Quante aurore nella sua infanzia e ne’ primi anni della giovinezza lo avevano veduto in quella camera istessa, nella quale nulla era alterato, risvegliarsi, colmo il cuore del sentimento felice che abbella la prima esistenza, e di cui non si perde mai la rimembranza, o colla mente assorta nei pensieri della gloria dell’armi, o nella speranza e le gioie d’amore! Trapassò al cavaliero come un lampo fugace della fantasia la memoria delle sue lontane imprese, e di ogni fatto accaduto; e ripensando ai dolci momenti che prima della sua partenza egli aveva in Milano e in quella istessa casa trascorsi, immerso nel pensiero della sua Ginevra, gli sembrava che l’ora consueta battesse in cui concesso gli era vederla nel di lei palazzo; e stava in questa soave illusione, quando un rumoreggiare di turbe e gridi di Viva Giovan Galeazzo, Viva il conte di Virtù, che a lui dalla sottoposta contrada salivano, gli ridestarono con maggior vigore l’amara riflessione della realtà: onde un dolor cupo l’invase, poichè pensò al suo ed al destino della fidanzata prigioniera.
Al tumultuare del popolo, ch’ora s’allentava, ora andava crescendo, si frammischiò il tintinnare delle campane delle chiese vicine e delle lontane torri. Palamede stette sulle prime in forse, fosse nata qualche sollevazione di plebe; ma distinguendo fra i suoni, a cui porse attento orecchio, il tocco grave e rimbombante della campana del gran consiglio, si persuase che dovea essere la chiamata a radunanza degli ottocento, onde stabilire qualche nuova legge o statuto: per tale fatto egli determinossi di recarsi fra il popolo, o riunirsi, secondo avrebbe dato il caso, agli uomini d’armi della sua parrocchia, di cui era uno de’ capitani, e al possedimento del qual grado tanto maggior titolo s’aveva per la fama di valoroso ed esperto acquistata nelle guerre dei Veneziani. Così operando, rifletteva fra se, gli sarebbe dato scoprire quali pensieri nutrissero i Milanesi intorno alla loro nuova signoria; e se nulla egli poteva intraprendere a favore di Bernabò, avrebbe cercato almeno di guadagnar l’animo d’alcuno fra quelli che avvicinavano il principe, onde ottenere che gli fosse conceduta in isposa Ginevra.
Entrarono in questo mentre i servi nella stanza di lui ad abbigliarlo, ed egli fece chiamare Enzel Petraccio, il quale si presentò recando una fiala d’acqua ch’ei diceva portentosa, onde rimedicargli la ferita del braccio, già quasi all’intutto rimarginata. Allorchè furono i servi allontanati, «Da che proviene (disse il cavaliero all’aríolo) il gridare di popolo e suonar di campane che già da qualche tempo mi ferisce l’orecchio? — Oh! (rispose Enzel) non vi potete immaginare, signor cavaliero, qual movimento ci sia quest’oggi in Milano! da che provenga, di certo io ancora non lo potei scoprire; ma parmi da ciò che si va narrando qua e là, che sia a causa delle novità che il signor Giovan Galeazzo ha ordinate, le quali debbono riuscire molto gradite a questa gente. — Pur troppo (mormorò fra se Palamede) Bernabò lasciò largo e facile campo a chi gli successe nel dominio di farsi amare dai soggetti!... — Per tutto (proseguì l’aríolo) s’incontrano uomini e donne festeggianti e genti allegre che fanno gli evviva; per tutto veggonsi ricchezze, che sembra che l’oro e l’argento sian caduti dalle nuvole; i soldati delle porte e delle parrochie hanno pulite le loro armature e infisse le penne nei morioni; i capitani si scorgono risplendenti come soli; le tuniche nere dei signori del consiglio appaiono in ogni strada, e dicesi che l’arcivescovo, i vicarii di provvisione e il podestà s’abbiano a raccogliere nel broletto nuovo. Non vi saprei ben dire quanti forestieri trovansi ora in questa città, tanto si è il loro numero: Pavesi, Veneziani, Francesi, se ne incontrano assai. Basta ch’io vi narri che a causa della solennità di questo giorno, per sino messer Beltramo speziale avea tutta adorna la sua bottega con paramenti, quand’io v’entrai per comperar quest’acqua, segreto mirabile che possiede egli solo, e mi narrò, che deve verso il mezzodì recarsi a Sant’Ambrogio, per porsi a fianco di maestro Arnolfo capo del Paratico degli speziali, il quale ha ad assistere al gran consiglio. — Ho grand’uopo, in questo giorno, dell’opera tua (l’interruppe Palamede abbassando la voce, e dispiegandola in modo d’additargli che gli confidava un importante incarico); tu devi recarti fra il popolo, ascoltare, penetrare, interrogando ciò che si pensa di Giovan Galeazzo e Bernabò e ritenere quanto si va dicendo di questo e di quello; scoprire, se puoi, quali siano i partigiani dell’uno e dell’altro, ed isvelare se il principe prigioniero possegga ancora qualche caldo amico; devi spiare cosa sente il nuovo signore ed i suoi, de’ partigiani di Bernabò, e se contro questi si tramino sorprese o tradimenti; e fra i forestieri devi porgere orecchio per udire se qualcuno mal vegga questa usurpazione di stati, e se ne mediti vendetta: in somma cerca di scoprire i pensieri, i divisamenti del popolo, dei signori, degli estranei, per riportarmeli fedelmente, poichè tutto io mi prometto dalla fina arte tua. — Non dubitate, signor Palamede, io farò tutto quello che sarà in mio potere per compiacervi; poichè vi assicuro che tanto la vostra, quanto la felicità della signora Ginevra mi stanno veramente a cuore — Ebbene sappi (rispose Palamede a tai detti, stringendogli una mano affettuosamente), quanto io ti debbo per avermi salvo da un assassinio, sarà un nulla nella misura della mia riconoscenza a fronte di quanto meriterai da me se giungerò per tuo mezzo ad ottenere la figlia di Donnina.»
Dopo queste parole, l’aríolo, fatta riverenza al cavaliero, pieno di allegrezza per la persuasione che possedeva la confidenza e l’affezione di lui, uscì aguzzando gli occhi, tutto in se raccogliendosi, torcendo il collo ed avanzandolo, come se si trovasse di già fra la moltitudine di cui dovea osservare i moti e raccogliere le parole. Palamede, preceduto da un valletto, lasciò le sue camere e recossi nella sala dove l’attendeva la famiglia di Azzo.
Quivi entrato abbracciò Leone e Guido, ed a Ricciarda, che amorosamente qual madre l’accogliea, baciò con trasporto la mano. S’immaginò bentosto la cagione per cui vedeva Guido involto in una bruna zimarra col nero berretto del consiglio, e Leone vestito a tutto punto d’una armatura lucente colle piume ondeggianti sul cimiero. Stava per ritrarne, interrogandoneli, più certa cognizione, allorchè spalancati i battenti della porta entrò colà il marchese Azzo. Una ricca veste di colore scarlatto broccata in oro lo ricopriva, e vedevasi su di essa nella parte che gli vestiva il petto, da destra ricamato lo scudo argenteo di Milano colla croce rossa, da sinistra due vipere ondeggiate, collocate paralellamente in senso opposto, chiuse in gira da questo motto in caratteri gotici colore di sangue: Vipera victrix audet, lo che era lo stemma della famiglia Liprando; tenea sul capo un berretto pure scarlatto con fiori d’oro, sotto cui rìcadeangli sul collo le chiome che incominciavano a incanutire; a fianco gli pendea una lunga spada in ricca guaina, e tale era l’abito dei vicarii di provvisione, uno de’ quali era appunto il marchese Azzo. I figli e Palamede al suo apparire gli si fecero incontro ad abbracciarlo; il marchese rendendo l’amplesso, e fissando con molta compiacenza gli occhi in volto a Palamede, ad un tratto si turbò, scorgendogli nelle pupille le lagrime che stavano per ispuntare. Palamede abbassò il capo; Leone e Guido si fecero muti, e tutti intesero qual segreta causa spingeva sul ciglio di lui quella stilla involontaria di pianto.
«Mio diletto figlio (rompendo pel primo il silenzio, disse il marchese con voce affettuosa rivolto a Palamede), conosco che tu sei già fatto consapevole del grande avvenimento che cangiò le sorti nostre e di tutta questa città, per cui vedi che siamo stati in oggi chiamati a riordinare e creare nuovi statuti, onde migliorare le condizioni generali della nostra patria. Se la mano di Dio e del glorioso Sant’Ambrogio hanno gravitato sul capo di Bernabò, egli, è d’uopo confessarlo, provocò questo castigo colle sue azioni, poichè eravamo oramai da’ suoi capricciosi scialacquamenti, dalle sue tirannie e dalla prepotenza de’ suoi figli ridotti agli estremi; nè sicurezza di vita, di sostanze o di onore più ci rimaneva. Ciò che al cuore veramente mi pesa, si è che la marchesa Donnina de’ Porri, mal fidente nella moderazione del conte di Virtù, s’abbia condotta seco in prigionia la tua Ginevra. Pensai quanto recasse affanno a lei l’essere strascinata lontana da queste sue native mura, pressochè nello stesso istante in cui tenea per fermo che il tuo ritorno avrebbe coronate le sue vive speranze; e sento per te quanto t’angosci una sì ardente brama delusa, da poi che tanto ti eri adoprato ad ottenerla. Ma ti conforta, mio Palamede, e t’assicura: Giovan Galeazzo è principe umano, saggio, generoso, egli non vorrà or certo opporsi a’ tuoi desiderii negando concederti che ritrar possi dal castello Ginevra; nè ciò ti negheranno Bernabò e Donnina che teco l’han fidanzata. Io, te ne accerto, non poserò in quiete il capo sugli origlieri che non abbia con tutte le posse adoperato per ottenerti la donna che il tuo cuore ha scelta a compagna.»
A tali parole, che la dolce ed autorevole voce e la fisonomia imponente, ma nel tempo stesso assicurante, del marchese rendevano insinuanti e solenni, il cuore di Palamede fu penetrato da consolatrici riflessioni che lo riapersero alla speranza: quindi il rasserenarsi dell’anima si palesò sul di lui volto con un sorriso, e Guido e Leone gli si accostarono, parlandogli ciascuno della bontà di Giovan Galeazzo, e traendone sicuro argomento che avrebbe ottenuta l’amata fanciulla. Ricciarda e la figlia Adelaide avevano, siccome il lungo amichevole affetto ad esse imponeva, appressate Donnina e Ginevra sino agli ultimi momenti in cui eran rimaste libere in Milano; e fu innanzi a loro che l’innamorata donzella diè libero sfogo alla piena di dolore che opprimeva il suo cuore, lacerato dall’orribile idea di essere condotta lontana, e forzata, come ella pensava, a perdere per sempre l’oggetto dell’amor suo più ardente, alla cui mano per le nuziali promesse avea acquistato diritto. Avevano esse miste le loro alle lagrime di Ginevra, ed ogni via tentata per consolarla, ma vanamente: per cui, quando videro Palamede trafitto dall’angoscia della di lei perdita, cedere al pianto, nella mente loro s’appresentò l’immagine della desolata Ginevra; e vivamente commosse dalle sventure di que’ fidanzati, intenerite, a grave stento frenavano i singhiozzi e le lagrime; ma al racconsolarsi di Palamede per le parole di Azzo, esse pure si allegrarono, sperando che un giorno esso sarebbe felice; ed Adelaide a lui s’appressò con seducente ingenuità, e fisandogli in viso gli occhi ancor umidi di pianto, disse: «La tua Ginevra m’impose d’invocare ogni giorno dalla Vergine il tuo ritorno, e ti assicuro che mai non passò sera che io prostrata innanzi alla sua immagine, a cui offriva i più freschi fiori, non gli chiedessi con tutto il fervore una tal grazia, ed ella m’esaudì, ed esaudì pure nostra madre, che tante volte mi guidò nella chiesa a pregar seco per la tua salute.» Palamede affettuosamente abbracciandola palesò a lei, a Ricciarda e ad Azzo la sua gratitudine per la cura che di lui s’eran presa, e disse a Leone che bramava, qual capitano dei militi della parrocchia, porsi in arnese guerriero, ed uscire seco lui ond’essere spettatore della radunata del gran consiglio, se però l’essere stato uno degli amici di Bernabò non gli poteva attirare l’odio o le insidie dei governanti. Leone gli rispose che erano stati prescelti alcuni de’ capitani d’armi per accompagnare i gonfaloni delle Porte al Broletto nuovo, e ch’esso, come uno de’ più distinti, ne verrebbe ricercato; e l’assicurò che scacciati i figli di Bernabò e i ministri delle loro perfidie, nessun altro cittadino era stato molestato; per cui poteva ciascuno vivere tranquillo, e più di ogni altro gli uomini valorosi, pe’ quali il Conte di Virtù avea grande stima. S’allontanò Palamede, e ritornò coperto delle sue armi, portando a tracolla la ciarpa azzurra, dono di Ginevra, da cui pendeva la ricca sua spada; s’accompagnò con Leone, e, seguito dagli scudieri, lasciò il palazzo.
Era prossima la metà del giorno, e le campane ripetevano coi romorosi suoni la chiamata al gran consiglio. Per tutte le molte strade che conducevano da Sant’Ambrogio al Carrobbio di Porta Ticinese, di là per San Giorgio alla Piazza del Broletto nuovo (ora de’ Mercanti) era un’onda di popolo innumerevole. Dovea l’arcivescovo, che trovavasi essere in quell’epoca Antonio di Saluzzo, assistere coi principali del clero alla grande adunata. Abitava esso nel monastero di Sant’Ambrogio, imperocchè il palazzo arcivescovile, che sorgeva poco lungi dall’attuale, ma più dal lato di santo Stefano, ruinoso e disadorno com’era, non offriva una degna abitazione a sì eminente prelato. Al tempio di Sant’Ambrogio s’eran quindi recati sei vicarii di provvisione, un distinto numero di consiglieri, consoli di giustizia, rettori della comunità scelti da ogni porta, e due vicarii del principe Giovan Galeazzo, onde assistere alla celebrazione de’ divini ufficii, indi condurre l’arcivescovo alla sala del consiglio. Dopo avere con gran pompa Antonio compite le sacre funzioni, s’avviò col numeroso seguito al Broletto.
Sui terrazzi delle case, sui balconi e sotto gli acuti archi delle finestre stavano affollati i fanciulli e le donne spettatrici del generale movimento, e in attenzione del passaggio dell’arcivescovo colla sua nobile comitiva. Ai balconi de’ palazzi scorgeansi le dame e le ricche donzelle far gran mostra di drappi d’oro, di piume, di cinti e catenelle, ed aversi da un lato panieri di fiori, onde tenere profumata l’aria d’intorno. Anche nelle case però de’ meno agiati cittadini e della plebe miravansi le donne non prive di ornamenti, ed alcune portare assai preziosi gioielli: il che non doveva a que’ giorni recar meraviglia, poichè nel sacco dato dal popolo ai palagi di Bernabò che era la rocca di Porta Romana, ed a quelli de’ suoi figliuoli, furono rinvenuti ed involati gioielli, addobbamenti, preziose vesti e suppellettili pel valore di molte migliaia di fiorini d’oro, oltre ingenti somme di denaro, e ciò tutto era passato nelle mani delle persone del popolo e de’ cittadini.
Quel luccicare dell’oro e delle gemme, lo splendore delle vesti per le finestre ed i balconi, che si prolungava variatamente lungo le pareti delle contrade, ottenea vivace risalto dal contrasto che vi faceano i bruni colori delle rozze muraglie delle case, delle chiese, de’ palazzi, le quali ove erano costrutte di pietre le aveva il tempo annerite, ed ove formate di mattoni, si lasciavano senz’intonaco, chè così volea l’uso de’ tempi: quindi gli edifizii nuovi rosseggiavano, e i vecchi imbrunivano a norma dell’età rispettiva.