Rodolfo, posto fra mezzo agli uomini d’armi, salendo un cavallo di cui un soldato tenea la briglia, uscì dalla gran porta del castello sempre fermo nel suo ardito proposito. Giunto ch’ei fu colle scorte d’appresso alla ripida sponda dell’Adda, guardò all’acque, e d’un salto balzato di sella, si slanciò per calarsi dalla riva; ma uno dei militi fu pronto ad attraversargli col cavallo la via, e mentre Rodolfo mirava ad evitarlo, gli altri gli furono addosso. Robustamente ei si dibattè. Ma i soldati, essendo di molto numero ed armati, l’atterrarono, e cintolo di nodi duramente il riposero sul cavallo, e fu così tradotto sino a S. Colombano, dove venne rinchiuso nel mastio della torre.

Quando Rodolfo fu disgiunto dal padre, il capitano Gasparo Visconti venne chiamato a Milano da Giovan Galeazzo, ed a comandante del castello di Trezzo ed a guardia de’ prigionieri rimase Iacopo del Verme. I piovosi giorni e le melanconiche nebbie dell’autunno, che s’inoltrava, rendevano sempre più triste l’abitar quivi: ingiallivano i boschi d’intorno, e denudavansi i rami; non più s’udiva l’usignuolo rallegrare le notti, nè il gaio canto degli uccelletti salutare il mattino; lunghe schiere di corvi vedevansi la sera attraversare con alto volo il castello recandosi ne’ boschi dell’Adda; il loro gracchiare, lo stridire di qualche sparviero che si posava sui merli delle torri, o il grugnire pe’ boschi d’affamati cignali, erano le sole voci di esterni esseri viventi che pervenivano a quelle mura.

Dal dì della partenza del figliuolo, neri presentimenti travagliavano lo spirito di Bernabò. Conscio di ciò che avea praticato assai volte per togliere di mezzo uomini potenti che si opponevano a’ suoi fini, pensava che il conte di Virtù non sarebbe stato meno scellerato con lui, di quello ch’egli stesso era stato con altri. La profonda malizia d’infingersi per tanto tempo uomo nullo, senza pensieri di regno o d’ambizione, e l’arditezza con cui condusse il tradimento di prenderlo prigioniero, bene il persuadevano che Giovan Galeazzo, quantunque suo nipote, e marito d’una propria figlia, era atto a commettere qualunque misfatto quando gli fosse tornato utile l’eseguirlo. I veleni, i pugnali, i capestri erano in quella età modi frequenti di morte entro le mura de’ castelli; ed una ricca pompa funebre onorava spesso la vittima dell’occulta prepotenza, e persuadeva al popolo che un assassino, un parricida era uomo umano e religioso. Per ciò Bernabò paventava ad ogni istante di finire violentemente i giorni, quantunque considerasse che non si sarebbe tralasciato di porre il suo cadavere in magnifica arca sotto le volte d’una cospicua chiesa di Milano.

La crudele aspettativa di maggiori delitti non contristava Ginevra, poichè il suo cuore innocente, non agitato che dai dolci moti della pietà e della tenerezza, era straniero a tutti i calcoli di uomini feroci, il cui sommo bene stava nell’imperare e nell’opprimere. Ma ciò null’ostante la vivissima afflizione che le aveva cagionato il distacco del fratello, l’ignorare che fosse avvenuto di Palamede, il non avere persona da cui ricevere conforto, o nel cui seno versare le proprie pene, bastavano a rendere infelicissima l’esistenza di quella sensibile fanciulla. Aumentavano i mali della sua addolorata mente la mestizia de’ giorni autunnali, l’imponente aspetto di quelle mura che parevano doverla racchiudere eternamente, e le truci sembianze de’ soldati che alcune volte scorgea ne’ cortili e nella chiesa. Non più Gabriella co’ suoi motti vivaci potea giungere a trarle il sorriso sulle labbra, nè i racconti della vecchia Geltrude attiravano la di lei attenzione: un affanno profondo inconsolabile le occupava tutta l’anima, ne consumava con interno martiro la freschezza de’ giorni. Solo raggio di gioia in tante angosce era per lei la memoria di quel momento in cui le comparve allo sguardo Palamede sotto il verone del castello; ma le arcane parole colle quali l’aríolo l’aveva preparata a quella inaspettata apparizione, il rapido dileguarsi di questa, e la strana fuga di Enzel, le lasciarono una tinta misteriosa di quell’avvenimento, per cui talora lo dubitava accaduto per opera d’incanto: e quindi pensava che Palamede fosse estinto, e che quello apparsogli altro non si fosse che la larva di lui; tal altra fiata, persuadendosi che quella era stata un’illusione della sua fantasia, credeva che l’amante suo giacesse in qualche carcere, o si fosse congiunto coi nodi nuziali ad altra donzella. Spesso però questi dubbii le erano sospesi dalla vista e dalla lettura del foglio di Palamede che le avea recato l’aríolo, e in cui le ripeteva la costanza del suo affetto: ella riconosceva que’ caratteri siccome stesi dalla mano dell’adorato cavaliero; ma nascevale temenza talvolta che fossero fatti per arte negromantica, tremava al toccarli, e si ritraeva da loro spaventata. In mezzo a tali ambasce si effondeva ogni giorno in fervidissime preghiere alla Vergine, e ne bagnava di lagrime il simulacro, invocandone la protezione; ma sentendo sempre più le pene aggravarlesi nel cuore, credeva che le proprie colpe e il troppo amore per un essere terreno l’avessero resa indegna delle grazie del cielo, e con riscaldata fantasia paventava l’eterna perdizione, e meditava ai tormenti dell’abisso. Abbandonato giaceva il liuto appeso alle pareti della camera di lei, e nè pur esso giovava a raddolcire co’ suoni le ore di quella giovinetta infelice, la cui anima, in tutti i più soavi sentimenti straziata, agognava alla pace della tomba.

In questo intervallo stando in Milano Palamede sempre incitato dall’amore ardentissimo per la fanciulla prigioniera, nè d’altro pensiero curandosi che di ottenerla, tutto aveva posto in opera per piegare l’animo di Giovan Galeazzo ad accordargliela. Da prima il marchese Azzo Liprando s’era presentato a questo fine al principe onde richiedergliela, certo che questi, ch’egli reputava umanissimo e cortese, non gli avrebbe dato rifiuto; ma ciò appunto fu quello che avvenne con somma sua sorpresa e rammarico. Allorchè Azzo gli fece richiesta di Ginevra, era a Giovan Galeazzo da poco tempo giunto il messo di Gasparo Visconti, recando la novella della tentata liberazione de’ prigionieri: il sospettoso signor pensò che quella richiesta fosse fatta ad arte per favoreggiare la trama d’introdurre stranieri in quel castello, e il rimandò non solo inesaudito, ma con pungenti e minacciose parole.

Palamede fu sopra modo desolato da questo fallito tentativo, poichè s’avea riposta gran fidanza nell’impegno del marchese Azzo, la cui dignità e potenza sembravano dovere ottenergli molti riguardi dal nuovo signore; e già paventava gli venisse Ginevra negata per sempre, poichè vedendo l’accanimento di Giovan Galeazzo contro la famiglia di Bernabò, tremava facesse ad essa pure togliere la vita, o la chiudesse in un chiostro costringendola a vestir abiti monacali, onde per lei non si estendesse la discendenza di quel principe, la cui rimembranza volea in tutto spenta. Non arrischiandosi quindi a far sì tosto nuovamente richiedere Giovan Galeazzo del concedergli la sua fidanzata, per non destarne contro di lei lo sdegno, ed irritarne i sospetti, dispose l’animo a pazientare, siccome Azzo stesso lo consigliava, attendendo più opportuno momento, che sarebbesi al certo offerto quando la sicurezza del dominio avesse tolta ogni tema di tradimento dall’animo del principe.

Il vivissimo affetto del cavaliero non gli lasciava intanto riposo. Egli non viveva che per Ginevra, e tutte le sue idee s’aggiravano intorno al modo di avvicinarlesi, o di darle di se contezza. Più volte aveva instato presso l’aríolo onde il giovasse colle arti sue a penetrare nel castello di Trezzo; ma l’aríolo sempre rifiutossi a secondarlo; anzi l’aveva dissuaso da questo progetto siccome ineseguibile, e certa via a perder se stesso, e peggiorare la sorte dei prigionieri. Ciò non pertanto Palamede s’era più volte recato nelle vicinanze di Trezzo; seguito da Enzel. Lasciava i cavalli nell’isola di Mandellone, e guidato dall’aríolo, esperto conoscitore dei luoghi, s’accostava inosservato al castello, ed era pago del contemplare le mura impenetrabili che rinserravano colei che avea in suo cuore giurato di ottenere, o di perire. L’aríolo gli additava il verone e le finestre nelle stanze ove abitava Ginevra, e d’onde era partito quel canto che il rese una notte felice; e il cavaliero meditava fra se, e poneva l’ingegno e la cupidigia di Enzel a tutte le prove, onde ritrovasse qualche mezzo per cui pervenire a parlare, o almeno vedere l’amante: ma quel castello era troppo da vigilanti armati in ogni punto esattamente guardato, e l’appressarvisi a tiro d’arco sarebbe stata pericolosissima prova; nè Enzel, il quale teneva al vivo impresso nella mente per qual raro caso fosse sfuggito alle ricerche de’ soldati che volevano abbruciarlo, s’arrischiava porre in uso arte o raggiro per cercare di introdurvisi, dal sotterraneo della torre nera, o della cappella de’ morti. Onde per quanti disegni componesse colla fantasia Palamede, nessuno gliene s’appresentava che valesse a suggerirgli un mezzo o di forza, o d’astuzia, per impossessarsi di Ginevra, ed era necessitato ad attenersi a quel solo di averla per consenso di Giovan Galeazzo.

Questo principe frattanto, chiamato da gravi cure di stato, s’era recato a Pavia, nel castello della qual città, sua corte paterna, soleva abitare con sua madre Bianca di Savoia, e la moglie Caterina, che, come figlia di Bernabò, non volle fosse presente in Milano al tradimento commesso contro il di lei padre. Allorchè ciò seppe Palamede, avendo spesse volte veduta Caterina nei palazzi di Bernabò e nella casa di Donnina de’ Porri, pensò che questa avrebbe per lui e per Ginevra preso caldo interessamento, ed avrebbe assunta ogni cura per rendere assenziente il marito alle loro nozze. Ma gli fu detto che era assai difficil cosa il poter favellare a Caterina, mentre per ordini secreti di Giovan Galeazzo, che di tutto temeva, ella veniva guardata con molto rigore onde non le si accostasse persona invisa od ignota a Giovan Galeazzo, sebbene la tenesse d’altra parte circondata di pompe e di principeschi onori.

Palamede tentò pure di vincere tale ostacolo. Immerso com’era di consueto in tristi pensieri, soleva passare alquante ore del giorno nei solitarii recessi del convento di San Marco, dove fra molti libri e religiosi pensieri trovava occupazione. Aveva fatta per ciò stretta conoscenza con frate Lanfranco Guincinelli priore di quel convento, quello stesso per cui lo zio Baldizone gli diede in Carsenzago un foglio in cui lo raccomandava calorosamente. Palamede aveva a Lanfranco palesata la causa della sua melanconia. Lanfranco, finissimo conoscitore degli uomini, intendeva di leggieri che Giovan Galeazzo non si era tale da lasciarsi piegare da guelfeschi maneggi, quantunque a questa parte piuttosto che alla ghibellina era sembrato inchinevole quando viveva a null’altro dato che agli atti religiosi: dubbiando perciò dell’essere ben accolto dal principe, non aveva offerta l’opera sua a Palamede. Allorquando però il cavaliero narrògli che stando Giovan Galeazzo a Pavia egli si prometteva felice riuscita alle sue speranze, se fosse pervenuto ad istruire Caterina di quanto chiedeva, il che era per lui impossibile, Lanfranco si esibì di superare per lui non solo qualunque ostacolo a ciò s’opponesse, ma di aggiungere in favor suo le parole di Bianca madre del principe. Era desso amicissimo di Alberigo da Bereguardo priore degli Agostiniani di San Pietro in Ciel d’oro di Pavia, il quale aveva a suo talento per molto tempo governato lo spirito di Giovan Galeazzo; e morto esso lui, aveva sempre continuato a possedere l’intimità di Bianca, ed era il solo che tenesse libero accesso in Pavia presso di lei e di sua nuora Caterina. Lanfranco, ammaestrato uno de’ suoi monaci di quanto dovesse operare, lo mandò a Pavia a frate Alberigo, e rincorò Palamede onde stesse d’animo sicuro, che finalmente avrebbe ottenuto ciò che tanto desiderava.

La trepidazione in cui visse il cavaliero aspettando da un istante all’altro il momento di poter volare a rivedere Ginevra, fu pari al suo dolore, o piuttosto alla disperazione, quando un mattino dopo tre giorni dall’invio del messo, con mesto viso appresentatosi a lui frate Lanfranco gli disse: «Figliuol mio, il Signore non ha concesso che le tue brame siano esaudite. Bianca e Caterina hanno tutto adoperato per ottener da Giovan Galeazzo che ti sia data Ginevra; ma egli fermo in suo proposito rigettò le loro istanze: perciò ti do consiglio a non tentare più l’animo di lui; chè se non si piegò alle richieste della madre e della moglie, nessun’altra persona vorrà cedere se Iddio non gli cangia il cuore, e tu insistendo attireresti l’ira sua; però ti raccomanda alla divina Provvidenza, ch’ella suole con impreveduti avvenimenti, quando meno si attende, esaudire i voti di chi sa meritarne le grazie.»