Giovanni Ubaldino, Marco Ferro, altro capitano d’armi, e Ambrogio Lanza in abito da scudiero, posti in sella, quando fu l’albeggiare si presentarono al palazzo del Liprandi: le porte ne erano di già aperte, e il destriero di Palamede, tratto dalle scuderie, stava nel cortile coi servi che il ponevano in arnese. Entrati que’ capitani, Palamede, il marchese Azzo ed i suoi figli scesero loro incontro, e dopo uno scambio di gentili saluti, salito il cavaliero in arcione, il che pur fece sovra un proprio cavallo l’aríolo, tutti congiuntamente presero cammino.

Era ciascun d’essi involto in un mantello foderato di soffici pelliccie per difendersi dalla rigidezza del mattinale aere dicembrino, che quando ebbero lasciate le mura della città fecesi sentire più rigoroso, accusando le molte nevi cadute dalla sommità delle Alpi ai colli verso cui dirigevano il loro viaggio. Pensando Ubaldino che la strada presso l’Adda tra Vaprio e Trezzo esser dovea più che mai malagevole e perigliosa per l’alta neve che ricoprendola celerebbe gli scoscendimenti che la fiancheggiavano, tenne proposito di prender la via di Monza, e per Vimercate giungere a Trezzo. Palamede, abbenchè non ardesse che di pervenire alle mura che chiudevano Ginevra, e sarebbe passato per mezzo alle spade onde giungere alcuni istanti più presto a quella meta, convenne esso pure per cortesia nella proposta di prendere la via più comoda. Seguendo tale direzione, e cavalcando di buon trotto, pervennero prestamente a Monza. Entrati in quella città, giunsero, fiancheggiato il castello, innanzi alla chiesa di San Giovanni; ivi presso la porta maggiore fermarono i cavalli in ischiera, e, trattisi i berretti, orarono brevemente; indi riprendendo il cammino, attraversato il Lambro su gotico ponte, uscirono dalla città per opposta parte. Fatto poco viaggio, incominciarono a vedere il suolo biancheggiante di neve, la quale mano mano che s’avanzavano facevasi più alta. Essa però non fu a loro sino a Vimercate di così fastidioso inciampo, quanto allorchè, passata questa terra, pervennero al di là della Molgora.

Tra i nevosi sentieri di folto bosco inceppati dai rami che il verno e l’età avevano schiantati, trovavano i destrieri penoso passaggio. Per alleviare la noia prodotta dalla lentezza a cui i disagi di quel cammino li costringeva, trasse Marco Ferro argomento a ragionare dai molti fatti che si narravano accaduti in quei boschi istessi per cui camminavano. Fece racconto dell’Eremita bruno, terribile abitatore di quella selva, ripetè le maravigliose istorie che intorno a lui correvano; disse pure dei ladri che vi dimoravano, e d’un loro nascondiglio in cui nessuno aveva avuto l’ardimento di penetrare. Non nuove riuscirono al certo a Palamede le narrazioni di Marco Ferro, poichè egli era stato istruito del vero essere di quell’Eremita e dei ladri dalla bocca stessa di questi nella loro segreta tana del cervo: tacque però d’averne cognizione; e siccome dolorosa anzi che piacevole impressione recavangli quelle memorie, così tutto abbandonando il pensiero alla dolcezza dell’istante che lo attendeva, e l’occhio rivolgendo alla strada, seguiva il cammino senza porgerli orecchio.

L’aríolo, investigatore e conoscente com’era, per indole e per uso, degli altrui pensieri, aveva al cominciare di quel viaggio esaminato collo sguardo lo scudiero che seguiva i capitani d’armi. Una certa aria che vi scorse nella fisonomia, non dura, non franca, come ad un milite servo si conveniva, ma piuttosto meditabonda, e che appalesava abitudine al riflettere anzi che all’affaticare, gli fe’ nascere alcun sospetto sulle qualità di quella persona. Lontan lontano, lungo il cammino, con fina arte, il venne prendendo con ragionamenti di guerreschi esercizi e delle servili incombenze di sua professione.

Lanza, accostumato agli agi di corte ed al lambicco della sua officina, rispondeva alla cieca alle parole di Enzel: per lo che questo accortosi fondatamente che esso non era mai stato uomo d’armi o di battaglie, sentì svegliarsi gran desiderio di scoprire chi mai esso si fosse, e come due guerrieri si facessero seguire da uno scudiero che ignorava tutti gli usi di tale servigio. A questo fine approfittando delle angustie della strada in que’ boschi, standogli d’appresso, mentre i cavalli mutavano lenti i passi, fingendosi uomo affatto rozzo, di varie cose l’andava interrogando con sembiante di chi tutto ascolta maravigliando. Il finto scudiero, credendo che quello a cui parlava fosse di massiccia ignoranza, pensando recargli sommo stupore, dopo varii ragionamenti venne a discorrere dei prodigii e delle trasmutazioni ch’egli sapeva far prendere alle erbe, ai sassi, ai metalli, e nel calore del suo dire, narrando delle prove che aveva date della sua arte maravigliosa non istette sì guardingo di non lasciar penetrare all’attento e veggente spirito dell’aríolo, ch’egli aveva molto uso di corte e la confidenza del principe stesso.

Grande fu la sorpresa di Enzel a tale scoperta. Chi poteva essere quel personaggio, non di certo nè uno scudiero nè un servo? A qual fine seguiva i capitani al castello? Chi ve lo mandava? Tali riflessioni volgendo l’aríolo pieno di diffidenza, e agitato da mille dubbii, stava tentando di disvelare più addentro quell’arcano, quando, terminata la via tra i boschi, uscì la comitiva allo scoperto, e si vide da lato il borgo di Trezzo, e di fronte il suo castello.

La sommità delle mura e delle torri del castello erano coperte di neve, che stando rilevata eziandio sulle pietre e gli ornati sporgenti dalle muraglie, faceva colla sua candidezza singolare contrasto al loro bigio colore. L’aspetto di esso ne era reso per ciò più tetro e imponente, e sembrava che quelle torreggianti mura minacciassero della loro ertezza i riguardanti.

Palamede non risentì però a quella vista che i più vibrati moti d’amore. Ivi stava Ginevra, ivi la rivedrebbe fra un istante: in questo pensiero si concentrarono tutte le memorie dei proprii e de’ di lei passati affanni, e amore, pietà, timori, dolci speranze gli assalirono con un sol palpito il cuore.

Giunti in vicinanza del castello, Ubaldino fece tutti gli altri sostare, e da solo accostossi alla porta di esso che ferree imposte chiudevano. Diè il grido di Viva il conte di Virtù, ed al soldato che dalla vedetta gli intimò di palesare chi fosse, e che chiedesse, rispose che era un capitano di Giovan Galeazzo che recava ordini per Iacopo del Verme, e chiedeva l’ingresso nel castello. Comunicato alle altre guardie tale avviso, venne tosto recato al Del Verme, che affrettossi alla porta, e riconosciuto dagli spiragli della vedetta Ubaldino, diè comando si calasse il ponte levatoio per riceverlo. Entrato questi gli consegnò immediatamente la lettera del principe, dicendogli che conteneva l’ordine che altre persone che stavano presso al castello dovessero quivi essere ammesse. Del Verme aprì il foglio, e lo scorse collo sguardo rapidamente, dando non pochi segni in viso di inaspettate e gravi sensazioni; ma lettolo, spedì tosto varii soldati ad invitare i fermati ad avanzarsi. Mossero essi i cavalli a quella volta, e venuti al ponte, Del Verme si fece loro incontro accogliendo Palamede con onorevoli parole: questi ricambiandole, giunto sotto l’arco della porta balzò da sella, il che fecero tutti gli altri, e stringendo la mano a quel duce, garbatezza per garbatezza rendendo, seco lui avviossi coll’altre persone verso il cortile.

Due paggi furono tosto mandati ad annunziare a Bernabò l’arrivo di Palamede, e questi nel frattempo venne condotto nelle proprie sale da Del Verme, onde prendesse ristoro del faticoso viaggio. Ma il cavaliero nessun altro uopo sentendo che quello ardentissimo d’appresentarsi a Ginevra ed a’ suoi, accertò il duce che nulla abbisognavagli, e il richiese istantemente lo conducesse da Bernabò. Del Verme, ch’aveva avuti ordini d’accondiscendere in tutto al cavaliero, s’offrì pronto a compiacerlo.