I passeggieri, vedendo gli assalitori tutti dintorno al cavaliero, si slanciarono essi pure alla lor volta contro di loro. Questi mirando ucciso il condottiero, e sentendosi da forti spade incalzati, si diedero alla fuga, cacciandosi verso i boschi; ma a toglier loro tale scampo, sbucarono fuor della selva improvvisamente molti taglialegna, che atterrando i fuggenti a colpi di scuri, li presero presso che tutti, e con forti lacci gli uni agli altri avvinsero, onde non potessero più sottrarsi al destino che li attendeva. Primo fra loro fu Enzel Petraccio, che innanzi a tutti uscì dal bosco gridando: «Vivano i prodi cavalieri! Viva Palamede!» il che gli altri ripeterono con alto frastuono.
All’aríolo era dovuta la presa dei ladri: egli mentre faceva via pei boschi, udendo un lontano succedersi di botte per la selva, persuaso che fossero villici intenti ad atterrar piante, aveva formato il progetto di condurli alla zuffa, onde prestar soccorso se per avventura Palamede perigliasse. Infatti mentre questi discendeva dall’alto della valle pel letto del torrente alla strada, s’allontanò da lui; e dirigendosi verso il luogo d’onde partiva quel martellare di scuri, vi trovò molti taglialegna. Ansante e premuroso, come chi rechi notizia di grande avvenimento, a loro narrò che quella banda di ladri tanto in que’ boschi terribile era stata da valorosi guerrieri sorpresa, e posta in ispavento e fuga; che oramai gli assassini non potevano aver salvezza che ritraendosi pei boschi, e che essi accorrendo avrebbero loro tolto questo rifugio, e sarebbonsi liberati da sì funesti vicini. Con tali detti destò in quei lavoratori gran curiosità e coraggio, e li guidò correndo in truppa giù pei burroni al sito dell’assalto, ove giunse al momento che il successo aveva fatte verificare le sue parole.
Grandissima, come è da credere, fu la sorpresa e la maraviglia de’ nobili viaggiatori francesi per questo evento. Il repentino assalto da tanti uomini contro di loro eseguito, lo sconosciuto guerriero che con stupende prove di valore li rese salvi da sì grave periglio, avevano ad essi recata l’impressione che far sogliono i più straordinarii avvenimenti; e la comparsa in quel momento quasi magica di molti villici la fece loro ancor più sorprendente. Allorquando di quella schiera di ribaldi molti furono uccisi, e il dar delle armi cessato per la presa degli altri, essi si fecero intorno a Palamede, e in lingua di Francia gli porsero, colle lodi per sua bravura, le più grandi attestazioni di riconoscenza, ed il pregarono a render loro manifesto come fosse sì singolare accidente accaduto: quegli però le cui parole appalesevano maggior gratitudine, e che colle più affettuose espressioni dicevasi al cavaliero debitore della vita, si era il più giovane fra loro, e lo stesso che stava sotto il pugnale d’un assassino quando primamente sovraggiunse Palamede. Non difficile fu l’accorgersi ch’egli era il duca Lodovico, poichè gli altri, vedendolo a terra, erano tutti discesi da cavallo, a gara ciascuno offrendo a lui il proprio, e gli stavano a fianco con atti di rispetto e premurosa attenzione: istantemente questi chiese a Palamede che alzasse la visiera e si desse loro a conoscere. Palamede, il quale era istruito della lingua provenzale, poichè le amorose e cavalleresche canzoni che si cantavano per le corti d’Italia erano pel maggior numero in tale idioma, intese il loro parlare; e levando la visiera dal volto, loro rispose, con simil favella, ch’era dovere d’ogni cortese cavaliero il distruggere gli uomini infesti, e ch’egli così operando s’era vendicato d’un traditore; poscia, rivolgendo da se il discorso, disse ch’era d’uopo per l’istante dar opera a rincorare le dame da quel trambusto agitate, ed assettare gli equipaggi, onde riprendere cammino per abbandonare il luogo di così orribile scena.
A queste parole i nobili Francesi, cui quel solo sommo dovere della riconoscenza aveva fatto per un momento dimenticare la galanteria, si volsero frettolosi alla paraveréda; ma le dame in numero di due, con due damigelle, erano di già discese da quel cocchio, e stavano intente a soccorrere il viaggiatore più vecchio giacente al suolo, poichè la furia de’ ladri nell’istrapparlo da sella lo aveva in più parti offeso.
A tal vista fattisi tutti a lui vicini: «O mio Montaigu (disse con grave cordoglio il giovane duca Lodovico), sei tu ferito? — No (egli rispose con una serenità che nel di lui animo, sempre lieto e inalterabile, non valeva quel lieve disastro a turbare): io sono smontato da cavallo un po’ sgarbatamente; ma starei ritto e franco sulla persona come sta qui avanti a me il cavaliere di Beaumanoir, che ebbe pochi momenti sono la mia stessa sorte, se non mi tenessero a terra gli anni, doppii de’ suoi.»
Mentre i Francesi ragionando intorno al conte di Montaigu davansi mano a recarlo nella paraveréda, e le dame lo interrogavano delle circostanze di quel fatto e dello sconosciuto loro difensore, Palamede ordinava all’aríolo ed allo scudiero di fare da alcuno di que’ contadini ricaricare le some sui cavalli de’ viaggiatori, e spogliare dai ricchi arnesi l’ucciso destriero del duca, riponendoli fra gli altri loro oggetti. Di que’ taglialegna, varii infatti si fecero a raccogliere gli sparsi forzieri e rinchiuderli; altri ricercavano le armi dai masnadieri perdute, e frugavano loro ne’ panni per levar ad essi i denari o gli oggetti preziosi che possedevano. Alcuni stavano a guardia di quelli presi e legati, ed andavano con poca umanità ingiuriandoli, rinfacciando ad essi i commessi delitti, e minacciandoli di prossimo patibolo; alcuni altri finalmente, levando sulle spalle gli uccisi, gli appendevano ai rami delle piante di lato alla strada; ed un di loro arrampicandosi ad alta quercia, trasse per una corda a quella sommità il cadavere d’Aldobrado, e lasciollo quivi legato pendere penzoloni.
Allorchè furono le cose rimesse in ordine, e i viaggiatori risaliti in sella, tutti presero insieme cammino, salendo la vallata. Precedevano i taglialegna conducendo i malfattori annodati; seguivano a qualche distanza i nobili Francesi, frammezzo ai quali stava Palamede; indi venivano le dame nella paraveréda, e dietro più lentamente seguitavano i caricati cavalli.
Enzel Petraccio camminava presso allo scudiero, restando il più che gli era possibile inosservato: poichè essendo il di lui piano riuscito felicemente, temeva che venendo egli veduto colà da alcuno degli aríoli che erano stati in quella notturna adunanza presso l’Olona, avesse a segnarlo qual traditore, che aveva tratto profitto d’una notizia quivi palesata per far distruggere quella masnada d’assassini fra cui ve ne erano molti stretti con essi in amicizia; e paventava, se ciò avvenisse, di essere vittima d’una loro secreta vendetta.
In un tratto essendosi sparsa la voce di ciò ch’era avvenuto, tutte le genti del contado si recavano in folla sulla strada ad incontrare quella comitiva, e numerose voci applaudivano ai cavalieri, ed obbrobriavano i ladri. Gli abitanti del borgo di Magenta rimasero stupiti che uomini stranieri avessero così prestamente ed a loro insaputa eseguita un’impresa ch’eglino stessi stavano con gran sollecitudine disponendo: andavan essi chiedendo come fosse avvenuto quel fatto, e sebbene ne fosse la storia di già travisata in mille guise, pure una voce generale ne indicava Palamede come autor principale: onde tutti si affollavano ad ammirarlo, e facevan le maraviglie per la sua prodezza. Egli però, poco ambizioso di que’ popolari applausi, giva sollecitando i Francesi ad affrettare i cavalli, poichè essendo il giorno avanzato assai, necessitava far veloce cammino per giungere pria che fosse notte alle mura di Milano. I Francesi infatti seguirono il di lui consiglio, e di buon trotto tutti si tolsero alla vista di que’ terrazzani, i precipui fra i quali stavano divisando di festeggiarli; ma non potendo ciò eseguire, occuparono il rimanente di quella giornata all’orribile spettacolo di vedere innanzi alla casa del comune torturare ed uccidere gli assassini stati presi.