Tasso.

Lunghi e dolorosi scorrevano i giorni pei prigionieri di Trezzo. Il destino di Bernabò e de’ suoi congiunti formava argomento al ragionare di ogni persona. Era pensiero di tutti che da Giovan Galeazzo non sarebbesi giammai ridonata loro la libertà, e quindi facile il prevedere che avrebbe cercato ogni via di togliersi la briga di custodirli. Chi passando pe’ boschi d’intorno, o battendo i sentieri che salivano le alture vicine al castello, vedea la sommità delle torri e delle mura merlate sorgere fra gli antichi alberi che il circondavano, anzichè ritrarne pensieri di caccie, di feste, di principeschi passatempi che soleva quella vista produrre, non provava che sentimenti di pietà o di soddisfatta vendetta, secondo che amava od odiava quel principe; ma tutti però i riguardanti risentivano una certa impressione di meraviglia e tristezza che le disavventure di personaggi potenti sogliono infondere nell’anima, forse per le secrete riflessioni che ci destano sull’instabilità delle umane sorti, e fors’anco perchè mettendoci colla mente in loro, pensiamo quanto debba riuscir doloroso il rapido passaggio da uno stato di impero e ricchezza a quello di soggezione e miseria.

Nell’interno del castello regnava di continuo una tristissima quiete. Abbenchè racchiudesse molti abitatori, avea esso l’aspetto d’un castello deserto: solitarii se ne vedevano i cortili, gli atrii, i porticati, ed il silenzio che per tutto si manteneva non era interrotto che d’ora in ora dal risuonare dei pesanti passi degli uomini d’armi che distribuivansi per scolta alle porte, alle torri ed al ponte dell’Adda. Ciò solo che recava qualche movimento fra quelle mura, si era al cader del sole il suono della campana della chiesa, alla cui chiamata tutti attraversando il maggior cortile venivano nel tempio. Vero è che la mestizia che scorgeasi dipinta in volto ad ognuno, il procedere lento e taciturno di tutti, in vece di porgere conforto, aumentava il cordoglio ne’ cuori.

Dopo quel giorno che nel castello s’era sparsa la voce d’una notturna apparizione che aveva dato motivo a quanti vi abitavano di formare diverse congetture, a norma delle proprie speranze o timori, un avvenimento era seguito per cui s’accrebbe d’assai l’amarezza di quel soggiorno in Bernabò e negli altri ivi seco rinserrati. Il capitano Gasparo Visconti avea, come vedemmo, creduto, coi principali de’ suoi armati, che quell’apparizione altro non si fosse che un tentativo per liberare il principe prigioniero. Venne in tal sua opinione confermato dalla scomparsa che gli fu riferita dell’aríolo, ch’ei pensò dover essere uno degli interni cooperatori ad agevolare la fuga di Bernabò o la presa del castello, se i di lui liberatori fossero stati numerosi. Il Visconti spedì quindi immediatamente un messo a Giovan Galeazzo a recargli avviso di tale evento, onde avvenendo nemica sorpresa stesse parato a mandargli soccorso.

Recò grave agitazione tale annunzio a Giovan Galeazzo, che mal rassicurato era ancora sull’usurpato seggio, e per tutto temeva congiure e nemiche fazioni: pensò esso sulle prime che l’impresa di togliere dalle sue mani Bernabò non potesse essere tentata fuorchè da Carlo figlio di quello, il quale all’insignorirsi ch’ei fece di Milano s’era alle sue ricerche sottratto colla fuga; ma allorchè seppe che questi stava a Verona presso Antonio della Scala, che gli era cognato, fatto da molti soldati ricercare tutti i luoghi contigui a Trezzo, e non vi ritrovando armati, nè sapendo che vi fossero macchinazioni, mandò ad accertare il capitano Visconti che non temesse d’ostili insidie, nè per tanto cessasse d’invigilare gelosamente su i prigionieri.

Giovan Galeazzo non rimase però pago di questo. Paventando sempre che i figli di Bernabò, aiutati da principi stranieri, o da partigiani nello stato, avessero a ritrovar qualche mezzo di render liberi il padre ed i fratelli, fece più strettamente rinchiudere addoppiando la vigilanza sovra Sagramoro e Galeotto altri di lui figli che teneva prigioni nel castello di Monza, e diede comando si togliesse Rodolfo da quello di Trezzo onde disgiungerlo dal padre e dal fratello Lodovico, e fosse condotto nel forte di San Colombano.

Venti uomini d’armi capitanati da Giovanni Ubaldino partirono da Milano, e si recarono a Trezzo per eseguire tal ordine di Giovan Galeazzo. Quando que’ soldati comparvero presso le mura del castello, e riconosciuti amici, loro fu abbassato il ponte levatoio per riceverli al di dentro, un secreto terrore invase il cuore de’ prigionieri. Ubaldino si recò da Gasparo Visconti, ed a lui presentò una lettera del suo signore, nella quale gli veniva ingiunto di consegnarli Rodolfo. Gasparo Visconti recossi tosto da questo, e il fece avvertito si disponesse a partire coi soldati novellamente giunti nel castello, poichè era volontà del principe ch’egli fosse tolto da Trezzo, e condotto a San Colombano.

Rodolfo a tale comando pensò che ciò null’altro si fosse che un pretesto per trarlo a morte lungi dagli occhi del padre: tale pensiero gli si affacciò tosto alla mente, poichè conoscendo gli usi del tempo, era quanto ei s’attendeva sin dal momento che era stato fatto prigioniero, e sperando di potere sottrarvisi altrimenti, fece in suo cuore una disperata risoluzione: stabilì, appena si fosse trovato fuori di quelle mura, sul sentiero presso all’Adda, di scagliarsi, inerme com’era, sui soldati che lo scorterebbero, e pervenendo a sciogliersi da loro, precipitarsi nel fiume e salvarsi a nuoto colla fuga, o perire piuttosto trafitto dalle spade o nelle acque dell’Adda, anzichè sui patiboli secreti di Giovan Galeazzo.

Con questa determinazione nell’animo, ed anelando l’ora di trovarsi nella lotta, recossi nelle stanze del padre a prendere congedo da lui, da Lodovico, da Ginevra, Damigella e Donnina, che tutti quivi convennero. Quando furono raccolti, Rodolfo con ferma voce spiegò che veniva a dar loro l’addio, forse estremo, essendo costretto a separarsi da essi per essere rinserrato fra altre mura. A queste parole un disperato dolore trafisse il cuore di Bernabò, e il furore si dipinse sul suo volto: egli non s’aspettava tal colpo doloroso che tutte annientava le sue speranze, privandolo del più fidato appoggio che s’avesse, chè tanto era per lui quel suo vigoroso ed ardito figlio, quando si fossero offerti i soccorsi ch’egli mai sempre sperava. La di lui fronte si raggrinzò, gli occhi rosseggiarono per lo sdegno, e un tremito di rabbia gli si sparse per le membra. Alzatosi, gridò furibondo, maledicendo Giovan Galeazzo ed i suoi fautori; ma i figli e le figlie, e frate Leonardo e Donnina gli furono d’intorno, e col pianto e le preghiere pervennero a racquetarne lo spirito. Allorchè, calmato, fissò lo sguardo in Rodolfo, larga copia di lagrime gli rigò le guancie, e porgendo a lui la destra, con voce tremante, che palesava quanta fosse l’angoscia che chiudeva in petto: «Ah! figlio mio (esclamò), tu mi sei tolto per sempre: sì pur troppo m’accorgo che si vuole ch’io chiuda questi miei occhi nel sonno eterno, senza che stia a me vicino un solo de’ miei figliuoli che m’invochi la grazia del signore nell’ultim’ora, e preveggo che non vedrò intorno al mio letto di morte che i volti degli abborriti sgherri del conte di Virtù. Ma che dico?... Non si stanno forse già preparando le trame per me, per voi tutti, onde toglierci l’uno lontano dall’altro la vita? Tu, mio Rodolfo, ne sei la prima vittima.» A tali detti i singhiozzi di tutti quegli astanti si raddoppiarono; il solo Rodolfo, intrepido in viso, e con sguardo sicuro, animando ferocemente la voce, disse: «Non temere per me, padre mio: se lo spirito infernale non mi toglie le forze, io non perderò al certo la mia vita entro le mura d’un castello; se il cielo mi protegge, potrebbe avvenire che io riesca ancora formidabile al nostro oppressore.» In così dire piegò un ginocchio davanti a Bernabò, ed in tale attitudine ne baciò la mano; ma questi il rilevò, e gli porse un bacio in fronte bagnandolo di lagrime. Rodolfo, toltosi all’amplesso del padre, abbracciò Lodovico e le sorelle, strinse a Donnina ed a Leonardo la mano; a tutti il pianto soffocava la voce, ed una visibile commozione atteggiava quasi alle lagrime anche i fieri lineamenti di Rodolfo, quando, raccolta tutta la sua forza, pronunciò un «Addio,» ed uscì da quelle stanze.

Bernabò rimase immobile pel dolore; Ginevra cadde svenuta a’ suoi piedi; Donnina e Damigella, pallide e tremanti, accorsero a soccorrerla; Lodovico, straziato da così funesta scena, stava dubbiando o di seguire il fratello, o di restare a conforto del padre; ma attenendosi a questo partito, rimase accanto a Bernabò in mestissimo atteggiamento: frate Leonardo ergeva ammutolito lo sguardo al cielo invocandone la pietà sovra quei desolati parenti. Bernabò, scosso alfine da quella tremenda concentrazione, si volse al frate, e gli disse: «Ah! Leonardo, ora sento sinceramente che non mi resta altra speranza che quella del Cielo;» e così dicendo riprese in volto i tratti dell’usata severità.