Oh quale

Qual mi dà forza il sol tuo aspetto! Io tanto

Per te lontan tremava.

Alfieri. Saul. At. 1.

Era di poco scorso il mezzodì del giorno seguente, allorquando un messo del principe si presentò alla casa del marchese Azzo, a chiedere di Palamede de’ Bianchi. Fu ad Enzel Petraccio, il quale oziando presso la porta del palazzo, che quel messo diresse tale richiesta. Enzel gli domandò con gran premura che volesse da Palamede; e il messo rispose che aveva ricevuto ordine da Giovan Galeazzo d’invitarlo a recarsi all’istante alla di lui corte. A primo tratto si volsero dubbii a tali parole i pensieri in capo all’aríolo, poichè l’essere chiamati al cospetto del principe non era sempre indizio di riportarne segni di benevolenza; ma allorchè fece riflessione che quell’invito poteva essere effetto del racconto, che dovevano aver fatto quei signori di Francia dell’avvenimento dei ladri, lieto salì rapidamente alle camere di Palamede a dargliene avviso come di felice novella.

Il cavaliero, avendo fede nella parola datagli e nella dignità del duca, stava attendendo ansiosamente quella chiamata, e le sue speranze all’annunzio di essa si fecero più che mai vive e sicure. Nobili vesti frettolosamente indossò; e colmo il cuore della lusinga di pervenire alfine al possesso del desiato bene, discese, s’avviò col messo al palazzo del principe. Giunto a quelle soglie, le guardie, come ne avevano avuto comando, il lasciarono liberamente entrare, e i paggi lo guidarono per molte camere ad una sala in cui trovavasi Giovan Galeazzo con Lodovico.

Il duca corse ad abbracciare Palamede, e il principe l’accolse con un benigno sorriso. Il cavaliero però nel mirare Giovan Galeazzo sentissi ridestare un lampo di quello sdegno che contro di lui aveva per tanto tempo nutrito; ma la cortesia di Lodovico e la dolcezza dell’aspetto del principe gli temperarono quell’ira involontaria, e fecero sì che, frenando i moti del proprio cuore, a lui si volse con rispettoso saluto.

«Il vostro valore (gli disse Giovan Galeazzo con affabile e insieme dignitoso modo) e il segnalato servigio che avete reso a questo mio caro parente, e quindi a me stesso, vi danno diritto a tutta la mia riconoscenza. Seppi con dolore che voi foste quello di cui disgustose circostanze mi costrinsero replicatamente a rigettare un’inchiesta; ma voglio ora che vi sia caparra della mia gratitudine e della stima che sento per voi, il concedervi volontariamente ciò che bramate. Domani allo spuntar del giorno due miei capitani d’armi ritroveransi alla vostra abitazione, e voi, se ancora vi piace, partirete seco loro alla volta di Trezzo, nel cui castello sarete per mio comando accolto colle distinzioni al vostro merito dovute. Quivi potrete trattenervi il tempo richiesto a disporre la vostra fidanzata alle nozze, a celebrare le quali però desidero che a questa città ritorniate, poichè voglio intervenirvi io stesso, e bramo che stiate poscia presso di me, poichè non debbono essere per la vostra patria negletti la guerresca perizia e il valore che possedete.»

Queste espressioni di bontà cancellarono in un baleno l’astio che durava in cuore a Palamede contro il principe: egli ne porse a lui affettuose grazie, dandogli fede che quanto bramava sarebbe stato da esso puntualmente eseguito, e appena Ginevra si fosse congedata dai parenti, l’avrebbe a Milano condotta, dalle cui mura non sarebbesi in seguito allontanato che per prestargli il suo braccio in guerra.

Il duca Lodovico, giojoso e soddisfatto oltremodo nel vedere appagato Palamede, mostrandosi di ciò gratissimo a Giovan Galeazzo, stringendo al cavaliero la destra, a lui rivolto disse: «Vivete sicuro, o principe, che se questo guerriero ha tanta scienza di campo quanta forza e destrezza di spada, egli sarà uno de’ più periti duci d’eserciti, nè alcuno straniero assoldare potreste che più di questo valoroso Milanese valga a far trionfare le vostre insegne.»