Dopo il duca, i cavalieri e le dame di suo seguito furono soggetto di tutti gli sguardi. La novità del costume, degli abiti femminili in ispecie, destò l’interessamento universale. Quelle Francesi vestivano conforme alle mode recate allora recentemente a Parigi da Isabella di Baviera[13], e di cui in Italia non si aveva ancora sentore alcuno, particolarmente di certi alti ornamenti del capo a maniera orientale, da cui ricadevano collane di perle ed altri intrecciamenti.

Giovan Galeazzo vide con molta soddisfazione, tra i cavalieri del duca, il conte di Montaigu, che più d’una volta era stato alla sua corte di Pavia, e l’aveva accompagnato giovinetto in Francia: festeggiandolo insiememente a Lodovico, andava l’un l’altro interrogando di re Carlo, de’ suoi zii e fratelli; e nel mentre che replicava parole di contentezza per l’inatteso loro arrivo, rimproverava dolcemente a Lodovico la non partecipatagli venuta, per ciò solo che gli aveva tolta la possibilità di preparargli almeno nel proprio dominio gli onori del ricevimento a lui dovuti. A queste parole scherzosamente il conte di Montaigu: «Gli onori del ricevimento (rispose) ci vennero fatti nei vostro stato alla vostra insaputa, un po’ ruvidamente per altro; ma credo che ciò avvenisse per provare la verità di quel motto, che un cavalier francese è pronto a brandire la spada dovunque e contro qualsiasi assalitore.»[14]

Il principe fu sommamente sorpreso da tali parole, e il richiese narrasse speditamente che fosse loro accaduto di sinistro. Prese a rispondergli Lodovico; e col calore ch’egli mettea nell’esposizione dei fatti che al vivo l’interessavano, fece il racconto dell’assalto da essi sofferto presso il Ticino da una banda di masnadieri, del pericolo che avevano tutti corso per il numero degli assassini scagliatisi improvvisamente addosso a loro, che per essere in terra amica e popolosa non vestivano armatura: disse come atterratogli il destriero egli stesso fosse per rimaner trafitto, quando apparso un ignoto cavaliere, con maravigliose prove di valore sterminando molti di que’ ribaldi, li fece salvi e sicuri.

Doppio cordoglio risentì Giovan Galeazzo alla narrazione di tale periglioso avvenimento: lo assalì il pensiero dell’onta e del danno che gli sarebbero derivati, se il duca fosse stato assassinato ne’ suoi dominii; e l’offese il sapere che nei boschi delle sue caccie stavano numerose truppe di malviventi, nè egli ne fosse conscio, nè dai guardasele si rintracciassero. Condolendosi con Lodovico per tale infausto evento, ed accertandolo che avrebbe tratto di quell’attentato assassinio la più fiera vendetta, il domandò con premura, se quel prode guerriero che loro aveva recato sì inaspettato soccorso si fosse appalesato. «Sì (ripose il duca); ma ora non dirò io il suo nome. Chieggo, o principe, un’ora domani, perchè debbo a lungo favellarvi di lui.»

Mille congetture diverse si destarono nella mente di Giovan Galeazzo, e degli altri che tale richiesta intesero; ma il principe, dissimulando, disse a Lodovico che in qualunque momento gli fosse piaciuto parlargli potea liberamente recarsi da lui; nè per quella sera più oltre si tenne su tale argomento discorso.

Tutti andavano a gara nel fare ogni cortesia e festeggiamento ai Francesi, e musicali concenti e magnifici rinfreschi protrassero giulivamente ad inoltrata notte quella veglia; terminata la quale, e il duca ed i suoi furono per ordine di Giovan Galeazzo ne’ ricchi appartamenti di sua corte principescamente albergati.

CAPITOLO XI.

Oh voce!... Oh vista, oh gioia!...

Parlar... non... posso... O meraviglia!.. E fia

Ver ch’io t’abbraccio?..