Tra questi volumi i principali erano stati trascelti e pel principe acquistati da Francesco Petrarca, che li disseppellì dai polverosi ammassi raccolti ne’ monasteri. Ivi scorgevansi i libri della filosofia d’Aristotile, gli Annali di Tacito, i poemi d’Omero e di Virgilio, le opere teologiche di Sant’Ambrogio e di altri Santi Padri, la Bibbia, molte sacre preci, il Canzoniere e l’Africa del Petrarca istesso, le Poesie di Pietro Bescapè, le Romanze dei trovatori e le storie dei tempi.

Giovan Galeazzo racchiudevasi ogni giorno in quella stanza, ove non ammetteva che i più fidati ministri de’ suoi disegni, che consultava intorno ai più importanti affari, e passava del resto solingo molte ore attendendo alla lettura delle istorie degli antichi, le cui grandezze ed i famosi fatti tanta brama gli destavano di imitarli; e meditando agli interessi dello stato, non per migliorarne le condizioni, ma per consolidarne in se il dominio, ed allargarne i confini, onde ottenere una possanza tale che valesse a porgli nella destra uno scettro reale.

Sebbene egli possedesse quasi tutta l’alta Italia, dal Mincio al mare Mediterraneo, sentiva che non teneva ancora sufficienti forze da opporre con esito certo a quelle de’ Veneziani, del Pontefice, o dei Germani in caso di loro discesa; e faceva calcolo che ad ottenere un’assoluta preponderanza su tutti gli stati d’Italia era d’uopo stendesse il proprio dominio fino all’Adriatico; per venirsi a frapporre tra lo stato della Chiesa e la Veneta Repubblica. Seguendo questo pensiero guardava con occhio contento, assoggettando alle sue politiche riflessioni, le contese insorte tra Francesco di Carrara signore di Padova, ed Antonio Della Scala signor di Verona; e poichè gli era noto che i Veneziani porgevano secreti aiuti allo Scaligero per togliersi la vicinanza del Carrarese, egli stabiliva fra se di farsi in soccorso di questo, impossessarsi di Verona, scacciando lo Scaligero, che gli era anche particolar nemico per aver dato rifugio ai figli di Bernabò, e sotto velo di difesa mandar soldati a Padova, da dove gli riescirebbe poi facile allontanarne Francesco di Carrara, e fattosi così padrone di quello stato venire a porsi alle porte della repubblica, e rendersi signore di quasi tutto il corso del Po. Pervenendo a questa meta, rifletteva che avrebbe potuto dettare a tutti gli altri principi le condizioni che gli andrebbero a grado, e nessuno avrebbe osato opporsi al suo disegno di assumere il titolo e le insegne di re d’Italia.

Dappoco egli frattanto stimava se stesso, perchè non teneva la signoria che come vicario degli imperatori d’Allemagna; e benchè mirasse più alto, voleva nel frattempo fregiarsi la fronte della corona ducale, come primo passo al regno; per il che tenevalo assai in pensiero il progetto di spedire un ambasciatore alla corte di Venceslao imperatore, ed avea frequenti colloquii a questo fine con Guido Pallavicino, uomo assai accorto e delle arti cortigianesche espertissimo, che sembravagli il più atto ad ottenergliene a forza d’oro o d’intrighi l’imperiale diploma. Vero è che mezzo più certo e pronto onde avere da Venceslao la concessione del titolo di duca sarebbe stato il trattare le nozze della propria figlia Valentina con alcuno della famiglia di quell’imperatore, il che era pure desideratissimo da tutti i potenti lombardi signori; ma in ciò l’ambiziosa cupidigia di Giovan Galeazzo cesse all’amor paterno. Egli amava la Francia, perchè una bella Francese era stata sua prima moglie, e sempre gli era rimasta dolce in cuore la memoria delle feste cavalleresche e del lusso della corte di Parigi: onde per sì fatta inclinazione sua e per l’indole di pompeggiare, ch’egli vedeva con compiacenza svilupparsi in Valentina, volle fidanzarla al duca di Turenna, fratello del re di Francia, per mandarla ad una corte in cui la sua tendenza alla splendidezza avesse avuto campo di segnalarsi; e per ciò davagli eziandio in dote la città di Asti, tutti i castelli del Piemonte e quattro centomila fiorini d’oro.

Ma il desio di farsi grande e dominatore non era il solo che la smisurata ambizione nutriva nell’animo di Giovan Galeazzo; egli voleva eziandio recare stupore ai presenti, e mandar famoso il suo nome ai posteri, innalzando monumenti di sorprendente grandezza e maestà. Era per ciò anche oggetto di sua meditazione l’idea di far erigere presso il proprio palazzo un tempio di cui un simile non si vedesse al mondo. Fu infatti questa idea del principe effettuata il vegnente anno nell’erezione del nostro maestoso Duomo, che dimostrò, sin da quando gli si diede incominciamento, ch’essere dovea la più vasta chiesa di tutta Cristianità, e che non ancora ai nostri giorni, a causa dell’immensità dei lavori, a perfezione condotto, è soggetto di meraviglia ai riguardanti per la colossale sua mole e gli innumerevoli ornamenti, attestando quanto dovevano essere grandi le idee e la vanità di un principe di piccolo stato, che in tempi d’ogni prosperità pubblica difettosi ne concepiva il pensiero, e lo faceva eseguire. La Certosa eretta più tardi nel suo parco di Pavia, pel compimento della quale fece assegno della rendita di molte terre, si può credere a buon diritto dovuta alla stessa di lui brama di gloria, sebbene egli dicesse che facevala costruire per mantenere un voto fatto per la salute di sua moglie Caterina, ed in espiazione delle proprie colpe, come era l’uso dei tempi.

Tutte queste immagini di potenza e di gloria che signoreggiavano lo spirito di Giovan Galeazzo erano però sovente, nell’epoca di cui parliamo, offuscate e sospese da un terribile pensiero. Nel castello di Trezzo, egli rammentavasi, esisteva ancora Bernabò. Per quanto fosse certo che da quelle mura non potesse sottrarsi, pure la fantasia spesso glielo rappresentava trionfante e libero in atto d’entrare in Milano a strappargli il potere e la vita: quando agitavangli il cuore tali spaventose idee, un truce disegno gli si affacciava alla mente; ma la sete di regnare non valeva a soffocargli i rimorsi e il terrore di che l’esecuzione di quel progetto il minacciava. Abbenchè molte pratiche di pietà, da Giovan Galeazzo tenute, fossero false od esagerate, avea egli non pertanto una viva religiosa fede, nè era spoglio di tutte le superstiziose credenze che in quell’età dominavano: per lo che le scellerate brame, sebbene non spente, erano in lui frenate dal pensiero della divina vendetta, che combattendo in suo cuore coll’avidità del potere, il teneva di frequente dolorosamente angosciato.

Da tali gravi cure, che durante il giorno gli incatenavano la mente in profonde meditazioni, egli prendeva la sera sollievo recandosi frammezzo a numerosa scelta di dame, cavalieri, scienziati, artisti, che faceva chiamare a serali veglie nella propria corte, con tutti piacevolmente intrattenendosi ragionando.

L’adunanza si raccoglieva in quel palazzo nella gran sala detta della Gloria, che era la più vasta e magnifica che mai si vedesse. L’ampia sua volta era tutta ricoperta da uno smalto azzurrino a fiori d’oro: le pareti ne erano maestrevolmente dipinte, vi si scorgea la Gloria raffigurata da una alata matrona con ricchissimi abiti, a’ cui piedi stavano armi e corone; intorno ad essi eranvi molti personaggi favolosi e storici, come Ercole, Teseo, Enea, Attila, Carlo Magno ed Azzone Visconti. Vedevansi appesi in bell’ordine alla sommità delle pareti stesse varii scudi a modo di trofei, sui quali stavano gli stemmi del principe e di sua famiglia; v’era la biscia coronata, v’erano i due secchii pendenti dal tronco acceso, insegna che il padre di Galeazzo si acquistò guerreggiando in Fiandra; e v’era l’albero carico di frutti, impresa di Giovan Galeazzo come conte di Virtù. I tavolieri posti intorno alla sala erano di squisito lavoro, ed i sedili andavano ricoperti con velluti preziosi; varie lamiere pendevano dalla volta sospese a catene d’oro, e molti doppieri ne aumentavano la luce.

Nella sera dal duca Lodovico prefissa a recarsi alla corte, il consueto adunamento fu oltremodo splendido e numeroso. Trovavansi quivi i più nobili signori di Milano, di altre città soggette al Visconti e straniere; v’erano gli ambasciatori di varii stati, ciascuno dei quali vestiva con proprio costume; notavansi tra questi Ottonello Discalzo, famoso dottore in legge, mandato dal Gonzaga signor di Mantova, Alvise Pepoli, spedito dalla repubblica di Venezia, il legato del papa Urbano VI e l’ambasciadore di Firenze. V’erano tra i varii capitani d’armi i due celebri giovani Sforza e Braccio da Montone, venuti di quel tempo in questa città col conte Alberigo Balbiano: era in loro notabile, oltre l’intrepido virile aspetto, la foggia conforme dell’abito partito a quarti di diversi colori. Alla metà destra del petto ed alla coscia sinistra vedeasi di colore incarnato, ed alle opposte parti di color bianco e cilestro. Ritrovavansi in quell’adunanza giureconsulti, medici, poeti, non che architetti, pittori e musici distinti: ciò però che ivi recava il maggior brio, ed appagava più dilettosamente lo sguardo, erano le dame e le patrizie donzelle, in cui le venustà delle forme givano pari alla ricchezza e bellezza dell’abbigliamento.

Allorchè quel principesco crocchio fu compiutamente nella sala raccolto, preceduto dai paggi e dai servi, vi venne Giovan Galeazzo accompagnato colla moglie Caterina e seguito dalla figlia Valentina che stava fra varie nobili damigelle.