Il principe contava gli anni trentotto; era ben fatto della persona, e siccome addestratosi in gioventù al maneggio delle armi, aveva presenza maschia e robusta; i suoi lineamenti erano carraterizzati e virili; ma benchè vi si scorgesse l’impronta di famiglia, apparivano più dolci e maestosi di quelli de’ suoi avi; nell’alta sua fronte qualche ruga immatura accusava le fatiche del suo spirito; il suo sguardo era vivo e indagatore; usava affabilità nei modi, ma sapeva imporre ad un tempo soggezione e riverenza a chi l’appressava; portava una sopravveste di drappo d’oro, sulla quale, al petto, ricamata a bruno, vedevasi la serpe spirale di cui formavano gli occhi due grossi rubini.

Caterina toccava il sesto lustro; le sue forme non erano belle, ma una mestizia e un pallore le si scorgea nel volto, che la rendevano assai interessante: causa di tale di lei tristezza era la prigionia del padre e dei fratelli voluta dal proprio marito, a cui le era vietato farne parola: vestiva essa un abito di drappo bianco con larghe maniche di seta a fregi d’oro, e portava sui fianchi una cintura contornata di perle, i di cui opposti capi le ricadeano pel dinanzi sino al lembo della veste, ove congiungevansi in una larga rosa formata da pietre preziose.

Valentina portava una veste di stoffa d’argento listata a cerulee striscie, simili recava i calzari; e il farsetto di velluto, del colore dell’amaranto, era tutto da fili d’oro trapunto, ne’ suoi neri capelli vedeasi un nastro che si aggirava tra il volume delle treccie, indi le scendeva diviso sul candido collo. Presso al ventesimo anno, ella s’avea congiunta nella bella persona l’alterigia dei Visconti e le grazie d’Isabella sua madre; i suoi neri occhi si volgevano con impero d’intorno, tutto il suo viso era composto alla severità; ma se avveniva che piegasse al sorriso le labbra, un non so che di così amoroso e gentile le si diffondeva pel volto, che avea una irresistibile attrattiva.

Fra le donzelle compagne di Valentina una ve n’era la cui beltà vinceva quella di tutte le altre ivi adunate, se non che alla figlia di Giovan Galeazzo in ciò solo cedeva, che da’ suoi lineamenti non traspariva principesca maestà, ma piuttosto dolcezza affettuosa e inclinazione alla tenerezza. Era questa Agnese Mantegazza, le grazie del di cui viso è più agevole immaginare che descrivere: un’idea potrebbesi desumere dalle tele divine di Leonardo da Vinci, che seppe ritrarre o crear volti in cui la verginità, il sentimento ed il sapore squisito delle forme vanno congiunte ad una nota caratteristica dei tempi di cui non havvi modello ai nostri giorni. Leggiadre pozzette, morbida increspatura di capelli, sorriso in cui, unita a tutta l’innocenza e il pudore, v’avea l’espressione dell’amore, erano i pregi della beltà d’Agnese.

Quando questa e Valentina pervennero nella gran sala, i cupidi sguardi de’ giovani conversanti si portarono tosto su loro; ma mentre Valentina li rintuzzò col contegnoso portamento, Agnese abbassò gli occhi al suolo arrossendo. Nessuno però ardiva insidiare al cuore di lei, poichè sapevasi che era prediletta da Giovan Galeazzo, il quale, non capriccioso e incontinente nelle amorose passioni come gli altri principi di sua casa, amando unica questa, affetto per affetto cercava, ed ottenutolo, con lei sola per tutta la vita ebbe corrispondenza.

Quel nobile convegno formossi in cerchio intorno al principe, rispettosamente attendendone, come era di costume, le parole. Giovan Galeazzo volse primamente il discorso a Sforza e Braccio, e con gli elogi di loro bravura li lusingava, perchè nutriva desiderio di trattenergli presso di se, onde giovarsene nelle guerre che meditava. Parlò affabilmente all’ambasciatore veneziano e al pontificio legato; dopo avere favellato di caccie, di tornei, di statuti coi signori di varie città, si volse a Matteo Selvatico celebre poeta, e con lui più a lungo ragionò di poetiche composizioni.

Poco ambiziosi delle principesche parole, e della propria arte caldi amatori, i due architetti Odoardo Balbi milanese e Nicolò de’ Selli aretino stavano in un canto della sala disputando dei modi architettonici italici e germanici con un Gamodía alemanno, famoso maestro esso pure di tal arte: quando Giovan Galeazzo gli scorse, si fece tra essi, e volle proseguissero nei loro ragionamenti. Benchè i due Italiani con evidenza invincibile dimostrassero che, per buon gusto di forme e maestà, l’edificio all’italiana maniera ad ogni altro fosse preferibile, pure nel principe, che in tutte le cose al lusso ed allo straordinario mirava, fece più breccia la descrizione postagli innanzi dal Gamodía d’un fabbricato di nordico stile, per la bizzarria che narrò richiedersi nelle sommità, l’abbondanza e la minutezza degli ornamenti; per lo che raccogliendo piacevolmente quelle impressioni nello spirito, le riferiva al grandioso tempio che pensava innalzare.

Lasciati gli architetti, recossi presso le dame, loro di femminili oggetti ragionando, e dall’una all’altra venendo, giunse presso a Valentina. Balenato un amoroso sguardo ne’ begli occhi d’Agnese che stava a lei dal lato, fece le meraviglie per non vedere quella sera Gastone d’Armagnac, che soleva sovente con Valentina stessa intrattenersi, dispiegandole i costumi della corte di Parigi. Valentina, ansiosissima di farsi nel numero delle principesse di Francia, viveva alquanto indispettita pel ritardo che frapponeva a giungere in Milano il suo fidanzato duca; ma serrando in cuore tale doglia, chiese al padre, con aspetto d’indifferenza, se non avesse ricevute notizie del duca di Turenna. Giovan Galeazzo stava rispondendole, afflitto che già da alcun tempo era privo di novelle di Francia, quando un paggio entrò ad annunziargli che il conte francese con altri cavalieri e dame chiedeano l’ingresso: ordinò si facessero tosto entrare; e spalancate le porte, si vide il giovane Lodovico, alla cui sinistra era Armagnac, avanzarsi seguito da’ suoi cavalieri e dalle dame.

Generale fu la sorpresa, ignorando tutti chi si fossero quegli stranieri sì pomposamente abbigliati. Gastone condottosi davanti a Giovan Galeazzo, gli presentò Lodovico, nominandolo, qual era, duca di Turenna, conte di Valois, e fratello del re di Francia. Fattosi lietissimo a tali nomi, il principe abbracciò Lodovico con vero trasporto di contentezza, reso più vivo dalla sua improvvisa comparsa, e con affabili saluti accolse gli altri cavalieri e le dame.

Non è da esprimersi la meraviglia che a tutti recò l’arrivo inaspettato del duca. Sollecito e curioso ciascuno s’appressava per mirarlo: chi il nobile portamento e la leggiadria ne ammirava, chi la espressiva fisonomia e la bellezza. Le donne al volto ed alle sfarzose vesti osservando, invidiavano Valentina, d’un sì grande e vago signore prossima posseditrice; ed ella, tutta da una secreta compiacenza compresa, col viso imporporato dal pudore, riceveva i primi omaggi che Lodovico colla più nobile galanteria tributavale.