’ignoranza profonda. Sola, in tanto naufragio, una nuova religione, la cristiana, prosperava ed ergeva vittoriosa l’emblema di un divino sagrificio sugli altari dell’abborrito politeismo. Milano accolse la nuova dottrina allorchè essa era ancora in fiore; e l’importanza delle sue ecclesiastiche dignità fu pari a quella delle politiche. Ai vescovi metropolitani di Milano furono suggette tutte le città da Coira a Genova, da Brescia a Torino. Questo potere dei vescovi milanesi salvò in varie epoche la città dallo sterminio totale, e le ridonò un grado di splendore fra le città italiane.

Il primo colpo funesto fu recato a Milano da Attila, che, guidando gli Uni nel 452, assediò, vinse e pose la città a ferro e fuoco; mal ristorata ancora da questa offesa, nel 539 fu da Uraia, condottiero de’ Goti, riconquistata; e così acerbamente, come a lui dettava l’amore della vendetta, trattata, che più non apparve che quale ammasso desolato di ruine. Quasi tutti i monumenti della passata grandezza perirono sotto il gotico ferro, e appena ne rimasero i nomi.

I Longobardi, fattisi sovrani dell’alta Italia, cui diedero il loro nome, si rifiutarono di soggiornare in una città per gran parte distrutta; e scelta per loro sede reale Pavia, Milano venne posta nel numero delle minori città. Cinque secoli bastarono appena per ricomporre sugli atterrati avanzi di Milano, capitale dell’Insubria e residenza dei romani imperatori, una città longobardica, senz’ordine nella distribuzione, e con forma o gotica o affatto barbara negli edifizii, con poche chiese del gusto di que’ tempi, sparsi qua e là di spazii non riedificati, che divennero campi coltivati, detti Broli, Brere e Pasquari. I soli vescovi, che presero titolo d’arcivescovi, tenendo una corte cardinalizia, mantenendo con pompa la loro dignità, che dura stabile fra il continuo cangiare del politico dominio, divennero poco a poco quasi principi; e il popolo più a loro obbediva, che ai duchi e ai conti che qui sedevano governatori pei Longobardi e pei Franchi. Agli arcivescovi si deggiono molti ristauri ed erezioni di edifizii; specialmente ad Ansperto di Biassonno cui va ascritto l’ingrandimento della città dal lato di Porta Vercellina.

Guerre intestine ed esterne per frivole cause, ribellioni, sottomissioni, furono i fatti dei Milanesi sino verso il mille; nella qual epoca, sottrattisi al dominio degli Imperatori di Germania, si eressero in repubblica, che durò sino al 1162, nel qual anno furono vinti da Federico Primo Barbarossa, che presa la città la fece per la terza volta distruggere, non in modo però, come fu scritto, che tutte le chiese e gli edifizii venissero pareggiati al suolo, poichè varii fabbriccati costruiti anteriormente a quel tempo sussistono ancora a’ nostri giorni. Dopo replicate battaglie, stabilitasi la pace, i Milanesi rientrarono nella loro città; e la ricostrussero, tenendola dentro il giro di fortificazioni che aveano fatto contro Federigo, le quali consistevano in una gran fossa ed un terrapieno, detto allora Terraggio, che cingeva la città nella linea stessa su cui corre attualmente il Naviglio; e così stette sinchè nel 1330 Azzone Visconti, signore di Milano, fece dare a quel terrapieno la forma di mura, e fece costruire massicce porte munite di ponti levatoi, di stanze per le guardie, e di sarasinesche che pesantemente le chiudevano. Varie di quelle porte furono atterrate a’ dì nostri per abbellire la città, ma alcune ne esistono ancora presso i ponti del Naviglio.