La sala del consiglio era un’aula amplissima, la cui volta, non molto elevata, andava dipinta a fondo azzurro con stelle d’oro, le mura delle pareti erano di marmo con una fascia superiormente d’ornati in rilievo rappresentanti figure d’animali ed arabeschi; in ciascuno dei quattro angoli stava uno stemma della città di Milano. Sur un gran seggio elevato coperto di velluto cremisino sedeva il podestà, a’ suoi fianchi stavano pur seduti i due vicarii del principe, e dietro a loro eran paggi e cancellieri, poscia quei di provvisione, indi tutti i consoli di giustizia, i rettori delle comunità, i consiglieri a varii ordini; di fronte al podestà stava sur una elevata sedia, protetta da un baldacchino con frangia d’oro, l’arcivescovo circondato dal clero. Alla destra parte del podestà, dietro ai consiglieri, stavano ritti in piedi i gonfalonieri coi vessilli ed i capitani d’armi, alla sinistra gli anziani delle arti ed i loro collaterali. Quando furono quivi tutti raccolti e disposti i numerosi componenti del consiglio, s’avanzò un cancelliere, davanti a cui un giovinetto paggio recava una guantiera d’argento su cui vedeansi varii rottoli di pergamena coi contorni dorati; il cancelliere venuto innanzi a Demetrio Cidonio vicario del principe, che stava alla destra del podestà, l’inchinò profondamente, e dal paggio, che piegò un ginocchio sui gradi dell’alto sedile, fece a lui porgere quelle pergamene. Demetrio, alzatosi in piedi, una ne prese, la svolse e si fece a leggerla con robusta voce. Era l’accusa di Bernabò. Quasi tutti gli uditori, o vinti da Giovan Galeazzo, o stati offesi dall’altro signore, applaudirono e confermarono quelle imputazioni, sebbene molte ve ne fossero false ed altre assurde, siccome quella delle arti magiche che si dicevano adoperate da quel principe onde il nipote non avesse prole; ed allorchè il vicario conchiuse che per giustizia e diritto, imperocchè Venceslao imperator d’Alemagna avea il solo Giovan Galeazzo investito della signoria degli stati Lombardi, a lui solo appartenea il dominio, tutti si alzarono gridando: Viva Giovan Galeazzo, viva il conte di Virtù nostro signore; e s’udirono le trombe annunziarlo al popolo, ed il popolo far eco con altri viva.
Fra i pochi avversi all’applaudire al nuovo signore, il più ardente si era Palamede che, offeso dalle calunnie con cui udiva venir Bernabò incolpato, poco stette, dimentico d’ogni altro affetto, dallo slanciarsi in mezzo al consiglio a difenderlo colla voce e la spada; ma Leone che gli era al fianco il trattenne colle parole, e il marchese Azzo cogli sguardi che a lui volgea imperiosi dal seggio ove stava assiso.
Dopo l’accusa di Bernabò venne letto il decreto di abolizione e diminuzione delle gabelle del grano, e degli istrumenti, che così chiamavasi la tassa che veniva esatta nei contratti, e delle ruote ferrate che si sborsava da chiunque teneva cocchi o carri. Non ponno descriversi le espressioni di gratitudine e i segni di contento che dai consiglieri e dal popolo si diedero alla lettura di tale decreto. Quindi generale fu l’assentire alle innovazioni ordinate nel modo di tenere i consigli, ed agli statuti per le università delle arti; per cui chiuso che fu il consiglio, uscendo i vicarii di Giovan Galeazzo dal Broletto nuovo, vennero coi più rumorosi applausi ricevuti dal popolo che si disperse, persuaso essere venuta l’età della vita felice.
CAPITOLO VIII.
Fra l’ombra della notte e degli incanti
Ei muove dubbio e mal securo il piede.
Sul limitar d’un uscio i passi erranti
A caso mette, nè d’entrar si crede;
Ma sente poi che suona a lui diretro
La porta, e in loco il serra oscuro e tetro.