Vennero apprestate le cene, e tutti furono nelle diverse camere serviti. Gabriella, che era la guardiana del castello, siccome moglie di Tadon Fosco, donna accorta, di modi franchi e gioviali, perchè accostumata a trattar soldati e cortigiani, fu destinata al servizio di Donnina e delle sue figlie. Salita nelle stanze di queste, recando loro una cena ch’ella stessa avea allestita, vedendo che Ginevra mesta e taciturna non era punto dai cibi solleticata a mangiare, si pose barzellettando a farle animo per divagarla dalla melanconia; e le disse che sarebbe stata sì agiatamente in quel castello quanto nel suo palazzo di Milano. Fece una pomposa descrizione del parco, e narrò meraviglie dei due cervi addimesticati che vi passeggiavano; parlò delle rovine della vecchia rocca, della torre nera di Barbarossa e degli spiriti che la abitavano; i quali durante la notte correvano per il parco cavalcando i cervi: spiriti però all’intutto innocui, poichè Tadone suo marito, che tal fiata ella astringeva a passar la notte da lei discosto, trovandosi nel parco, fu sommamente spaventato dal loro incontro, ma giammai ne patì offese. Vedendo però Gabriella che tutte le sue narrazioni nessun sollievo arrecavano all’animo di Ginevra, pensò, da donna accorta qual era, che il di lei male tenesse radice ben più profonda che non nel semplice dispiacere della reclusione in tal luogo: sicchè, fissandola con uno sguardo malizioso e penetrante, e parlandole sommessamente, le disse:
«Se mai, signora, v’accrescesse il disgusto di abitare in questo castello, l’idea di non potervi procurare a piacer vostro qualche velo o drappo di que’ de’ Segazoni[7], oppure di non poter mandare a qualche vostra amica un nastro da voi trapunto, sappiate che qui abita un aríolo[8], detto Enzel Petraccio, il quale sa tutto e va per tutto; e se pur vi fossero dieci capitani d’armi e diecimila soldati a custodire il castello, e se queste mura avessero lo spessore d’una montagna, egli entra ed esce a suo senno dal castello, senza che alcuno lo possa nè scorgere nè arrestare. Io e mio marito l’abbiam sempre lasciato abitar qua liberamente, perchè esso ci racconta tutte le novelle del paese, e ci serve fedelmente in tutto ciò che gli comandiamo; e se a voi piacesse aver notizia degli avvenimenti di qualunque persona che gli chiediate, ve li narrerà dalla nascita sino al momento in cui vi parla; se desiaste inviarlo a recare, o ricevere qualche cosa, gli è come se vi andaste voi stessa... Ah! pur troppo egli sa tutto!.. Sapeva già da un mese la disgrazia che doveva accadere a Bernabò; ma siccome racconta le cose con motti stravaganti, non l’avevamo compreso chiaramente.»
Ginevra al sentire che esisteva un uomo capace di rischiararla sul destino di persone lontane, fu punta da viva brama di parlare all’Aríolo per intendere che mai fosse di una persona che il suo cuore forte ardeva di rivedere; ma temè di fidare il segreto suo più caro ad un uomo che esser poteva un astuto ingannatore di quelle genti ignoranti, e porne sì a parte una donna che ancora non conosceva. Quindi dopo un istante di riflessione ringraziò Gabriella di sue cortesi offerte, e licenziolla dicendo volersi recare al riposo. Partita Gabriella, Ginevra si accostò al verone, e le si stese alla vista un vasto piano variamente illuminato dalla luna, nel quale scorgevansi grandi spazii, erano i folti boschi dei dintorni; spinse indi lo sguardo al più lontano orizzonte, dalla parte d’oriente, sospirò, e ricadde in una tetra melanconia. Universale era il silenzio e la quiete intorno a lei, rotta soltanto dal romoreggiare incessante dell’Adda che frangevasi contro la rupe del castello, o da qualche lontano grido, o scoppio di risa che partiva dalle stanze inferiori, ove i soldati ed i paggi stavano lietamente gozzovigliando.
CAPITOLO III.
Di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor.
Per valli petrose, per balzi dirotti
Vegliaron nell’armi le gelide notti
Membrando in fidati colloquii d’amor.