Dato termine al primo servito, mentre alcuni donzelli portavano le zuppiere colle minestre per gli altri commensali, un paggio s’avanzò recando sovra una sottocoppa d’oro una scodella coverta, e venne a deporla innanzi a Bernabò: conteneva essa fagiuoli, suoi favoriti legumi[16]. Scoperchiata la scodella, ne esalarono densi vapori: Bernabò si diede a ghiottamente mangiarli; ma allorchè n’ebbe la maggior parte consunti, arrestossi d’un colpo, e disse: «Qual infernale sapore m’ha offeso il palato! io non ho mai inghiottita più disgustosa vivanda; toglietemela davanti.» I servi obbedirono.

Passò a tali parole un lampo funesto per la mente di Palamede, che impallidì; ma vedendo che Bernabò, accostatosi altro cibo, ne mangiava con cupidigia, nessuno sgomento dimostrando, ritornò tranquillo. Il pranzo lietamente procedea: molte vivande erano state successivamente recate, quando a Bernabò, che gettò da se lontano il cibo tralasciando tutto ad un tratto di mangiare, manifestossi in volto un eccessivo pallore; portò le mani al petto, come forzandosi di contenersi, ma involontariamente fece dolorosi contorcimenti.

Tutti si alzarono sorpresi, e raccerchiarono chiedendo che avesse: tacque egli un istante ancora, ma poscia dovette palesare che sentivasi acuti dolori allo stomaco. Una mano gelata piombò sul cuore di Palamede: senz’altro dire abbandonò quella sala, e precipitoso corse a ricercare dell’aríolo. Frugò le stanze, i cortili, le stalle, per tutto il chiamò e richiamò, senza che quello mai gli rispondesse; ne chiese replicatamente agli uni, agli altri: tutti asserivano di non averlo in quel giorno veduto; affannato recossi presso la porta del parco; ivi addomandando un milite che incontrò, udì dirsi che Enzel era entrato sul far del giorno nel parco, ma che non s’era più veduto uscirne. Palamede entrò quivi rapido; e vedendo la neve da molte orme segnata, le seguì e giunse dove eravi uno spazio di terreno scoperto; ma quivi presso non stava alcuno, se non che vide di là cominciare una striscia di sangue, ch’egli seguendo atterrito, il condusse alla torre nera di Barbarossa, entro cui quella sanguigna traccia finiva, ma ivi pure non eravi persona vivente. Gridò forsennato, chiamando Enzel; ma non gli rispose che l’eco di quelle diroccate mura con un cupo rimbombo; ricalcò desolato quella via, rientrò nel cortile; e fatte invano nuove ricerche, risalì disperato nelle sale del principe prigioniero.

Bernabò, cui s’erano aumentati dolorosi sintomi, tolto da quella sala, era stato portato sul proprio letto: ivi giaceva col viso squallido, le chiome scomposte, e rigettate dal seno le coltri, irrequieto si dibatteva anelando. Donnina, le figlie, frate Leonardo, dalla più grande costernazione compresi, s’adoperavano intorno a lui per recargli sollievo. I suoi dolori si facevano di momento in momento più acerbi; un calore abbruciante gli si sparse per le membra, e venne assalito da una ardentissima sete. Gli fu tosto recata fresca acqua, che avidamente bevette, e pel consiglio di Donnina prese tiepidi brodi. Ma poco stette che da fieri sussulti il suo petto sconvolto rigettò quelle bevande e parte dei cibi che aveva inghiottiti. Ciò parve giovargli, poichè dopo quel rigurgito d’alimenti i suoi dolori si alleviarono, il calore si fece meno ardente, e la sete si mitigò. Riconsolati a tal vista pendevano tutti dal suo aspetto colla speranza che avesse termine quel suo terribile sconvolgimento.

Ma i dolori gli si ridestarono più forti, tutte corrodendogli le viscere; un’arsione feroce gli investì le carni, e la violenza del tormento portò alla sua anima una mania; gli si fece lo sguardo deliro, tentò rialzarsi; e rabbiosamente strappandosi i lini dal seno, mandava disperati lamenti; tremende visioni in quella demenza gli assalirono lo spirito; con ansia faticosa profonda, con voci aspre e tronche: «Tu (gridava) mi fai porre su queste brage.... e non vuoi perdonarmi?.. Cessate... allontanate quei tizzoni... io sono Bernabò... Incatenate i cani; essi mi lacerano il corpo... Io solo ho fatto voi tutti tormentare ed uccidere, ma io era vostro signore, voi non mi avete obbedito... è troppo atroce la vostra vendetta... E tu, Matteo... fratello... non io... Galeazzo... Galeazzo ti ha dato il veleno. — Oh Dio!... quali pene!... i santi, la Vergine non mi ascolteranno?... Sarà così eternamente?...» Una sincope lo oppresse. Palamede, Donnina, le figlie, pallide, tremanti, lacerate da un’indicibile angoscia, credettero fosse morto; ma egli destossi dal breve letargo, e tramandò per le fauci un vomito nero. Un livido contorno gli si dipinse alle pupille, e un sudor freddo gli coprì le membra. Il delirio della mente cessò, volse intorno gli occhi incassati e semispenti, e fermògli sul Crocifisso che frate Leonardo gli teneva con una mano levato innanzi al volto.

Appena il frate lo vide in tal attitudine: «Bernabò (disse pietosamente), a Questo, a Questo innalzate il pensiero, e sperate nella sua immensa misericordia, invocate pentito l’onnipossente sua destra, ed egli la stenderà su di voi, e vi darà forza di sostenere i patimenti che vi tormentano, onde vi aprano la via al celeste soggiorno, ergete l’anima al trono d’Iddio: questi brevi mali della carne possono valervi l’eterna salute; egli vi chiama per una difficile strada a compire la mortale carriera; voi benedite la mano del Signore.»

Bernabò, le cui forze erano ormai estenuate, raccolte le braccia, e incrocicchiatele al petto, tenendo sempre fisso lo sguardo, bagnato di lagrime, nell’immagine di Cristo: «Mio sommo Dio (pronunciò), voi che non colpiste mai colla tremenda ira vostra un cuor contrito che vi si rivolse con umile preghiera, non isdegnate questi estremi accenti d’un misero peccatore affranto dalle pene. Perdonate a me i miei gravi e numerosi delitti, come io perdono a Giovan Galeazzo tutte le sue offese, e questa tormentosa morte, che ben m’accorgo che da lui mi viene; degnatevi, nel giudizio che mi attende, ricevere le preci de’ miei santi protettori, ed accogliere il mio spirito nel vostro seno.» Indi dopo alcuni momenti di silenzio allungò la mano; e presa quella di Donnina, che stava a fianco al letto quasi tramortita d’affanno, e serrandogliela con quella potenza che gli rimaneva: «Perdona (disse), o la più diletta compagna de’ miei giorni, i molti mali che per me soffristi. Tu dividendo meco, volontaria, questo carcere, me lo rendesti meno grave: io non ho accenti per render grazie a te ed al Cielo che mi ti diede e mi accorda di morirti vicino.»

Scorgendo poscia Palamede mirarlo lagrimante, e Ginevra per celare la propria desolazione coprire colle palme il volto: «Sembrommi (proseguì) che questo dì fosse sorto per me felicemente: io gioiva nel pensare ai vostri contenti; ma nel convito di nozze mi versarono in seno la morte. Ciò non vi sia infausto presagio. Io era la meta dell’odio degli uomini e dei celesti castighi; l’ultimo colpo fu scagliato: io scendo nella tomba. D’ora innanzi voi vivrete sicuri. Rammentatevi di pregarmi pace dal Signore: presso la pietra del mio sepolcro invocatelo per me con lunghe orazioni — ivi insegnate ai vostri figli il mio nome e le mie disgrazie — io — non posso — che benedirvi....» Tutti caddero genuflessi al suolo; ed egli, alzata la destra tremante, fe’ il segno di croce. Proruppe uno scoppio di pianto e un sospirare invano represso.

Bernabò tentò parlare ancora; ma la sua lingua e la bocca inaridite non emisero che rauchi suoni indistinti — Gli sopravvenne un mortale singhiozzo; crebbe l’ansia del petto — gli si manifestò un convulso palpitare delle fibre — gli occhi si intorbidarono — il singhiozzare addoppiò — stirò le membra gelate, le distese irrigidite — e spirò.

Un raggio occidentale trapelando per rotte nubi, illuminava nel castello di Trezzo quella funerea scena.