Qui sono le famose e sacre soglie
Di Giovan Galeazzo primo duce
Che è de’ Visconti ancor splendida luce,
Unde ogni esemplo di virtù si toglie.
Bernardo Bellinzone, Sonet.
Gastone conte d’Armagnac, che era stato spedito da Carlo re di Francia a Milano per trattare le nozze del di lui fratello Lodovico colla figlia di Giovan Galeazzo, abitava in una magnifica casa di questa città. Egli aveva avuto secreto avviso che il giovane duca sarebbe giunto a Milano all’insaputa del Visconte, a cui voleva, coll’improvviso suo comparire, recare grata sorpresa; ma ignorava però il giorno in cui doveva pervenirvi, imperocchè la malagevolezza delle vie non permetteva di formar calcolo esatto del tempo ch’era d’uopo impiegare nel viaggio. Fu questa la causa per cui non si recò ad incontrarlo, e che col maggior contento lo accolse coi cavalieri e le dame che ne formavano il seguito, allorchè giunsero a sera avanzata nella di lui abitazione.
Palamede aveva accompagnato il duca sino alla casa del conte d’Armagnac, e quivi preso da lui congedo ritirossi nel proprio palazzo. Il valore di lui, e forse più di questo la dolcezza congiunta alla nobiltà della persona e dei modi, si erano sì addentro impressi nell’animo di Lodovico, che spiacevole sommamente gli sarebbe stato il distacco del cavaliero, se non avesse questi data parola di venire nel seguente giorno a visitarlo.
Il dì appresso infatti Palamede recossi alla dimora di Gastone, ove il duca e gli altri cavalieri e le dame di Francia lo ricevettero con somma cortesia, presentandolo al conte siccome quel prode cavaliero che era stato loro liberatore nel tremendo periglio che avevano corso nel viaggio, e di cui, appena giunti, fecero ad essolui minuta narrazione. Il conte rese esso pure le più vive grazie a Palamede per sì segnalato favore fatto al fratello del suo re, e mostrò molta meraviglia per non aver mai veduto alla corte di Giovan Galeazzo un cavaliero lombardo di tanto valore. Lodovico, nel cui animo la giovanile età e l’affetto che gli si era destato per Palamede, producevano un entusiasmo di riconoscenza, dichiarò che se un sì degno cavaliero non veniva dal Visconte onorato, egli lo avrebbe condotto seco a Parigi, ove sarebbe stato ricevuto fra i più distinti baroni della corte di re Carlo.
Palamede, protestandosi a Lodovico gratissimo, rispose che egli non ambiva distinzioni dai principi, poichè la sua spada e il suo braccio erano i soli mezzi a cui affidava la propria gloria; ma, soggiunse, che Giovan Galeazzo, ben lungi dal porgergli segni d’onore, era ver lui crudelissimo, offendendolo nel più vivo del cuore.
A questi detti, tutti mostraronsi compresi da sdegno e da dolore, e Lodovico istantemente pregò il cavaliero a palesare per qual causa il conte di Virtù fosse a lui nemico, e qual modo tenesse nell’essergli tiranno. Con quella veemenza ed espressione che il risentimento d’un’offesa congiunto all’idea della propria forza accendono in un animo vigoroso ed ardente, Palamede, svelando il proprio lignaggio, narrò la storia dell’amor suo per Ginevra, e rammentando il rovescio della fortuna di Bernabò, disse come Giovan Galeazzo tenesse con irremovibile ferocia quella sua fidanzata rinchiusa in un castello per null’altra cagione che per farla languire disperatamente, onde accrescere per tal barbaro modo il dolore ed accelerare la morte del padre di lei, di cui si voleva spenta nella mente di tutti la memoria.