Can-di-monte, che tal era il soprannome di quell’ispida figura, volse ad Andreazzo uno sguardo minaccioso di sdegno, quindi disse: «A ciò che è avvenuto io non penso mai, e lascio ai cantafavole le parole o le novelle: io voglio fatti ed azioni, e perciò bado a quel che faccio o che dovrò fare; il passato è come se non fosse mai stato. Voi v’avete stancata la lingua con vecchie storie, e nessuno ha palesato ancora ciò che farà domani, onde possiamo porgerci mano a condurre a buon fine qualche impresa.»
— «Hai ragione, Can-di-monte (soggiunse l’un d’essi); io non so come mai m’abbia a lungo garrito in inutili baie, mentre ho un rilevante messaggio da farti da parte di un tale, che ieri ritrovai presso Magenta, e che mi disse che ti risovverresti chi fosse, rammentandoti il Frate Rosso. — Oh! il conosco assai bene, è Aldobrado Manfredi; e che ti disse egli per me? — Ei mi ha detto che domani a notte ti attende nelle valli di Ticino, presso al gran pioppo nel bosco del Crocifisso, dove saranno seco lui i soliti amici. — Ma non sai tu, Squarcia (chiese Can-di-monte), per qual motivo? — Te lo dirò, ma non lo seppi da lui: esso vuole appostarti sulla strada di Novara per dargli segnale del momento in cui passerà il duca Lodovico di Francia, e gli altri signori i quali vengono a Milano a nozze, poichè egli ha disegno di guardar loro ne’ forzieri per vedere quali doni rechino alla signora Valentina. — Si è assunto un difficile impegno (disse quello che aveva narrata la storia del duca d’Angiò), poichè conosco i cavalieri di Francia, ed hanno spade affilate, e le menano di taglio e punta, che guai dove colgono. — Sappi (gli rispose Can-di-monte), che Aldobrado non mette rete che non prenda pesce; sai che è stato più anni confidente di Bernabò: allora ho fatto per suo comando delle operazioni che s’avevano altre spine, ed egli ha date prove sufficienti di quanto valga. — Mi fu narrato (proseguì Squarcia) che, dopochè il suo padrone venne mandato a Trezzo, si è dato a condurre una masnada a svaligiare i passeggieri, e non vi sono fanti che battano la sua traccia, perchè si è reso formidabile. — Ma come deve esser ella la faccenda dei Francesi? (disse Enzel Petraccio, che si fece attentissimo a raccogliere tutte le parole su tale argomento). — Come vuoi che sia? Aldobrado fu avvertito che il duca Lodovico volendo far grata sorpresa a Giovan Galeazzo, onde giungere inaspettato a sposarne la figlia, passerà fra tre giorni con pochi cavalieri e senza scorta dalla strada di Novara, ed Aldobrado co’ suoi li assalirà, perchè miglior bottino a’ nostri giorni non si potrebbe sperare.» Can-di-monte volgendo ad Andreazzo gli occhi, da cui trapelava l’allegrezza recatagli da tale notizia: «Porgi ora da bere (disse), e se è vino che mi piaccia, ti voglio fra quattro giorni donare una delle più belle gioie del duca Lodovico. — Potresti anche fra quattro giorni (disse Andreazzo) lasciare il pelo sotto il rasoio del boia;» e in così dire s’alzò, e venne in un angolo di quella stanza, smosse una tavola dal muro, e levò un gran vaso che a due mani portò in mezzo al circolo presso al fuoco: molte legna furono gettate ad avvivare la fiamma, ed una scodella di terra girò d’intorno, riempiendosi ad ogni istante del vino che quel vaso conteneva.
Riscaldati da quel liquore, lunga pezza fecero i socii parole, risa e gridi; ma a poco a poco i più s’addormentarono, altri rimasero ragionando a bassa voce: la fiamma mancando d’alimento si spense, e restarono nell’oscurità rotta solo dal rosseggiar de’ carboni attizzati di quando in quando da alcuno de’ più vigilanti con una palla di ferro. Sorto finalmente il mattino, ad uno ad uno uscirono tutti da quella casa, e si dispersero disgiuntamente.
CAPITOLO IX.
Ma qui pur gli oppressori omicidi
Or s’accampan la legge insultando;
Qui si sente un tumulto di stridi
Prorompente lontano lontan.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E non sai che col vanto di prode