Una paura, un segreto palpito di spavento lo assalì; parvegli scorgere aggirarsi per l’aere oscuro ombre di morti, ed udire stridule infauste voci. Si ritrasse velocemente nella propria stanza: ivi si chiuse, e si piegò innanzi ad un sacro dipinto in fervorosa preghiera. Svanirono a poco a poco i suoi timori, e l’immagine di Ginevra possedendolo tutta sola, gli ritornò la gioia nell’anima. Allorchè però si fu coricato, pensando alle parole, al volto, agli ultimi accenti di Enzel, crudeli presentimenti lo invasero di nuovo e dolorosamente gli contristarono il cuore.
Al sorgere del diciannove dicembre, giorno che seguì quello della venuta di Palamede al castello, Bernabò destossi da un lungo profondo sonno; e la prima fiata da che era in quelle mura sentissi scendere in petto un dolce conforto nel pensiero delle vicine nozze della propria figlia. Levatosi, si recò nella sala maggiore, e volle che tutti i suoi venissero a fargli corona: essi infatti colà si raccolsero, e con festosa ilarità molti beni da quel giorno si auguravano.
Ginevra appariva oltre ogni dire bella e ispirante soavi sentimenti: le si scorgeva in fronte la contentezza, e i suoi azzurri occhi amorosi si volgevano pieni di contentezza; più ricche e leggiadre portava le vesti; le bionde chiome con maggior grazia inanellate, ed in più vaghe treccie sul capo ravvolte. Appressando la madre, attendeva con ansia Palamede; ed allorquando ivi giunse, da quel desiderato aspetto inebbriata, d’un roseo colore suffuse le guance, appalesò sul viso il tripudio del cuore.
La notte fra le agitazioni trascorsa, e il malaugurato sospetto aveva fatto pallido il volto del cavaliero; ma al primo mirare la sua bella fidanzata, sparve dal suo spirito come sogno fugace ogni tristezza, e i suoi pensieri si fecero ridenti. Accolto con un amplesso da Bernabò, venne poscia ad imprimere, palpitando, sulla destra a Ginevra un bacio d’amore. Lodovico fraternamente abbracciollo; e fra l’espressione del reciproco affetto, rammentando la loro passata intimità, ridestarono mille dolci memorie di Milano e delle loro usate occupazioni, delle armi, de’ privati tornei e delle corse.
Palamede tenendosi stretto al fianco il giovin figlio di Bernabò: «Ginevra (disse, mirandola con tenerezza), amaro sommamente riuscir dee al vostro cuore il disgiungervi da questi cari parenti, abbandonandoli entro le triste mura d’un castello; ma io ho la ferma speranza, e ciò sia per voi consolante pensiero, che venuti al cospetto di Giovan Galeazzo, potremo, colle nostre replicate istanze, cangiare in meglio la sorte loro.» A Ginevra per questi detti si bagnarono gli occhi di pianto, e delle braccia cingendo Donnina, ascondendole il volto in seno: «Madre mia (esclamò), se chi vi tiene qui rinchiusa non ha cuore di ferro, io tanto da lui e dal cielo invocherò colle lagrime e colla voce, che voi, e con voi questi altri tutti, verrete liberi nel mio soggiorno, ed allora potrò chiamarmi compiutamente felice. — Il mio destino (rispose affettuosamente Donnina additando Bernabò) dipende dal suo; sposa tu stessa, sentirai fra poco che ogni diletto di moglie sta nell’essere vicina e nel recar sollievo all’uomo cui si va congiunte. Per me il mondo più non possiede attrattive; qualunque dimora mi è egualmente cara, purchè io possa giovare a quello cui ho consacrata la mia vita. Iddio conosce se mi duole il lasciarti; ma dandoti ad un prode cavaliero che ti provò sì altamente l’amor suo, io m’affido in lui che ti avrà ogni tenera cura; e fatta madre de’ suoi figli, addoppierà per te la stima e l’affetto.»
Palamede, a lei ed a Ginevra rivolto, giurò che morrebbe cento volte anzi che cessare un istante d’aver cara la sua sposa sovra ogni altro oggetto; ed espose di volerla tener sempre in quell’elevato grado a cui i di lei nobili natali l’avevano destinata.
Bernabò da lunga pezza era rimasto in attitudine meditabonda; ma all’udire questi detti del cavaliero, parve risentirsi; e con certa lentezza di voce come di chi vaga col pensiero su lontane memorie, e con sguardo immobile affissato nelle immagini della propria fantasia. «L’altezza del grado (disse), le ricchezze e il potere sono forse i più tristi doni della fortuna. Io li possedetti per lunghi anni, or ne conosco il giusto prezzo. Che mi hanno essi recato di bene? Non mi sforzarono a mantenere sempre vive atroci guerre, a comandar punizioni, ed ohimè... a commettere chi sa quanti delitti? Fra il sangue versato e il terrore dei tradimenti non v’è calma, non v’è pace pel cuore. — I trionfi — le feste — l’oro profuso non giovano — no — a far paga l’inquietudine profonda che agita lo spirito e lo tormenta. Nei palagi, nei castelli, fra i cortigiani e le armi ebbi io mai tranquillità e contento? — O miei boschi di Marignano! Per le vostre ombre camminando solingo, io mi sentiva più sicuro che cinto da bastite e da spade — là scorrevano per me placide ore — quante volte fra l’alte piante, sui bei pendii del Lambro, guidando lento il destriero, mi sorprese la notte — allora — allora soltanto svaniva il peso che mi gravava il seno, nè temeva pugnali, nè agognava vendette. — Chi vi dava, o acque, nel vostro solitario corso un suono soave? — Chi porgeva un’armonia al vento della sera che agitava sul mio capo le frondi? — Io trovai nelle selve i diletti che non rinvenni più mai nelle mie corti. — E tu, o contadino, che mi fosti guida in una notte oscura ad uscir dal bosco, tu, la cui miseria ti toglieva il dividere il pane co’ tuoi figliuoli, non ti vid’io più lieto del dono di poche monete, di quello ch’io nol fossi stato giammai per le più grandi vittorie? Ancor mi rammento le tue parole: Tu mi chiedevi qualche cosa per amor di Dio, perchè avevano usurpati i tuoi campi. Ah! perchè non t’ho io dato le mie città, i miei tesori, e non ho cangiato i miei palazzi colla tua capanna! — Or qui non sarei... (ma abbandonando ad un tratto questo pensiero che gli chiamava sul volto la tristezza e lo sdegno, e cangiando corso all’immaginare, converso a Palamede, proseguì) — Io spero che il conte di Virtù non avrà estesa la sua mano rapace anche sui beni ch’io donai nei giorni della mia prosperità: se la cosa è così, tu avrai ventimila fiorini d’oro che io costituii in dote a Ginevra sul marchesato della Martesana, da me regalati a sua madre; quel danaro si trova ora in custodia di Rinaldo de Porri suo zio; da lui ti reca, ed egli te lo sborserà.»
Palamede lo accertò che ancorchè il conte di Virtù avesse privato di quella dote Ginevra, il che non credeva fosse avvenuto, egli possedeva bastevoli mezzi per farla andar pari alle più doviziose dame di Milano.
Era tra questi ragionamenti venuta l’ora del pranzo, e due paggi entrarono ad annunziare che la mensa stava disposta. Per ordine di Iacopo del Verme fu la tavola preparata in una delle più adorne sale, e fregiata cogli utensili più ricchi che ivi si ritrovassero. Smaltati a diversi colori vedeansi i vasi di cristallo che capivano i vini, i bicchieri avevano gli orli d’oro, d’argento erano i tondi, con vaghi contorni, e le saliere di belle forme stavano con simmetria sul desco disposte. In mezzo della mensa vedeasi entro gran piatto la testa d’un grosso cignale con arte rivestita degli irti peli, ed a cui risortivano dalla bocca candide le zanne; le facevano cerchio lepri, fagiani ed altro selvagiume.
Tutti vi si assisero intorno: Bernabò stette a capo di essa, e gli si sedette d’appresso Palamede. La squisitezza dei vini ed i gustosi cibi posero da loro in bando ogni men lieto pensiero, e dettarono sollazzevoli motti.