Or sovente dal laccio si pende?

Guidobaldo il Cacciatore. Mel. Lir.

L’antico arco, che in Milano dicesi volgarmente voltone, che sta al ponte del Naviglio di Porta Ticinese, formava a’ tempi de’ quali parliamo la porta stessa, per cui la chiesa di Sant’Eustorgio e l’unito convento di Domenicani, che sono alquanto al di là di quel voltone, si ritrovavano in un sobborgo della città. Per entro un’appartata via di questo sobborgo, alla quale facevan parete da un lato il muro del cimitero posto a canto alla chiesa di Sant’Eustorgio medesimo, e dall’altro San Barnaba al fonte, con varie antiche case, s’inoltrava a passi rapidi Palamede. Era esso ravvolto in un mantello che scendendogli al ginocchio lasciava vedere al di sotto una parte della lunga spada che teneva sospesa al fianco, e il suo capo era coperto con un berretto senza piume od altri adornamenti. Camminò egli frettoloso sin presso alla metà di quella via, poscia ad un tratto soffermossi in atto pensoso.

Già spuntato era il sole, ma il cielo nebbioso rendeva incerta la luce: rade persone scorgevansi passare per quella via, e queste erano o villici o servi che recavano le provvigioni al convento. Palamede girò lo sguardo, investigando se alcuno lo tenesse di mira; indi, colla risolutezza di chi prende irrevocabilmente un partito, proseguì il cammino. Giunto al terminare di quella strada, stava per porre il piede sul limitare d’una casa, quando sentendosi afferrare pel mantello, udì dire: «Dove andate, cavaliero?» Ei si rivolse con isdegno; ma veduto chi era, «Che vuoi tu, Enzel Petraccio? (gridò con sorpresa). — Io voglio, signor Palamede (disse Enzel con certa voce di preghiera e di comando insieme), che voi non andiate in questa casa.» Un lampo d’ira balenò a questi detti in volto a Palamede; poichè un cavaliero armato non era uso soffrire da altri il benchè minimo contrasto senza por mano alla spada; ma riflettendo tosto che l’aríolo non poteva aver così parlato che col pensiero d’arrecargli vantaggio, «Sai tu (disse rappacificato) perchè io qui venni a quest’ora? — Non v’ho io provato che sapeva tante altre cose che v’appartenevano? Or vi persuaderò che non ignoro neppure la causa per cui siete qui venuto: in questa casa prese alloggio Gherardo Cappello, il quale è stato mandato a Milano dal signor di Verona per ragunare e disporre alla rivolta i nemici di Giovan Galeazzo: così egli fa credere ai varii che diedero retta alle sue parole, e voi, uno fra questi, venite a riporvi nel novero dei congiurati. — Sì tu lo sai (rispose Palamede): io vengo a congiungermi a quelli che hanno giurato di vendicare Bernabò; ma è Giovan Galeazzo stesso che mi vi spinge. Egli, non sazio d’usare del suo tirannico potere contro quelli che potrebbono a buon diritto disputargli l’usurpato dominio, sta fermo per crudeltà in negarmi una fanciulla che è a me legata per sacre promesse, oh! sentirà quando questo ferro gli passerà il cuore, che non stanno tutti nel castello di Trezzo quei di cui deve paventare. — Ah, signor Palamede, che dite mai! (esclamò l’aríolo, fissandolo con occhi pel terrore di tale idea allargati con ispavento) questo pensiero vi fu al certo posto in cuore da uno spirito infernale: tutti i segni del cielo stanno contro di voi se durate in tale proponimento. Allorchè mi deste l’incarico di gire scoprendo quali cose si dicessero dal popolo in riguardo di Bernabò e di Giovan Galeazzo, non v’ho io rapportato, siccome aveva udito, che tutti mostravansi accaniti contro l’antico, ed affezionati al nuovo signore? Or bene, non pensate voi che assalire Giovan Galeazzo è lo stesso che rendersi tutto il popolo nemico, dalle cui mani non riesce facile il sottrarsi, e quindi la corda o la ruota sarebbe il genere di morte men doloroso a cui anderebbe incontro chi attizzasse la rivolta?»

Si accostò in così dire all’orecchio di Palamede, che alle di lui prime parole s’era fatto meditabondo, stando immobile colle braccia incrocicchiate sul petto; e traendolo dolcemente lontano da quella casa, con voce a cui, sebbene sommessa, cercava dare un tuono profetico e misterioso: «Ancorchè aveste certezza (disse) di compire da voi solo il vostro disegno, non vi fidate di questo Veronese. Dove sono i suoi soldati, i capitani atti a resistere a quelli del conte di Virtù? Credetemi! egli cerca di attirarvi nella rete per darvi nelle mani di Giovan Galeazzo, onde renderlo amico del suo signore.» Palamede, colpito da tali detti volse uno sguardo fiero a quella casa, indi disse con instanza all’aríolo: «Sai tu questo di certo?» Ed Enzel, sempre traendolo più da quel luogo lontano: «Dovreste essere persuaso che io non soglio ingannarmi; ma vi lascio supporre che il Veronese abbia realmente a sostenervi in un tale fatto: non è egli inevitabile che al primo manifestarsi d’un movimento di ribellione Giovan Galeazzo fa togliere la vita a Bernabò, ai figli, a Ginevra? — Qual via dunque mi rimane per ottenerla? (proruppe con forza il cavaliero, interrompendo l’aríolo, quasi non potesse sostenere ch’ei proseguisse con tali per lui terribili parole). — La via (continuò l’aríolo, contento del trionfo che conobbe di aver riportato sull’animo di Palamede), la via si troverà; forse essa non è tanto discosta o difficile come potete credere: per ora però è d’uopo che facciate forza a voi stesso, e vi astenghiate da qualunque tentativo.»

Un atto d’impaziente dispetto s’appalesò sul volto a Palamede; e il di lui mantello, che s’aprì, lasciò vedere la sua mano, che portata all’elsa della spada la premeva con forza al fianco: involontario moto che indicava l’interno sforzo nel comprimere l’ira, che tante opposizioni alle sue brame gli destavano in seno. Enzel, il quale penetrò che la mente del cavaliero era agitata da fiera tempesta, pensò essere quel momento opportunissimo a prepararlo ad un progetto che egli aveva in suo capo formato nella congrega degli aríoli; quindi, «Non dovete (disse) rimanervi frattanto in un ozio che la vostra abitudine alle vicende delle armi vi renderebbe penoso. Io voglio darvi una notizia che vi porgerà campo di vendicarvi d’un traditore e di reprimere l’audacia di un ribaldo assassino.» Palamede gli chiese ansiosamente chi questi si fosse; e l’aríolo palesando essere Aldobrado Manfredi che a lui aveva tentato togliere la vita nel bosco di Trezzo, narrò il divisamento che quegli avea fatto d’assalire sulla strada di Novara, presso al Ticino il duca Ludovico di Francia, che veniva alle nozze della signora Valentina, figlia di Giovan Galeazzo. Gli ascosi e secondarii pensieri che la narrativa delle disposizioni dell’assaltamento del duca aveva fatti nascere nell’animo dell’aríolo, non sorsero a tale novella in cuore a Palamede, la cui mente fu invasa da tutto lo spirito guerriero e di vendetta, di cui in quella età non andavano esenti anche i più umani fra quelli che facevano professione delle armi. Tutto pieno del desío di trovarsi al cimento, e concentrando in questo solo ogni altro pensiero che lo conturbava, rifece a passi rapidi, seguito dall’aríolo, quella stessa strada per rientrare in Milano.

Pervenuti alla via che passando innanzi a S. Eustorgio metteva a Porta Ticinese, videro un improvviso accorrere di popolo, uno affacciarsi di genti alle finestre, ed udirono le campane di quella chiesa dare in suoni festosi. «Arriva il signor Giovan Galeazzo da Pavia (disse l’aríolo a Palamede); ora che qui sta solo a far da padrone, troverà nelle sale dei ricchi palazzi, e fra le dame di Milano, un più aggradevole soggiorno che nelle sacrestie della sua chiesa del castello e tra i monaci di Pavia.» Si vide infatti il principe coperto da un fino drappo orlato di pelliccia venire sovra un bianco destriero: gli cavalcavano al fianco alcuni nobili capitani d’armi, e lo seguivano molti militi armati in tutto punto. Il popolo, che stava stivato in ale lungo la strada, faceva eccheggiare l’aria di evviva al suo passaggio. Quando Giovan Galeazzo fu giunto dappresso al tempio di Sant’Eustorgio, rivolse verso la porta di quello il proprio cavallo, e così fecero gli altri. I frati Domenicani usciti dalla chiesa gli vennero incontro: due persone del suo seguito, balzate da sella, si recarono a lato del di lui cavallo; e tenendogliene le staffe, gli diedero braccio a discendere. Egli porgendo con affabilità il saluto a que’ frati, che con atti di umiltà e di sommo rispetto lo accoglievano, s’avviò alla chiesa, dicendo essere desideroso di assistere alla celebrazione d’una messa avanti all’altare de’ tre Re Magi, per rendere grazie a Dio della sua felice venuta.

I battenti della porta della chiesa furono spalancati, e Giovan Galeazzo col seguito vi entrò. Un inginocchiatoio adorno di preziosi ornamenti, con cuscini di seta frangiati in oro, venne recato innanzi alla cappella dei Re Magi; e il principe piegato su quello, fosse abitudine, fosse sincero sentimento di religiosa pietà, si compose in attitudine d’intenso pregare.

Da tutte le celle e le stanze corsero alla sagrestia i frati ed i servi del convento, e si affaccendarono ad allestire speditamente quegli oggetti che potevano servire a rendere più splendido l’altare e pomposa la celebrazione della messa: venne accesa gran quantità di lumi; si scoprirono le più belle reliquie, e tra tutte la più preziosa, quella di S. Pietro martire, racchiusa in aurea conserva da molti gioielli coperta; si trassero i più ricchi paramenti e gli abiti sacerdotali di maggior riserbo, e col massimo decoro incominciò la religiosa funzione, che l’incessante suonare dei bronzi annunziava.

Le porte della chiesa eran rimaste aperte; e il popolo, cui i militi impedivano d’entrarvi, stando al di fuori affollato, rimirava con divozione e maraviglia quegli splendori dell’altare, ed il raccoglimento di Giovan Galeazzo e de’ nobili suoi seguaci. Palamede e l’aríolo trovaronsi essi pure frammisti a quella turba, e guardavano anch’essi curiosamente il principe; ma i loro pensieri erano d’assai diversi da quelli delle persone da cui erano circondati. L’aríolo, astuto e conoscitore siccome era delle altrui ipocrisie, non lasciavasi dalle apparenze sedurre, e stimava entro di se che quel fervor religioso del conte di Virtù fosse, piuttosto che al vero scopo della preghiera, diretto ad ingannare il popolo; nell’animo del quale quegli esterni atti di pietà sì pubblicamente praticati infondevano venerazione, e recavano convincimento essere dotato di grande bontà chi li eseguiva. Nel cuor di Palamede all’incontro quella vista non mosse che sdegno: egli teneva per fermo che l’eccesso della tirannia fosse stato da Giovan Galeazzo consumato contro di lui in rifiutargli replicatamente la prigioniera di Trezzo; quindi si persuadeva che avendo esso un animo così duro e cattivo, falsa e simulata era l’aria di divozione con cui stava innanzi agli altari; e poco avvezzo a frenare l’impeto de’ proprii sentimenti, «Cuor di serpe (esclamò), i santi non ascolteranno i tuoi bugiardi voti....» ed avrebbe proseguito imprecando contro di lui, con pericolo d’attirarsi l’attenzione e l’ira degli astanti, se Enzel noi costringeva con rapide parole al silenzio, ed aprendogli un passaggio in mezzo alla folla, nol traeva di là lontano; per buona sorte nessun individuo del popolo aveva prestato orecchio a que’ detti, per cui, senza che persona al mondo loro abbadasse, ripresero la strada di Porta Ticinese e rientrarono in Milano.