Dentro questo giro di mura stava Milano quando Palamede collo Scudiero e l’Aríolo, dopo aver fiancheggiato il baluardo che divideva dalla città il convento e la chiesa di San Marco, arrivarono alla pusterla detta Brera del Guercio. Sebbene i cavalli, passando sul ponte levatoio, ne facessero rimbombare del suono delle ferrate spranghe la volta della porta, il portinaio, o si trovasse lontano, o negligentasse d’uscire per assicurarsi se erano cittadini o stranieri, loro non si presentò, ed essi procedettero innanzi.
Già la sera s’avanzava, e appena gli ultimi raggi del crepuscolo vedeansi leggiermente rischiarare i tetti delle alte case e le sommità dei bruni campanili e delle chiese: pochi passi dentro la pusterla, a sinistra folte piante, avanzo dell’antica Brera, cingevano il piccolo convento degli Umiliati, che stava ove ora s’innalza il palazzo delle scienze ed arti; più avanti si apriva la contrada, che s’internava ristretta fra alte case, le cui sporgenti tettoie ne aumentavano l’oscurità, ed offriva in quell’ora più l’aspetto di un sotterraneo che d’una via cittadinesca. In quella strada, preceduti dall’aríolo, posero i cavalli Palamede e lo scudiero, rallentandone il passo, perchè essa era, come tutte le altre di Milano, piena di inciampi e di buche, e nella notte pericolosissima. Non iscorgevasi luce alcuna, fuorchè quella di qualche rado lume che vedevasi trasparire qua e là dalle vetriate delle finestre di alcune elevate case; poche persone, di cui non si scorgeva che in nero la forma, vedevansi entrare ora in una, ora in altra delle porte che erano per la maggior parte già chiuse. Al terminare della contrada di Brera la strada s’allargava innanzi ad un monastero che era detto la Casa delle Umiliate di Blasonno; poscia restringevasi tosto alla chiesa di San Silvestro e continuava così ristretta sino a Santa Maria della Scala, che Palamede stupì di scorgere innalzata, non essendosene, quand’egli partì, che poste le fondamenta per ordine di Regina della Scala moglie di Bernabò.
Passata la Scala, entrarono in un viottolo che passava per mezzo alle ampie ruine delle case dei Torriani, che da settant’anni e più stavano ammucchiate là dove surse e si trova tuttora San Giovanni alle Case Rotte: proseguendo il cammino lungo il muro della chiesa di San Fedele vennero nella contrada di San Raffaello, una delle sei chiese che contornavano il tempio di Santa Maria Maggiore Iemale, la quale occupava una parte dello spazio su cui un anno dopo dovea innalzarsi il grandioso Duomo; e lasciata alla sinistra questa chiesa, ed alla destra Santa Tecla che le stava di fronte, giunsero al palagio del marchese Azzo Liprando. Serrata ne era cautamente la porta, cui ricopriva una lastra di ferro cesellata; e l’aríolo coll’impugnatura dello stocco battendovi ripetutamente, per ordine di Palamede, ne trasse un rumor forte. A quelle busse s’affacciò il portiere ad uno spiatoio, e addomandò chi fosse; «Sono Palamede (disse il cavaliero); non mi riconosci, o Gottardo?» Gottardo il riconobbe, e corse colle grosse chiavi a disserrare la porta e spalancare i battenti. Al cigolar di questi, al calpestio de’ cavalli sul lastricato del cortile, tutti gli abitanti della casa furono in moto: in un istante la novella dell’arrivo di Palamede vi si sparse; molti doppieri risplendettero sulle scale e sulle finestre. Leone e Guido, figli del marchese Azzo, discesero rapidamente all’incontro del cavaliero che amavano più che fratello, e si precipitarono l’uno nelle braccia dell’altro. Dopo lunghi amplessi, Palamede, salendo le scale fra loro e le altre persone della casa, entrò nella sala ove l’attendevano Azzo colla moglie Ricciarda, che l’abbracciarono teneramente, ed Adelaide loro figlia, la quale arrossendo ricevette e gli porse sulla fronte un fraterno bacio. Al primo sfogo di un’affezione viva e sincera succedette uno scambio d’inchieste e di risposte, ed uno interessarsi a vicenda delle disavventure e delle prosperità, che avrebbe protratto quel conversare troppo a lungo, se non fosse stato interrotto da Ricciarda, che consigliò Palamede a ritrarsi al riposo, di cui già da molto tempo abbisognava, e che in quella notte a causa della ferita, della cui doglia si risentiva, e dell’agitazione dell’animo, ardentemente bramava.
CAPITOLO VII.
La bellicosa ampia Milan di lieti
Inni eccheggia, e di cantici devoti.
Splendon del maggior tempio le pareti
Per cento fiammeggianti auree lumiere.
Grossi.
Allorchè Palamede schiuse gli occhi dal sonno, che avea ristorate le sue forze e recatagli la calma nel cuore, splendeva già il sole sul rustico muro che di prospetto alla finestra della sua camera chiudeva il giardino. La luce, gli addobbamenti, gli arnesi che ornavano quella stanza, destarono un’impressione vivissima nel suo spirito, che rinfrancato dal riposo si riaprì pieno di sensibilità alle tenere sensazioni. Ancora fanciulletto avea Palamede perduti entrambi i genitori. Alberto de’ Bianchi, conte di Velate, suo padre, essendo stato creato console di giustizia della città di Milano, era perito, vittima dello zelo pel pubblico bene, nella peste che desolò questa città nel 1361; e sua madre Gella Pusterla scese col marito nella tomba, uccisa dal velenoso miasma che le sue cure per lui le avevan fatto assorbire. Alberto andava congiunto in istretto parentado con Ricciarda, venuta allora a nozze col marchese Azzo Liprando, uno de’ più fidati di lui amici, per cui, vicino a spirare, fece ad essi loro consegnare l’infante Palamede, affidandogli la cura d’educarlo e d’amministrarne il ricco patrimonio. Troppo era sacra pel generoso Liprando la parola d’un moribondo amico, onde egli ne tradisse i voti usurpando gli averi, o trascurando pensatamente il suo pupillo: ciò che in que’ tempi sarebbe stato per un iniquo assai facile impresa, poichè ne porgevano agevoli mezzi e i molti chiostri, in cui racchiusi giovinetti inesperti venivano con lusinghe o spaventi forzati a vestir l’abito monacale, ed a rinunziare a doviziose sostanze, e i facili raggiri forensi in tanta confusione e assurdità di leggi, e le molte guerre, in cui se aizzato con mal consiglio un giovane guerriero rimaneva indubitatamente estinto. Azzo all’incontro tenendo sempre il giovinetto Palamede presso di se, ne coltivò con tutto il potere il mansueto animo, lo svegliato e dolce ingegno, la destrezza e la forza; e fece di lui uno de’ più compiti giovani signori di quell’età, che a tutti veniva proposto a modello di bravura nelle armi e di moderatezza e leggiadria di costume. Tante doti e il suo candido animo l’avean reso assai caro a tutte le persone di quella famiglia, dove era amato qual figlio e qual fratello, e nella cui casa, prima della sua guerriera spedizione, avea sempre dimorato.