L’aríolo, cui pressava sommamente l’impresa del cavaliero contro l’aggressione del duca di Francia, meditata da Aldobrado, si diede con ogni studio a ricercar di sapere il giusto momento in cui questi sarebbe passato presso il fiume Ticino, luogo ove l’assassino ritrovavasi; e col mezzo degli altri aríoli venne a capo d’aver notizia che il duca Ludovico era pervenuto di già a Novara, e il giorno seguente sul far della sera sarebbe giunto a Milano: fece per ciò calcolo che al mezzodì all’incirca dovea giungere al fiume, e corse ad ammonirne il cavaliere, che ansiosamente ne attendeva l’istante.

Appena comparve l’alba di quel giorno, Palamede abbandonò tacitamente le piume e il palagio del marchese Azzo Liprando, mentre, per non cagionare in quella casa agitazioni per lui, avea già mandato lo scudiero coi cavalli e le armi in una lontana abitazione. Quivi l’attendeva l’aríolo che si era svisato addossando abiti da taglialegna e portando una scure, onde mischiarsi, se ne veniva il destro, fra i ladri, per meglio spiarne i moti senza essere riconosciuto. Palamede vestì la sola armatura del petto, chè non stimava degno di prode guerriero l’armarsi a tutto punto per combattere assassini; ricoperse il capo con una celata lombarda senza cimiero, e con visiera e fori traversali; prese una lunga spada, non volle nè scudo nè lancia; e salito in arcione, seguito dallo scudiero, armato esso pure, e dall’aríolo, prese via ver Porta Vercellina.

Lasciate le mura della città, Enzel si pose di buon passo a camminare a fianco del cavaliero. Indurata dal gelo era la strada, gli alberi e il terreno biancheggiavano per le brine; sorgeva il sole come un rosso disco, ravvolto nelle nebbie, dietro le torri di Milano. L’aríolo, per distrarre Palamede dai tristi pensieri che la melanconica vista dell’invernale squallore e il languire della natura gli andava aumentando, si fece a narrare varii racconti tratti da storie, vere in parte ed in parte con fino artificio da lui adattate alla di lui situazione di animo; e frammezzando queste narrazioni col dispiegare il modo a cui dovea egli attenersi nell’eseguire l’impresa alla quale si era accinto, manteneva nel di lui cuore un entusiasmo che lo spirito d’avventure dei tempi e il desiderio di vendetta facevano ancor più vivo.

Passata a guado l’Olona, povera d’acque nella stagion delle nevi, incontrando qualche rustico casolare e villaggio di distanza in distanza, pervennero presso Magenta. Enzel consigliò il cavaliero di non passare per quel borgo, onde non dar sospetto di ciò a cui intendevano; ma ponendosi per un sentiero che correva fra i campi ne andasse oltre al di fuori: «Io (disse) che con questi abiti sarò sconusciuto, entrerò nel borgo e andrò nella casa dell’oste, per osservare se vi si trovino persone le quali sappiano quanto sta per accadere; e ci porrei il capo che alcuno della squadra d’Aldobrado vi sta in sentinella per correre a recar avviso a compagni se mai apparissero sgherri o soldati.»

Il cavaliero seguì il consiglio di Enzel; ed attraversando collo scudiero, rasente una siepe di piante, alcuni campicelli, riprese al di là dell’abitato la strada principale; soffermò il cavallo attendendo l’aríolo, il quale dopo alquanti minuti il raggiunse a frettolosi passi; ed appressatosi gli disse: «Due spioni dei ladri, travestiti da miserabili storpi, stanno appostati alle estremità del borgo; e fingendo chiedere l’elemosina, si accostano alle persone che vi entrano od escono, e le esaminano attentamente: io li ho ravvisati sotto i loro cenci, ma essi non conobbero me al certo. Nell’osteria, ho chiesto carne di cervo all’oste; ed egli mi rispose che già da qualche tempo più non ne cuoceva, a causa che occupando gli assassini i boschi e le vallate d’intorno, nessuno oramai s’arrischia girne alla caccia; e soggiunse che i signori del contado ed i villici, che talvolta sono da loro molestati nelle proprie case, hanno fatta determinazione d’armarsi in massa e sterminarli. — Troncherò io la testa del serpente (disse il cavaliero, che la vicinanza del cimento rendeva più ardente d’incontrarlo): presto, o aríolo, mi guida sulla traccia di queste vipere; saprò io rintuzzarne le velenose loro lingue.» Indi, alzando gli occhi al cielo, con voce solenne: «Siccome (disse) i più nobili cavalieri non isdegnarono mettere le loro spade nel sangue degli scellerati per liberare innocenti vittime dalle oppressioni, così io voto il capo del traditore Aldobrado al glorioso Sant’Ambrogio ed alla mia Ginevra.» Ciò detto, ripresero cammino alla volta de’ boschi.

Quanto però s’era aumentato l’ardore del combattimento nell’animo del cavaliero, altrettanto se n’era scemato il desiderio nell’aríolo; pensava egli che trovandosi senza elmo e corazza, la punta d’una squarcina o d’uno spuntone gli potevano entrare nel corpo agevolmente; giacchè se i ladri erano in gran numero, Palamede avrebbe trovato molte faccende alla spada per proprio conto, senza vegliare alla di lui difesa; ed Enzel teneva assai poca fidanza nella bravura dello scudiero. Tali riflessioni agitavano la mente dell’aríolo, e stava avvisando ai modi di scansare il periglio, allorchè guatandosi dintorno vide che i coltivati campi andavano terminando, e la strada s’inoltrava fra un’alta selva. Un tremito di paura l’invase tutto; ma mirando al cavaliero che ancor teneva la visiera alzata, vedendone il contegno fiero e sicuro, e temendone le rampogne se mostrasse viltà, riprese coraggio, e nello scaltro spirito fece calcolo dei mezzi di porsi in salvo senza guastar l’impresa; s’accostò quindi a Palamede, e disse: «Non è convenienza il rimanere su questa strada, poichè io so che poco lungi deve ritrovarsi Can-di-monte, posto a guardia per dar segnale ai ladri, che saranno appiattati in vicinanza della strada del momento in cui passeranno i viaggiatori Francesi; se esso ci scorge, darà loro qualche segnale; ed essi rientreranno nel bosco, e il colpo ci va fallito: meglio si è che cerchiamo di guadagnare la sommità della valle di Ticino; tenendoci così alle loro spalle, noi potremo vedere l’avvicinarsi di questi signori di Francia, e appena verranno assaliti, accorrere improvvisi al luogo della zuffa.» Sebbene il cavaliero fosse impaziente d’adoperare la spada, ed avendo in costume di combattere il nemico di fronte in campo aperto, stesse qualche istante in forse che quel prendere nascoste vie non offendesse le leggi del valore; pure, persuadendosi che tale si era l’unico modo di venirne a capo, piegossi alla proposta dell’aríolo, e pose il cavallo nella selva. Gli alberi spogli di fronde, le boscaglie e gli spineti disseccati e rotti non frapponevano che lieve ostacolo al loro passaggio; essi si diressero alquanto all’interno: indi ripresero via in direzione della maggior strada, e dopo non lungo andare pervennero al margine superiore della gran valle, nel mezzo della quale scorre il Ticino.

L’aríolo, fattosi innanzi, trovò un luogo eminente nel terreno; ed ivi chiamò il cavaliero, e glielo additò siccome opportuno ad arrestatisi. Libera da quel sito scorrea la vista sovra la sottoposta valle, che più estesa che erta s’allarga d’alcun miglio; i contorni occidentali di essa si disegnavano sul lontano giogo delle alpi candide di neve, che il sol meriggio irradiava. Selvaggi come natura li giva creando, s’appresentavano per l’inclinato piano immensi boschi; le elci e pochi altri alberi, che il verno non spoglia, porgeano all’occhio qua e là le loro verdi foglie tra le altre infinite piante che i nudi rami intrecciavano. Nel fondo della valle scorgevansi per varii tratti le azzurre acque del fiume di cui i boschi impedivano di vedere la continuità.

Poco al di sotto dell’elevato luogo ove trovavasi Palamede, la strada per Novara scendeva verso il Ticino, e se ne seguiva coll’occhio lunga pezza il giro: indi essa perdevasi, e ricompariva al di là del fiume salendo l’opposto lato della valle; ma la distanza e le folte selve ne la celavano tosto interamente.

«Vedete voi là (disse l’aríolo al cavaliero) quell’uomo con nera giubba e cappuccio che stando sulla strada taglia lentamente colla falce i rami sporgenti degli alberi, quello è Can-di-monte che attende i passeggieri per avvertirne la masnada d’Aldobrado che certamente sta in agguato poco lontano da lui, e forse tra quella massa d’alti alberi. — Il veggo (rispose Palamede, cui scorgeasi in volto che gli era penoso il più oltre frenarsi); ma dimmi, Enzel, or che sappiamo dove Aldobrado si trova, perchè mi trattieni dal ritrovarlo anzi che giungano questi passeggieri? Essi incontreranno più facile cammino quando il ribaldo sarà ucciso.» L’aríolo, al compimento de’ cui disegni ed alle precauzioni per la propria sicurezza premeva l’intervento dei nobili francesi, con tutta la propria facondia si fece a dissuadere il cavaliero da quella richiesta, e guardando il sole: «Già da un’ora (disse) è passato il mezzodì; d’assai non ponno stare a pervenire in questi luoghi.... Ma.... non m’inganno.... eccoli.... eccoli.... li vedete voi?.... là.... dicontro a noi.... tre.... quattro.... cinque uomini a cavallo.... discendono verso il fiume. Che c’è dietro a loro?... Una paraverèda... donne.... dame sicuramente, e poi tre cavalli con altre some.... È il duca Lodovico senz’altro. Che bottino per Aldobrado se potesse riuscire a porvi le mani! Presto scendiamo: entrate in questo letto di torrente, esso giunge vicino alla strada: quivi attenderemo il giusto momento per uscir loro addosso. Se ci scoprissero, perdiamo tutto il frutto della nostra fatica.»

Veduti i viaggiatori da lungi ed udite queste parole, Palamede mosse il cavallo: lo scudiero il seguì, e l’aríolo si tenne dietro a loro: per greppi e ciottoli discesero sin dove aveva indicato Enzel, e quivi si fermarono cheti. Pochi istanti erano scorsi, quando uditosi uno appressarsi di cavalli e di ruote, s’intese un fischio; un rumore gli successe di genti accorrenti, ed un gridare improvviso, e percuotersi di armi. Palamede diè di sprone al cavallo, calò la visiera, sguainò la spada, e in pochi slanci fu sulla strada; il seguitava lo scudiero, ma l’aríolo era scomparso. Di rapido galoppo il cavaliero fu in mezzo alla zuffa. Presso un cavallo atterrato, stava facendo forza per rialzarsi uno de’ passeggieri giovane e riccamente abbigliato; ma un ladro, tenendolo a terra, gli misurava al cuore una pugnalata: il cavaliero con un fendente spaccò a questi il capo e lo stese al suolo. Tre altri viaggiatori assaliti ciascuno da più assassini, tratte le spade, s’andavano difendendo; e un quarto più vecchio, già disarmato, veniva violentemente strascinato da cavallo; altri ladri s’erano posti intorno alla paraveréda, e ne discendevano le donne; ed alcuni, scaricate le some, scioglievano i forzieri. Palamede, slanciatosi fra loro, menando colpi maestri con vigoroso braccio, quanti colpiva, tanti poneva a terra. Gli assassini, sopraffatti da questo inatteso assalto, avevano abbandonati i passeggieri; e già ritraevansi al bosco, quando l’un d’essi coperto da una pelle di lupo che vestivagli le spalle, il petto e la testa, alzando furiosamente una mazza di ferro, con voce orrenda gridò: «Giuro per l’inferno di fracassare il cranio a chi non mi segue: stringiamoci insieme; uccidiamo.» Tutti a queste parole corsero dintorno a lui; e in tal modo congiunti, scagliatisi con estrema forza contro il più prossimo de’ passeggieri, lo rovesciarono a terra in un fascio col cavallo. Palamede, udendo quelle voci, e vedendo l’inferocito capo degli assassini, «Ti conosco (esclamò), ribaldo traditore; ora tu stesso non potrai sottrarti alla mia vendetta.» Così dicendo, verso di lui precipitando il destriero, mirògli colla punta alla gola. Aldobrado iscansò il colpo, che venne a ferire un altro di sua schiera, ed «atterriamolo, atterriamolo» gridava disperatamente. Tutti gli assassini furono colle armi addosso al cavaliero, che roteando la spada rapidamente d’ambo i lati, ribattè una tempesta di colpi; e cogliendo il destro, e pungendo a due sproni il cavallo, drizzò al volto d’Aldobrado sì giusto l’acciaro, che coltolo alla guancia, lo traforò, facendoglielo uscire per la nuca; e così trafitto il trascinò per la violenza della spinta più passi lontano; ove cadendo, gli si scopersero i rossi capelli del capo, ed il feroce viso apparve deforme e insanguinato.