Tale racconto, che l’espressive sembianze di Palamede, dipingendosi nel dirlo a varii affetti, rendevano più vero ed interessante, penetrò d’un senso di tenerezza e pietà i cuori di que’ nobili Francesi, e quello del giovane duca più d’ogn’altro, che, commosso, esclamò: «Falsa era dunque, o Gastone, la rinomanza che del conte di Virtù suonava in Francia, come di generoso e saggio signore!... Il Re mio fratello venne tratto in inganno, poichè egli non vuol certo congiungermi alla figlia d’uno sleale oppressore, ed io abborro il farmi suocero un principe che calpesta così empiamente i nodi del sangue.» Il conte d’Armagnac, cui doleva l’ira impetuosa del duca, lo assicurò con molte parole, che Giovan Galeazzo dimostravasi coi soggetti d’animo giusto ed umano, di che faceva prova l’amore a lui dai vassalli attestato con molteplici omaggi; ed accertò Palamede che il rifiuto fattogli della prigioniera di Trezzo non poteva derivare che da cautele di dominio, e non da tirannia; ed egli stesso lo accertava che assumendosi il duca Lodovico l’impegno di ottenerla, il principe non gli avrebbe fatta negativa, nè sarebbero scorsi lunghi giorni che egli potrebbe condurre libera la sua fidanzata al giuro nuziale innanzi agli altari. A queste parole Lodovico esclamò che non avrebbe giammai dato mano di sposa alla figlia di Giovan Galeazzo, se questi pria non porgeva sacra promessa di concedere Ginevra al cavaliero.
Le speranze di Palamede, già tante volte deluse, rinacquero a tali detti; ed ebbe convincimento che la dignità del duca e la solennità del momento in cui chiederebbe per lui quel favore, avrebbero di certo costretto Giovan Galeazzo ad accordarlo: sicchè più non dubitò che verrebbe al fine l’istante che sua sarebbe colei per possedere la quale, se gli fosse stata ancora contrastata, era ormai per appigliarsi alle più violente e disperate risoluzioni.
Il contento che tale pensiero gli infondea nel cuore si manifestò nel suo volto, e, fattosi lieto, stette lunga pezza fra que’ nobili Francesi intrattenendosi de’ gioviali colloquii che vennero posti in campo dal conte di Montaigu, che, pienamente risanato della caduta, facea scopo di allegro racconto quel disastroso avvenimento che lo aveva posto in necessità di percorrere la strada dal Ticino a Milano chiuso colle dame nella paraveréda. Dopo molti altri ragionamenti Gastone fece al giovane duca un quadro della corte di Giovan Galeazzo, descrivendo i personaggi più distinti che v’intervenivano, ed ogni elogio prodigalizzando alla bellezza, alle grazie ed all’ingegno di Valentina, dandogli fede che non era dessa in ogni pregio inferiore ad Isabella di Baviera, di cui a Parigi s’eran celebrate da poco tempo le nozze con re Carlo, la quale aveva vinte tutte le dame francesi sì per l’avvenenza della persona, come per la novità e l’eleganza degli abbigliamenti. La fantasia di Lodovico, già per indole focosa, fu più che mai accesa da queste narrative, e voleva recarsi incontanente alla corte del principe per vedere Valentina, ed ottenere Ginevra a Palamede.
Ma Gastone fece a lui presente ch’era d’uopo a tal fine attendere la sera, tempo in cui Giovan Galeazzo soleva adunar la corte a festoso convegno, al quale intervenivano Caterina di lui moglie, con Valentina e le più nobili dame; poichè in altri momenti chiudevasi in appartate stanze, nè alcuno ammetteva alla propria presenza se non fosse stato dapprima minutamente istruito del chi si fosse, e che chiedesse, e sarebbesi in tal modo svanito l’effetto della gentile sorpresa che aveva meditata venendo celatamente a Milano. Accettando questo consiglio, in cui tutti come ottimo convennero, Lodovico prefisse la sera di quel giorno istesso per recarsi alla corte, e diè comando si disponessero le più ricche vesti che avea recate di Francia, e che erano al suo nobile grado convenienti.
Quando la signoria di Milano venne divisa tra i due fratelli Galeazzo e Bernabò, s’avevano essi scelta per loro dimora l’uno il castello di Porta Giovia, e l’altro quello di Porta Romana, abbandonando entrambi il magnifico palazzo che Azzone Visconti, essendo solo signore della città, aveva fatto costruire circa l’anno 1335 nel luogo detto del Broletto vecchio. Giovan Galeazzo, allorchè s’ebbe sbarazzato dello zio, fattosi così unico padrone dello stato, amando il fasto principesco, ed aspirando alle grandezze d’un più esteso potere, volle per luogo di sua corte il palazzo di Azzone, e lo fece più riccamente addobbare che ai tempi d’Azzone stesso non fosse. Quell’edificio innalzavasi presso che sull’area stessa, ove trovasi ai nostri giorni il reale palazzo, se non che stava più al lato destro di questo, stendendosi tra la regia cappella di San-Gottardo e il Duomo, occupando una parte del suolo ora coperto da quest’ultimo tempio.
Era desso di forma quadrata: le porte e le finestre ad archi acuti vedevansi intorno ornate d’arabeschi e figure: in mezzo alla sua fronte s’innalzava una larga torre, lungo i cui profili scorgevansi sottili colonne e statuette di varie foggie; da settentrione stavagli presso la chiesa di Santa Maria Iemale, e a mezzodì San-Gottardo, di cui il campanile, che ancora vediamo, quello stesso si è, fatto da Azzone elevare, e su cui venne posto a que’ tempi il primo orologio che si vedesse in Milano, e forse in Italia, il quadrante del quale era distinto in ventiquattro ore che venivano annunziate dai tocchi d’una grossa campana, lo che recava una generale meraviglia, e fu causa che alla contrada che vi passa dappresso s imponesse il nome di Contrada delle ore.
In mezzo a quel palazzo stava un vasto cortile cinto da porticato, d’onde ampie scale conducevano agli interni appartamenti ripartiti in sale e stanze adorne con gran magnificenza: erano le volte coperte d’oro e di smalti, le porte contornate di fregi scolpiti in marmi preziosi, e dai battenti risortivano figure cesellate in bronzo; la luce entrava da grandi vetriate infisse in imposte dorate, dipinte a vivaci colori. La gran torre nel centro andava divisa in varii piani, ognuno dei quali era un’elegantissima camera, fra cui v’aveva quella le cui aperture erano chiuse da una rete dorata che conteneva moltissimi uccelli rari con isplendide penne.
Ritrovavansi uniti al palazzo ameni giardini in cui stava un chiostro tutto ricco al di dentro di pregiati dipinti, e di gotica architettura al di fuori, al piede del quale stendevasi un laghetto, nelle cui limpide acque esso si specchiava. In mezzo al laghetto sorgeva sovra un’alta base una colonna sostenuta sul dorso di quattro leoni, dalla bocca dei quali scaturiva un largo getto d’acqua, alla cui sommità stava un angelo portante nella destra una bandiera, nel cui campo vedevasi la vipera d’oro. Eravi eziandio un serraglio di animali stranieri, fra cui contavasi uno struzzo, l’unico che in que’ tempi vivesse in Europa.
Questa dimora, piuttosto degna d’un gran re che d’un principe resosi da poco tempo signore dello stato, soddisfaceva pienamente alle brame di Giovan Galeazzo. Amava che tutti quelli che entravano nella sua corte restassero presi d’ammirazione per la magnificenza che vi vedevano spiegata, e teneva per fermo che pensieri e modi sovrani guidavano le potenti persone ad assumerne la dignità.
Egli però di tutto quel vasto palazzo tenevasi di consueto in una sola appartata stanza, nel cui addobbamento più all’agiatezza che alla sontuosità s’aveva avuto riguardo, contiguo alla quale stava un segreto oratorio. Nella stessa camera vedevansi in ricchi scaffali riposti molti libri, alcuni de’ quali andavano stretti in coperture ornate di pietre preziose e di lamine d’oro; altri, aperti sui tavolieri, mostravano larghi fogli di pergamena scritti in gotici caratteri, le cui iniziali erano abbellite da miniature che occupavano gli spaziosi margini.