Il vecchio principe, immerso ne’ suoi tristi pensieri, stava in una delle stanze a lui destinate insieme a Donnina ed a frate Leonardo, che rade volte scostavasi da lui; ivi gli venne l’avviso recato della venuta di Palamede al castello: maravigliando cogli altri ch’erano seco, udì tal novella, e stava dubbiando se libero o prigioniero vi fosse giunto, quando Palamede istesso entrò in quella sala.
Somma consolazione recò l’apparire di lui a Bernabò e a Donnina, che gli si levarono incontro ad abbracciarlo e affettuosamente richiederlo se volontariamente od a forza era egli quivi venuto; ma soddisfatta con loro contento tale richiesta, reiterarono gli amplessi. Allorchè fu calmata in loro quella piena d’affetto che invade potentemente il cuore al rivedere dopo lunga lontananza amate persone, ricomposti, stettero per chiedersi l’un l’altro delle loro vicende. Ma, volgendo la mente al passato, occorse alla memoria di ciascuno d’essi l’istante in cui si separarono; e il confronto delle grandezze e delle speranze di quel momento posto a paraggio colle presenti sventure, mosse in tutti sì dolorosi sentimenti, che, abbassando al suolo gli sguardi dalle lagrime inumiditi, stettero immobili e silenziosi: così fu manifesta con maggior eloquenza che di discorso quanta fosse la forza dell’affanno che a loro pesava sul cuore.
Bernabò vincendo però pel primo il doloroso risentimento delle proprie disgrazie, diradata la tristezza dal volto, drizzò la parola a Palamede, interrogandolo del modo con cui era pervenuto al castello. Questi, in risposta narrò, come nutrendo sempre vivissimo l’amore e la fede per sua figlia Ginevra, a cui esso stesso l’aveva fidanzato, ritornasse dalle lontane guerre colla ferma speme di compire i suoi voti, nè deponesse tale pensiero saputa la di lui prigionia, ma con replicate inchieste, intercedendone Giovan Galeazzo, giungesse dopo molte ripulse, per un singolare avvenimento, a vincerne la renitenza, per cui gli era stata data concessione di venire entro quelle mura per guidare alle nozze quella donzella che dal sacro nodo d’una giurata parola era a lui legata, e che s’avea certezza che esso non avrebbe alle sue brame ed alla sua costanza rifiutata.
Dolce insieme e tormentoso fu questo parlare di Palamede tanto a Bernabò quanto alla madre di Ginevra: diletta idea era per loro che la propria figlia, anzi che languire in tristo carcere, tornasse alla libertà ed alle agiatezze, congiungendosi in decoroso e splendido maritaggio con sì nobile e valoroso cavaliero; ma li angosciava ad un tempo il pensiero di doversi da lei disgiungere, e di viverne forse per sempre lontani. Simili idee volgendo nella mente, rimasero il principe e Donnina per qualche tempo ammutoliti; ma Bernabò ruppe ancora il silenzio, dicendo: «Insanabile è la ferita che lascia ogni ramo che si tronca dall’albero antico, altiero un giorno e frondoso, ora sterile e presso a morte; ma se il ramo deve trapiantarsi in dolce suolo per dare soavi frutti, è d’uopo soffrirne il distacco. Io sento appressarmi al mio tramonto, nè conforto deggio altrove trovare che in cielo; ingiusto ed empio per ciò sarei se trattenessi spettatrice del misero avanzo di mia esistenza una figlia alle cui preghiere forse concesse la Vergine più venturosi giorni. Sì, cavaliero, a te è dovuta, e tua sia Ginevra; ed io renderò azioni di grazie ai santi del poterti chiamare marito d’una mia figliuola.» Indi rivolto a Donnina, soggiunse: «Voi, sua madre, ite a Ginevra, e qui conducetela a rivedere un cavaliero a lei per sposo in dì più felici promesso, e di cui non le avranno il tempo e gli affanni cancellata la memoria dal cuore.»
Palamede a tali detti, non sapendo esprimere l’immenso suo trasporto, precipitossi ai piedi di Bernabò, che, rialzatolo, l’accolse al suo seno coll’effusione del più grande paterno affetto; Donnina intanto, obbedendo agli ordini di questo ed alle voci del proprio cuore, che era a Palamede inclinato, recossi frettolosa a ricercar della figlia.
Dopo alcun tempo da che ella era uscita, udendo l’alternare di passi femminili che s’appressavano a quella sala, la trepidazione di Palamede fu al colmo; e quando, spalancata la porta, vide Ginevra entrare, seguita dalla madre e dalla sorella, a lei incontro slanciatosi, senza articolare parola, la mano prendendole, se la compresse con forza alle labbra. Diè un grido Ginevra a sì inaspettata vista, e oppressa, vinta dalla piena di gioia, non reggendo le sue forze a quel potente assalto, svenne, abbandonandosi, pallida come neve, nelle braccia di Palamede: egli stesso era per venir meno all’eccessiva violenza della tenerezza, se non fosse stato penetrato in quel punto da un sentimento di terrore e pietà, che allo svenire di lei tutto il comprese. S’atteggiò a sostenerla, appoggiandone il capo al proprio petto, e l’andò chiamando coi più dolci nomi, sinchè, fosse effetto del suono di sua voce, o vigor di natura, ricomparvero i segni di vita sul viso di lei, che aprendo gli occhi, languidamente in quelli fissandoli di Palamede che la riguardava, entrambi con un lungo inenarrabile sguardo tutta espressero l’immensa fiamma d’amore di che ardevano nell’anima.
Ritornate intiere a Ginevra le smarrite forze, staccossi lentamente da Palamede, ed al braccio affidossi della madre, con un soave sorriso misto a lagrime di gioia, tutta significando la dolcezza di quel momento.
Allo scorgere sì fatte prove della potenza del loro amoroso trasporto, quelli che stavano mirandoli, pensarono agli affanni che in tanto tempo di loro separazione dovevano quegli amanti aver durati. Bernabò con più affettuosa voce che non solesse, dimenticando i propri mali, e perdendo la severità del volto: «Questo tuo amato (disse), o mia diletta figlia, ti sarà sposo: il cielo, di tante nostre sventure pietoso, volle un suo raggio mandare sovra di noi; e te, la più degna, consolando nelle tue fervide brame, far risplendere per tutti un giorno sereno. Seguiranno, è vero, neri nembi la bella calma d’un momento; ma il mio spirito, già a lungo provato nei giorni dell’avversità, riprenderà vigore da questo lampo di luce, che mi convince che il mio soffrire è accetto a Dio, e cancella le mie colpe alla sua presenza. Io accolgo devotamente questa grazia come un segno della divina clemenza, e benedico al nodo che fra poco vi stringerà, abbracciandovi come i miei più cari figli: se l’indegna mia voce sale al trono dei Celesti, invoco che tu, o Ginevra, dimentica della funesta dimora in questo mio carcere, porti, premio alla fede del tuo sposo, ogni ventura in lieto soggiorno; e tu, o cavaliero, fatto padre di bella prole, non possa negli anni di tua vecchiezza vederti strappare i figli barbaramente d’intorno.»
A questi accenti Ginevra e Palamede, che s’erano precipitati negli amplessi di Bernabò, versarono nel suo seno più largo pianto di contentezza e di commozione.
Donnina obbliando essa pure il dolore che l’attendea nel disgiungersi dalla figlia, e non mirando che al di lei contento, l’accolse dopo Bernabò nelle braccia, unendo alle sue, materne lagrime di tenerezza. Lodovico, accorso alle sale del padre, Damigella e Leonardo a tale affettuosa scena inteneriti, attestavano col pianto quanta parte prendessero alla felicità di quegli amanti. Così tra i più dolci sentimenti e l’espressione della reciproca gioia tutto scorse il giorno dell’arrivo di Palamede al castello di Trezzo.