Ma il cavaliero, sordo a miti consigli, più non spirava a queste parole che odio e vendetta. La durezza di Giovan Galeazzo gli sembrava sì tirannica e capricciosa, e tanto addentro lo feriva nel cuore, che ei meditava le più disperate imprese per vendicarsi: e certo a qualche tremendo fatto si sarebbe lasciato condurre se un singolare avvenimento non fosse sorto di mezzo a variare il destino di lui.
Enzel Petraccio si era legato ad amicizia con molti altri aríoli, tempestarii e vagabondi, alcuni de’ quali andavano al servizio de’ potenti ne’ castelli e nelle città, e servivano loro di spioni, o di guide negli assalti e nelle guerre; altri seguivano le torme de’ soldati di ventura, i quali spesse volte facevano il mestiero degli assassini: non formavano però gli aríoli lega coi bravi e cogli sgherri, perchè questi usavano nei loro fatti la prepotenza colla forza dell’armi, e quelli, sebbene portassero sempre tra i panni pugnali, punte, mezzelame, e prezzolati commettessero ogni sorta di delitti, pure aveano per divisa la pacatezza ed il far umile, nè vestivano armature, ma abiti plebei, e larghi cappelli: in somma adoperavano tutti que’ modi che giovassero ad ingannar la gente facendosi credere o mendicanti, o pellegrini, o villici, o uomini del popolo. Essi però costituivano una società, e si riconoscevano per certi segni, parole e costumanze particolari.
In Milano eranvi molte persone di questa professione, poichè vi venivano da tutte le parti d’Italia, e qui s’avevano una specie di riunione centrale d’onde poi si diramavano in diversi altri paesi. Per non dare di loro sospetto, e non arrischiare d’essere arsi come maghi o stregoni, del che era facile in que’ tempi destare dubbio se si fossero lasciati scorgere a congregarsi in secrete combriccole, avevano gli aríoli un luogo di convegno, fuori dalla città dalla parte occidentale, affatto appartato, sebbene non molto lungi dalle mura.
Enzel, che venne riconosciuto da loro per sapientissimo, siccome esperto nell’astrologia, nelle arti di formare secreti farmaci e pozioni, fu ricercato si portasse un giorno nel luogo del loro convegno, ed egli v’acconsentì. Era questo un giorno sul finir di novembre; giusta il convenuto Enzel sul far della sera s’appostò presso la muraglia dell’orto del Monastero Maggiore, e quivi attese un altro aríolo di nome Gallinaccio. Allorchè questi passò, avvertito dal di lui fischio, Enzel il seguì, ed uscì seco da Porta Vercellina, che trovavasi, come abbiam detto altrove, nel luogo in cui ora sta il ponte del Naviglio, che a que’ tempi non era che una larga fossa la quale si passava sovra un ponte levatoio: fuori della porta incontravasi il Borgo delle Grazie, al terminar del quale non eravi, come al presente, una strada diritta, solida, larga, ma bensì una ristretta via, guasta, avvallata fra due alte sponde, tutta ingombra di sassi e pantani.
Giunti al cominciar di questa via Enzel e Gallinaccio si riunirono, non essendovi persona alcuna a cui questi due insiem congiunti potessero cagionar sospetto. Quando ebbero fatto qualche tratto di strada entrarono sulla destra in un piccolo sentiero che s’innoltrava fra alte piante. Il giorno non era caduto affatto, ma la nebbia che s’alzava oscurava l’aria, e la rendeva umida e fredda; a traverso ai nudi rami degli alberi, da cui il gelido soffio del vento staccava le ultime foglie disseccate, appariva un cielo di tristo color cenericcio, alcun poco biancastro ad occidente, verso cui camminavano gli aríoli. Dopo alquanti passi il sentiero cessò, il bosco divenne più folto, ed essi entrati in quello giunsero alla sponda dell’Olona. Sopra un dossetto presso a quel piccolo fiume stava un diroccato edifizio cinto da rottami incespati di spine e di roveti; dal lato da cui vennero que’ due, scorgevasi un elevato muro che aveva costituita una parete di quel fabbricato, e che ora stava solo eretto fra le ruine, e dalle finestre del quale vedeasi l’opposto cielo. Gallinaccio condusse Enzel fra gli spinai verso questa muraglia, e pervenutivi dappresso, discesero in un fossato asciutto che circondava l’edifizio, nel quale scorsero una porta, dalle cui fessure intravedevasi un lume lontano. Gallinaccio bussò tre volte a quella porta, e diede altrettanti fischii; si udì taluno appressarsi, che tolse ai battenti una spranga, e li aprì. Entrarono que’ due, fu richiusa la porta, ed essi, passando sotto una lunga oscura volta, giunsero in un’ampia stanza, la metà superiore della quale era ripiena dal fumo che tramandava un gran fuoco acceso in mezzo ad essa. Dintorno a questo stavano molti aríoli disposti in variate posizioni.
Taluno era sdraiato sul pavimento, altro seduto sovra le legna che servivano ad alimentare il fuoco; questi incrocicchiava le gambe alla turchesca, quegli rannicchiato sporgeva il capo fra i ginocchi, ma tutti però tenevano il volto in verso alla fiamma, la quale, secondochè risplendeva vivace, od andava calando, ne illuminava variatamente le strane fisonomie e gli abbigliamenti, progettandone le ombre, fatte per la distanza gigantesche, sulle ruvide pareti di quella camera, o direm piuttosto cantina o sotterraneo.
Vestivano essi tutti in foggie particolari. L’uno andava coperto da una zimarra a doppio colore, rossa sul petto, verde sul dorso, ma lacera e rattoppata; l’altro aveva sul corpo un saione fratesco, questo indossava una schiavina; portavano tutti però o gabbani, o casacche, o tabarri di colori oscuri, rossi o cilestri, ma di grossolani tessuti. Alcuni coprivansi la testa con cappe e cappucci, altri la tenevano scoperta, e mostravano calve fronti od irte e scarmigliate capellature, e ruvidi crini cadenti in ciocche a mischiarsi colle scomposte barbe e le folte basette.
«Ecco una nuova volpe che viene al covo (disse una rauca voce rivolta ad Enzel appena questi fu colà entrato). — Nuova a questo covo (egli rispose), ma vecchia per i pollai e le lepri. — Ti conoscono assai bene (disse Gallinaccio), e puoi stare fra noi ed esserci maestro. Ti ritira (soggiunse ad uno che stava più degli altri presso la fiamma), e lasciaci, o Calabrese, sedere vicini al fuoco, perchè veniamo da dove spira un’aria di neve che ci ha intirizziti.» Si ritrasse il Calabrese, ed accovacciatosi in altra parte: «Prosegui (disse con accento di sua nazione), Masiello, a raccontare come sia finita la storia della regina Giovanna.» Masiello, che stava a lui di prospetto, e verso cui tutti rivolsero ansiosamente gli occhi, con voce di chi riprende una storia così parlò: «Andò all’inferno nell’istesso modo che vi aveva fatto andare otto de’ suoi innamorati e due mariti. Due giorni dopo che fummo giunti ad Aversa, Cecarello, che ivi ne aveva condotti, eseguendo l’ordine del signor duca Carlo Durazzo, mi palesò cosa avessi a fare, e mi fece aprire l’uscio della camera della torre ov’ella dormiva. Vecchia così come era tentò trarmi ai lacci, e vedendo di non riuscirvi invocò il cielo e tutti i santi; ma Cecarello m’avea prefisso il tempo, e il di lei collo era sì sottile, che non sudai a sbrigarla. Mi fu dato per sì picciola fatica più oro che quando venni mandato da Napoli, attraversando di verno gli Appennini, a Bologna a prendere da certo speziale un’acqueruola che non seppi poi mai chi l’abbia bevuta. — Per quant’oro toccasse allora la tua mano, o Masiello (riprese un altro), non sarà certo stato tanto quanto quello che un barone Piccardo tolse al duca d’Angiò ch’era venuto per quella stessa regina in Italia, e metà di quell’oro lo recai io a Venezia, dove il Francese mi fece seco a parte a scialacquarlo. Ma ti debbo però dire che me lo era guadagnato con maggior fatica della tua. Il Papa d’Avignone mi avea spedito a Parigi a portare lettere al duca d’Angiò, imponendomi di servire ad esso di guida a discendere per l’Alpi: eseguii tale comando, e quando fummo di poco col Francese inoltrati in Italia, il duca d’Angiò mi diede ordine che mi recassi a Roma dai Colonna, ed a Napoli da Giovanna per certe intelligenze: giunto nella prima città, il Papa di Roma mi fece prendere, e voleva mi appiccassero in castel Sant’Angelo, ciò che avveniva di certo se non mi fossi calato per le mura; ma finalmente arrivai anche a Napoli, ed adempiute le commissioni, a traverso all’armata di Carlo Durazzo pervenni a Bari, dove il duca d’Angiò m’aveva imposto di recarmi; egli era colà, ma più non aveva nè soldati nè danari, e null’altro possedeva di tutto ciò che aveva recato di Francia fuorchè la spada e il valore: perciò senza nulla darmi, ma facendomi grandi promesse, pregommi riconducessi nella sua terra il barone Piccardo, che avrebbe recato molto oro e soldati: il feci infatti; e il Piccardo, giunto a Parigi, ebbe l’oro dal re e dai fratelli del duca; ma soldati non ne ricercò, nè volle, perchè piacevagli marciar spedito: quest’oro ce lo distribuimmo sulla persona e sui cavalli, e per le vie diaboliche del paese degli Svizzeri tornammo in Italia, ed andammo a Venezia; dove lo si profuse gaîment pour dames et bon vin, come soleva dire il Piccardo; e il duca d’Angiò seppi poscia che morì a Bari di fame.»
Dopo questo racconto, l’un l’altro eccitandosi, narrarono moltissimi fatti da essi loro eseguiti, o di cui erano stati spettatori: quasi tutti consistevano in astuzie, raggiri, insidie adoperate per impedire od anche agevolare conquiste di terre e castelli, incendii, assassinii, rapimenti di donne e fanciulle; ciò che rendeva singolari quelle narrazioni, era l’influsso sugli avvenimenti umani che attribuivano ai prestigi, ai pianeti ed alle magiche virtù di molte sostanze naturali preparate con certe arti o segni stravaganti.
Poscia che ebbero a lungo favellato, l’ultimo che parlò disse ad uno che gli stava di fianco: «Andreazzo, è tempo oramai che ci bagniamo la gola; non hai tu portato qualche poco di vino? — Non beveremo, per Satanasso, sin che non abbiamo detto qualche cosa di meglio delle ciancie che si son fatte finora.» Così pronunciò con voce grave e rude, che non s’era mai intesa durante i ragionamenti, una persona la quale, involta sino alla metà del viso in un mantello a lungo pelo nero, e tenendo calato un berretto pur di pelo sino alle ciglia, movendo sotto assiepate palpebre due bigi occhi feroci, s’aveva la forma piuttosto d’orso che d’uomo. «Non abbaiare, Can-di-monte (a lui rispose Andreazzo), se bevessimo anche tosto, io tengo qui tal liquore che non ti parrà certo decotto amaro, ma se tu hai a dire alcun che d’importante, dillo col malanno che ti porti, che ti ascolteremo.»