Manzoni.

A pena la luce del primo biancheggiare dell’alba trapelò per entro i fessi delle travi della capanna di Mandellone, Palamede, che ansiosamente fra gli interrotti sonni aveva atteso il giorno, si levò dal giaciglio di foglie su cui aveva passata la notte. Girando lo sguardo fra quel lume incerto, il primo oggetto che gli occorse alla vista si fu il crocifisso di legno sul quale Aldobrado aveva a’ ladri fatto prestar giuramento, e che pria di coricarsi avea riposto sovr’una tavola. Palamede alzò colla destra quel crocifisso, e piegatoglisi innanzi con un ginocchio a terra, mandò alcune fervorose preghiere, invocandone il potente patrocinio nell’impresa che stava per assumere; indi rilevossi, e lo ripose. Staccò poi da un uncino di legno la sua spada che appesa vi avea la sera, baciò tre volte la ciarpa a cui andava rafferma, e, siccome per voto soleva, fecesi il segno della croce colla impugnatura su cui stava effigiata a cesello l’imagine di Sant’Ambrogio contornata di pietre preziose, e se la mise a tracolla.

In questo mentre svegliossi anche Aldobrado, balzò in piedi d’un salto, e volse intorno gli occhi con sospetto, parendo ne’ primi moti intricato nella lunga veste che lo avviluppava; ma assecuratosi dell’esser solo con Palamede, si rinfrancò, diè di piglio al crocifisso, e toccatosi con quello il petto, se lo ripose sotto la tunica: indi uscirono ambedue dalla capanna.

Già i primi raggi dell’aurora imporporavano la dentata cima del Segone e degli altri monti di Lecco e del Bergamasco, e dalla parte del Brembo il cielo s’investiva della lucida tinta del crepuscolo, sebbene dal lato opposto risplendesse ancora qualche rara stella. Si udiva per entro i folti rami degli alberi dell’isola uno stormire di uccelletti, e uno zirlare di tordi e allodole, a cui si univa un mormorio delle foglie per l’alitare d’una brezza mattutina, che increspava le correnti acque dell’Adda. Nel praticello poco lungi dalla porta della capanna, già stavano intesi al partire il Tencio, il Brescianino e il Carbonaio, muniti ciascuno delle proprie armi; un po’ più discosto eravi lo scudiere di Palamede, il quale teneva pel freno il suo destriero e quello del cavaliere, a cui aveva addossati gli arcioni e le armi; e vi era pur Mandellone con sua figlia Maria, che avea costretto a dormire al suo fianco sulla zattera; e il servo Trado. Tutti, all’aprirsi della porta della capanna, ed all’uscirne di Palamede ed Aldobrado, s’inchinarono, scoprendosi il capo; ma più d’ogni altro inchinossi umilmente Mandellone, che si accostò al cavaliere, chiesegli scusa pel disagiato letto su cui aveva dovuto passare la notte, e gli offrì con voce melata una refezione per disporsi al viaggio. Ma Aldobrado interruppe bruscamente il suo parlare, e volgendosi a Palamede gli disse con voce sommessa: «Per l’impresa che meditammo, e pei compagni che ne deggiono seguire (ed accennò i tre ladri), fa d’uopo che cangiate quegli abiti di troppo ricchi ed appariscenti; armatevi il capo, e riponete le piume. — E che farem noi dei cavalli?» soggiunse Palamede: «È necessario (riprese l’altro) o qui lasciarli, o mandarli a qualche vicino contado al di là dell’Adda, onde si trovino pronti sulla strada al ritorno che faremo, compiuta l’impresa.» E in così dire fe’ cenno a Mandellone ed allo scudiere che gli si avvicinassero; e trattili in disparte, disse loro: «Tu, Mandellone, terrai in quest’isola questo scudiere e quei due cavalli, e loro presterai tutto quanto sarà d’uopo; e tu, scudiere, attenderai qui il ritorno o del tuo signore, o di me che ti recherò i di lui comandi.» Ambedue mostrarono la loro grata sommissione a tale ordine; il primo, perchè isperava una lauta ricompensa; l’altro, perchè il bel volto e gli occhi espressivi della figlia di Mandellone aveangli reso piacevolissimo il soggiornare nell’isola. Palamede, fattesi recar le armi, si levò l’abito ranciato e la maglia, ed addossò una fina armatura d’acciaio non pesante, ma salda a tutte prove, che avanti la sua partenza aveale donata il marchese Azzo Liprando, che teneagli luogo di padre, e lo amava qual figlio; acconciossi i bracciali ed i guanti; lasciò il berretto, e si coverse il capo con un elmo a celata, ma senza cimiero; ritenne la spada in una catenella che si cinse, v’infisse un pugnale di una forma singolare che acquistato egli aveva a Venezia da un Greco della corte di Bisanzio, e gittossi alle spalle un bruno mantello. Porse a Mandellone due imperiali d’oro; indi raccomandossi allo scudiere perchè avesse special cura del suo cavallo, a cui innanzi al partire palpeggiò la groppa, ed accarezzò il muso ed il collo, acquetandolo colla voce, mentre egli ergeva la testa nitrendo e scalpitando, impaziente che il suo signore gli salisse sul dorso onde mettersi in cammino. Affrettato da Aldobrado si pose in via. Mandellone corse a staccare la zattera, e li trasportò al di là dell’Adda.

Giunti a piè della ripa, il Brescianino, il quale, velocissimo di gambe, soleva prestamente ire e redire spiando da lungi se a caso si avessero ad incontrare persone sulla strada, salì all’uopo pel primo, quasi servisse d’antiguardo; indi seguivalo il Tencio, e dietro a lui Aldobrado e Palamede; a retroguardia stette il Carbonaio, il quale indossando abiti alla foggia de’ villici di que’ luoghi, e portando una scure da taglialegne, non valeva ad incitare sospetto alcuno, se iscorto lo avessero i gabellieri od i soldati: potea così dare avviso se taluno li sorprendesse alle spalle. Salita l’erta ed elevata sponda, trovaronsi sulla strada del bosco di Concesa, la quale fu da loro abbandonata per cacciarsi dirittamente nella foresta che le sorgeva a’ fianchi.

Foltissimo era quel bosco, formato da spesse ed antichissime piante: le quercie, gli olmi, i faggi, le elci, qualche pioppo e platano occupavano i fondi paludosi, e s’intralciavano fittamente coi rami in guisa da produrre un’ombra densissima. Al loro piede i vepri, le spine, i vimini ingombravano il terreno; a cui si mescevano ne’ siti umidi, canne e giunchi; ne’ più silvestri, rose e pruni selvatici. Su pei tronchi serpeggiavano l’ellera, ed altre piante parassite, le quali in varii luoghi slanciandosi come le liane da un albero all’altro, attraversavano il cammino a guisa di verde tenda. Quivi eran piante per vecchiezza cadute; altre là si sfasciavano ritte sulle morte radici: tutto in somma nel folto di quella selva annunziava che la mano dell’uomo non l’avea da gran tempo tocca.

Il Brescianino però frammezzo a quegli inviluppi s’avea messo per un sentiero che non potevasi discernere che da chi n’aveva gran pratica, il quale, aggirandosi in volte e rivolte per lo intrecciarsi delle piante, conduceva fra levante e settentrione al centro del bosco. Gli altri lo seguivano a varie distanze, spiando attentamente i di lui moti, per iscorgere se mai per la selva vi fossero appiattate insidie. E siccome ad ogni tratto da una parte o dall’altra, spaventati dal rumore che essi facevano nel passare fra i rami e le foglie, sbucavano dalle macchie fuggendo pel bosco o cerbiatti o lepri, e tra le fronde svolazzavano uccelli, o saltellavano scoiattoli, Palamede e Aldobrado si arrestavano insospettiti; chè pel vero accostumati siccom’erano a percorrere le selve nel frastuono delle caccie, giammai fu loro dato di udire quella pressa di animali, che il guaire de’ cani suol volgere in fuga anzi l’arrivo del cacciatore: così tra l’aspetto selvaggio del luogo e le antiche abitudini tenevano opinione di null’altro ritrovare colà fuorchè silenzio profondo.

Dopo aver camminato lungo spazio di tempo fra un labirinto di piante, giunsero ove il bosco, diradandosi, presentava un aspetto di solitudine più gradevole; indi pervennero in un largo spazio verdeggiante, in cui s’ergeva un’antica solitaria chiesa; chè tale parve sulle prime a Palamede l’edifizio che gli si offerse dinanzi. Era questo una rotonda non molto vasta che serbava le forme di un tempietto romano; e scorgevasi che un tempo andava decorata in giro da ornamenti architettonici, di cui però non apparivano qua e là che pochi avanzi. Sull’ingresso, che era volto a ponente, stava un peristilio di gusto gotico, il quale constava di una guglietta acuta sostenuta da quattro sottili colonne, che appaiate s’appoggiavano alla base sul dorso di due leoni, a cui o il tempo o gli accidenti aveano ad uno mozzato il capo per intero, all’altro per metà. Sull’avanti della guglietta, in un campo triangolare, stava effigiata a bassorilievo una donna incoronata, rivolta verso un’altra figura di cui non si scorgeva più l’aspetto, ed in giro vi erano alcune lettere scolpite, che nessuno di loro seppe, o si curò di leggere. Palamede ammirò, compreso da una certa meraviglia, quell’edifizio locato in un luogo sì solitario, e gli parve destarglisi una sensazione, non dissimile da quel sacro orrore, che già infondevano gli antichi templi che, per farne più solenne ai profani l’avvicinamento, si ergevano nelle foreste.

Il Brescianino intanto era penetrato per la non difesa porta di quel tempietto (che que’ ladri nel loro gergo chiamavano la tana del cervo), allorchè diè d’un subito indietro, gridando spaventato: «Il diavolo! il diavolo!» E s’intese in quel mentre come un lungo e lamentoso ruggito partirsi dall’interno dell’edifizio. Tutti arretraronsi sulle prime inorriditi, e ad Aldobrado un visibilissimo pallore salì alle guancie; ma il Tencio, accortosi ben tosto di ciò che fosse, alzò lo stocco che tenea fra le mani, e voltosi al Brescianino disse: «Se tu andassi allo spiedo, siccome io vi metterò quest’oggi il diavolo che sta là dentro, sarebbevi al mondo un vigliacco infingardo di meno.» Resi impertanto avvertiti i compagni a star colle armi preparati al colpire, si cacciò nel tempio. Palamede sguainò la spada; Aldobrado, non avendo armi all’uopo, levò un grosso masso, uno dei tanti ruderi caduti dall’edifizio e giacenti sull’erba; il Brescianino, benchè ancor tremante dallo spavento, dirizzò il suo spiedo; e il Carbonaio, che era giunto in quell’istante all’orlo della boscaglia, subitamente arrestossi, alzando la scure. S’intese nel tempio gridare il Tencio a tutta gola, al che successe un parapiglia, uno incalzarsi rumoroso; indi si vide sbucare dalla porta un nero animale zannuto, ed era un cinghiale, il quale, scoperti que’ che fuori lo attendevano, tentò di arretrarsi; ma il Tencio, pungendolo collo stocco nel dorso, lo costrinse ad uscire. I tre al di fuori gli furono addosso, e il ferirono in varie parti; ma sarebbesi tuttavia recato in salvo, se Aldobrado col colpo di pietra non gli spezzava una gamba, per cui venne a cadere ai piedi del Carbonaio, che gridando «A me, a me!» gli spaccò il cranio con un colpo di scure vibrato a due mani. Il Tencio rientrato nel tempio, ne uscì portando nella destra sospesi per un piede due cinghialini a pena nati; e ben si avvidero che l’ucciso animale era una cinghialetta che colà avea deposto i suoi parti. «Male per chi va nella tana del cervo che ha le corna di ferro (disse il Carbonaio, accennando la scure): così per un po’ di giorni noi avremo l’arrosto. — Vedi come abbiamo trattato il tuo diavolo?» soggiunse il Tencio volgendosi al Brescianino, il quale presa la scrofa per una gamba se la trascinava nel tempio, in cui tutti penetrarono.

Nude erano le interne pareti di quell’edifizio, e la volta dal lato meridionale appariva diroccata: quivi trapelava per ampio foro la luce. Il pavimento si offriva tuttora lastricato di marmi; e nel suo mezzo si ergevano disposti in foggia quadrangolare dei massi che formavano una specie di altare o d’ara, a cui si ascendeva per due in allora sconnessi gradini. Recatisi dietro quest’ara, il Tencio e il Carbonaio, l’uno collo stocco, l’altro colla scure, puntarono ad una lastra di pietra, facendo sì che questa levandosi, aprisse il varco ad una angustissima scala che metteva sotterra. Appuntellata la pietra invitarono Palamede e Aldobrado a discendere, senza tema di sorta, in quella che essi appellavano la fontana, di cui dissero mille elogi, tanto per la freschezza che vi si godeva, di grande ristoro in quella stagione, quanto per la sicurtà del nascondiglio. Discesero la scala essi pei primi; chè d’alquanto furono ritrosi da principio il finto frate e il cavaliere, cui mosse non lieve ribrezzo quell’entrare là sotto; ma presa fidanza ne’ giuramenti dei ladri e nella guarantia delle proprie armi, pronti alla fine vi si risolvettero. Ultimo a discendere si fu il Brescianino, che calò al basso prima la uccisa scrofa; indi, fatti alcuni gradini; levò il ferro che sosteneva la pietra, la quale abbassatasi chiuse il sotterraneo.