La bella luce del declinare del giorno penetrava nella maggior sala del castello per le vetriate a più colori di due ampie finestre rivolte ad occidente, e da due altre al lato opposto si vedeva riflettere rosseggiante sulle mura merlate e sugli archi del cortile. Stavano in quella sala appese intorno alle pareti varie armature e scudi con fascie e campi a diversi colori; e vi erano disposti ampii seggioloni riccamente coverti di drappi trinati in oro, ed altre sedie minori. Sopra un seggiolone si assise Bernabò, rigettando dalla testa la pelliccia d’ermellino con cui di consueto si ricopriva: pingue era la sua persona, aveva elevata e calva la fronte, bianchi i capelli che ne velavano le tempie, oblungo il viso e di lineamenti marcati e severi. Si adagiò, tutto abbandonandosi colla persona nel sedile; alzò gli occhi alle pareti: un lampo di sdegno rifulse nel suo sguardo, che girò torbido e minaccioso, sinchè lo abbassò raccogliendo in atto doglioso le braccia al petto. Alla sua destra stava ritto in piedi frate Leonardo eremita, il cui rozzo saio, la lunga barba, le macre guancie e lo sguardo umile ed inclinato, spiravano i patimenti e la sofferenza.

Alla sinistra di Bernabò era seduta Donnina della nobile famiglia de’ Porri, che Bernabò aveva eletta a marchesa della Martesana, infeudandola d’un ricco dominio. Essa fu l’ultima e la più fedele fra le molte di lui amate, poichè soffrì dividere con esso la prigionia unitamente alle proprie figlie, per continuargli le sue cure, e temperarne gli affanni. L’età di lei era oltre i quarant’anni; e sebbene non conservasse nel volto la leggiadria e la freschezza di sua prima beltà, vi avea però ancor dipinta tutta la dignità e quella nobile elevatezza dell’animo, ch’è pregevole ne’ prosperi, e sublime nei contrarii eventi; mostravasi taciturna, ma cogli sguardi spiava in volto a Bernabò quali idee lo agitassero, onde arrecargli conforto di qualche consolante parola.

Presso a lei era Damigella sua seconda figlia: appena il quattordicesim’anno faceva in essa spuntare i primi fiori della giovinezza; il tondeggiante suo viso, colorito dalla salute, annunziava l’innocenza ed il brio della tenera età; i di lei occhi, nerissimi al pari de’ suoi capegli, piegavano mesti verso il viso di sua madre, il cui melanconico contegno ne frenava l’usata vivacità, ciò null’ostante svolgea scherzando intorno alle proprie dita il cordoncino d’oro che le allacciava la veste, quasi fosse incapace di starsi in perfetta quiete, e si rivolgea di quando in quando a guardar Geltrude, che seduta da un canto era tuttora disaggradevolmente sorpresa dell’improvviso cangiamento di sue abitudini.

Più in là verso la vetriata, in atto meditativo, stava dai cristalli contemplando il cielo, Ginevra, la primogenita di Donnina; il color roseo della luce si mesceva al pallido del suo volto, e le dava un non so che di trasparente. Ne’ suoi grandi occhi azzurri, entro cui la melanconia e le lontane memorie spremevano una lagrima, si leggeva il bisogno di teneri sentimenti; una reticella formata d’un filo misto d’oro e verde le annodava le biondissime treccie, di cui alcune ciocche ricadevanle sulla fronte; un corpetto ricamato a neri fiori sopra fondo scuro, il quale era aperto e rannodato sul seno da una cordicella d’argento, ed una veste di drappo azzurro formavano il di lei abbigliamento.

Più lungi Rodolfo e Lodovico sommessamente andavano cangiando qualche motto fra loro; la ricciuta capellatura di Rodolfo e la fierezza dello sguardo e de’ robusti lineamenti davano alla sua persona un aspetto più tosto minaccioso che abbattuto; mentre la chioma liscia e inanellata che ricadeva sul collo a Lodovico, non che i tratti gentili del di lui viso atteggiati a mestizia, appalesavano quanto riuscisse doloroso al suo cuore lo stato del proprio padre e della famiglia.

Tutti questi personaggi serbavano già da qualche tempo un profondo silenzio, meditando forse ciascuno la sua trista fortuna presente e l’incerto avvenire che gli si preparava; fors’anche eran compresi dalla solennità dell’ora che precede la notte, in cui la desolazione ed un segreto spavento penetrano nelle anime afflitte, quasi se sparendo la luce, sparisse un amico consolatore, allorchè entrò in quella sala un paggio, annunziando a Bernabò che se, come era suo costume, intendeva discendere nella chiesa del castello per recitare le preghiere della sera, tutto era disposto; e udissi in questo mentre la campana suonare il segno usato per chiamare alle orazioni vespertine. Bernabò fu più scosso da questo suono che dalle parole del paggio; e frate Leonardo a lui rivolto disse:

«Scendiamo, o Principe, ad impetrare dalla gran Madre di Dio un sollievo ai nostri mali. Se ella degna ascoltare le nostre preghiere, e infonderà nel cuore quella pace e quella rassegnazione che la nostra umana fralezza non saprebbe ritrovare in tutte le vanità della terra.» E in così dire gli si accostò per porgergli braccio ad alzarsi dalla sedia su cui stava assiso; ma Bernabò, alzandosi da sè francamente: — «Per Sant’Ambrogio (gridò), io pregherò assai meglio nostra Signora di Trezzo che quell’ipocrita di Giovan Galeazzo non avesse pensato di pregare la Vergine del monte di Varese.» Nè potè trattenersi dal dire fra i denti la sua solita e terribile espressione di vendetta: «Che egli venga squarciato da’ miei cani.» Ma Donnina, che lo intese, tremando che alcun altro l’avesse udito, vibrògli uno sguardo significante, e Bernabò s’avviò silenzioso verso la porta della scala. Il principe era appoggiato all’eremita; Donnina al suo fianco sinistro; dietro le venivano Ginevra e Damigella con Geltrude; indi Rodolfo e Lodovico. Le guardie che stavano al piede della scala abbassarono l’alabarda al passare di Bernabò, e la comitiva, attraversato il cortile, entrò nella gotica porta della chiesa.

L’oscurità che ivi regnava non era diradata che dalla luce rossastra di due lampade che ardevano innanzi all’immagine della Vergine; e questa luce diffondendosi sotto quella volta rischiarava alcuni avelli di marmo trasportati dalla vecchia rocca, che forse erano quelli de’ suoi primi fondatori, e ripercuotevasi sui profili delle statue che vedevansi distese sopra le arche, atteggiate all’eterno sonno; penetrava pur anche fiocamente quel lume entro il cancello che chiudeva la cappella de’ morti; e facea luccicare alcune ossa pulite dal tempo e dalle mani di chi toccandole invocava pace allo spirito che le aveva animate, e le quali stavano disposte in giro sulle pareti. Collocatisi ciascuno in divota posizione, disse l’eremita un sermone sulla caducità delle umane grandezze; indi intuonò le preci con canto monotono e cupo, ma con voce pietosa. Rispondevano a quel canto nello stesso tenore alternativamente i supplicanti; e quelle voci di dolore replicate dagli echi della volta della chiesa, perdendosi in un mormorio indistinto nella cappella de’ morti, incutevano negli animi un terrore e una mestizia profonda.

Ma nessun cuore fra tutti quelli che palpitavano in seno a que’ preganti, era commosso ed agitato al pari di quello della bella Ginevra. Genuflessa, col volto raccolto nelle proprie palme, ella talora lasciava scorrere la sua mente sulla folla delle tenere memorie che in lei si destavano; ma oppressa da crude ambascie e dal doloroso aspetto dell’avvenire, traeva in segreto affannosi sospiri; tal fiata, condannandosi come rea, perchè nella casa di Dio attendesse a sì fatti pensieri, alzava gli occhi all’immagine della Vergine, e ne invocava il possente aiuto. Alfine il tenebrore di quel sacro luogo, i tristi oggetti che la circondavano, l’alternare di quelle voci, i terrori che l’agitavano, addensarono un velo così funesto sulla di lei fantasia, che le forze sarebbonle mancate sotto l’angoscia che la premeva, se fosse durata nello stesso stato più a lungo; ma in quell’istante terminarono le preci, e tutti rialzatisi si mossero per uscire di chiesa. Pallida, tremante, ella si rilevò: appoggiossi a Geltrude, e a lenti passi si avviò fuor del tempio. La freschezza dell’aere, e il bel color d’argento di cui la rivestiva la luna nascente che già imbiancava i merli delle mura e delle torri, e il brillar di varie stelle che scintillavano nell’azzurro del firmamento, sollevarono quel peso di terrore e di affanno che si era concentrato nel cuor suo; più liberamente ella respirò; e il pallore quasi mortale che si era diffuso sulle sue guancie divenne debilmente animato da un lievissimo color di rosa.

Attraversato di nuovo il cortile, tutti risalirono nella sala maggiore, e di là, dai paggi che Gasparo Visconti aveva a ciò destinati, vennero condotti in varii appartamenti. Bernabò fu posto in quello in cui era accostumato abitare, e che stava nel lato meridionale del castello, al fianco sinistro della torre; presso a sè egli volle ritenere frate Leonardo, e nelle attigue stanze Donnina. Rodolfo e Lodovico furono collocati in ricche camere al fianco destro della torre; e Ginevra e Damigella con Geltrude furono poste nel lato orientale del castello, ove da un verone guardavasi nell’Adda; ed era un appartamento da Bernabò un tempo addobbato per ospiziarvi le dame che egli accoglieva in quella dimora. Gasparo Visconti e Iacopo del Verme, colle altre persone d’armi di maggiore conto, ebbero buon alloggio nelle molte camere dal lato occidentale.