Erano scorsi pochi anni da che quella rocca era stata restaurata, ed il ponte edificato, quando il feroce signore della Marca Trivigiana, Ezzelino da Romano, devastando furibondo tutte le città e i villaggi che incontrò sul suo cammino, pervenne sino al di qua dell’Adda. Irritato perchè a vuoto gli fossero tornati gli assalti con cui aveva tentato d’impadronirsi di Monza, difesa valorosamente dai cittadini, salì coll’armata alla Brianza ed a Trezzo; e come avea fatto degli altri paesi, così pose a ferro ed a fuoco pur questa terra, e ne rovinò coll’incendio la rocca. Nove anni dopo, nel 1278, impadronissi della demolita Trezzo, Cassone Torriano. Covando que’ signori della Torre acerbissimo odio contra i Milanesi, ed in ispecial modo contro la famiglia de’ Visconti, che privati li aveva della signoria di Milano, scacciandoli dalla città colle armi, tennero secrete pratiche co’ Tedeschi, co’ Vicentini e coi Parmigiani, sinchè, ragunata grossa mano d’uomini, piombarono sovra Lodi, e la presero. Duce di quella gente era Cassone Torriano; e con lui combattevano i suoi fratelli Leone e Rainaldo. Presa Lodi, si aggiunse ai Torriani, con molti suoi guerrieri, il Patriarca d’Aquileia, e coll’armata riunita avanzatisi persino a San-Donato, ivi al 13 di luglio ebbero uno scontro co’ Milanesi. Feroce e sanguinosa durò la battaglia, sino a che i Milanesi andarono vôlti in fuga, e Cassone vittorioso ebbe campo d’invadere gran tratto di paese e rimontare sino a Trezzo. In quella zuffa varii combattenti caddero prigionieri in potere di Cassone, il quale tradottili alla rocca di Trezzo, ivi ne fece scelta; e rimandati liberi i Milanesi, fe’ rinchiudere i Comaschi nella Torre nera di Barbarossa, ove li pose a cruda morte a fine di vendicare Napo Torriano, il quale preso dai Comaschi nella battaglia di Desio, non venne reso nello scambio de’ prigionieri, ma fu lasciato perire in un gabbione di ferro nella torre di Baradello, in pena dell’aver fatto uccidere Simon da Locarno.

Nè per la rotta di San-Donato i Milanesi si perdettero d’animo: condotti dal loro arcivescovo Otto Visconti, e fatta lega col marchese di Monferrato, cacciarono nel seguente anno di bel nuovo i Torriani al di là dell’Adda, e ripreso Trezzo, ne ricostrussero il ponte, che dai Torriani era stato spezzato. Poco tempo dopo, variando la sorte delle armi, ricadde la rocca di Trezzo nelle mani torriane; e vi si stabilirono Napino e Rainaldo, i quali l’abbellirono, ed a prova del loro dominio fecero scolpire sulle torri e lungo le mura i loro scudi cogli stemmi della famiglia. Ma fu pur breve quella loro signoria; perchè, assediativi dalle armi de’ Milanesi condotti dai Visconti, vennero fatti prigioni e poscia scacciati: sicchè quella rocca, rovinata di nuovo dagli assalitori, pervenne verso il 1320 nelle mani de’ Visconti, i quali datisi interamente alle cure di stato di cui ambivano, come infatti ne ottennero il reggimento, più non pensarono nè a Trezzo nè al castello, il quale per que’ potenti sarebbe riuscito una troppo meschina dimora.

Passata la signoria di Milano e di tutte le città di Lombardia da Lucchino Visconti all’arcivescovo Giovanni suo fratello, questi chiamò eredi al sovrano potere i suoi tre nipoti, figli di Stefano Visconti, Matteo, Galeazzo e Bernabò; de’ quali i due ultimi erano stati da Luchino cacciati in esiglio per la loro prepotente audacia e sfrontata inobbedienza. Que’ tre fratelli succedettero allo zio arcivescovo nel 1350, e si divisero lo stato in tre parti. La parte orientale, che abbracciava le città da Lodi a Bologna sino a Pontremoli, toccò a Matteo; l’occidentale e meridionale, a Galeazzo, e si dilungava da Como a Novara colla Lumellina, e da Pavia sino ad Asti ed Alessandria; e la settentrionale a Bernabò, che dal lago di Garda, con Brescia, Bergamo e Valle Camonica, toccava sino a’ confini del Comasco. Si tennero a podestà comune le due città di Milano e di Genova. Matteo però, sei anni dopo esser pervenuto alla signoria, morì: e il popolo reputò fosse vittima della eccessiva libidine a cui sfrenatamente era inchinato; ma chi lo avvicinava ben si accorse com’egli periva per veleno propinatogli dai due fratelli, che per tal guisa assecuravano la propria vita contra gli attentati della di lui ambizione, ed ampliavano i proprii dominii. Rimasti assoluti signori Bernabò e Galeazzo, spartirono fra loro i possedimenti di Matteo, e si tenne ciascuno la signoria di quattro porte e quattro pusterle della città di Milano. Ebbe Bernabò la Romana, la Tosa, l’Orientale e la Nuova, e Galeazzo la Comasca, la Vercellina, la Giovia e la Ticinese, le quali mettevano a’ suoi dominii in cui egli abitava di consueto, recandosi rade volte a Milano; e precipuamente stanziava a Pavia, dove avea fatto erigere un ricco castello.

Bernabò, amante siccom’era della caccia, appena le molte guerre glielo permisero, pensò eleggersi abitazioni ne’ luoghi più adatti al suo diletto diporto. E sebbene allora corressero tempi in cui le ricchezze non abbondavano nè pur nelle mani dei principi, pure Bernabò non ne pativa mai scarsezza: tanto colle estorsioni, gli esorbitanti tributi, le regalie forzate e le dispotiche confiscazioni, egli seppe procurarsi lauti mezzi di scialacquo! Ordinò l’innalzamento di magnifici castelli ne’ siti che gli parvero più ameni ed accomodati alle caccie. Restaurò quel di Desio, ne eresse di nuovi a Melegnano, a Senago, ad Umbro ed a Pandino. Cacciando un giorno per gli ampii boschi che al piè de’ colli briantei si stendevano dal Lambro all’Adda, frammezzati soltanto di distanza in distanza da qualche villaggio e da pochi campi, copiosi oltremodo di salvaggiume, in ispecie di lepri, cervi e cinghiali, pervenne sino a Trezzo. Quivi giunto, fu d’un subito rapito da quella felice posizione, che dominava tanti boschi vicini e che presentava col suo ponte sull’Adda un breve passaggio alle selve del Brembo. Osservò la vecchia rocca, e trovandola devastata, sdegnò abitarla; ed ordinò si erigesse un nuovo castello de’ più grandi ed adorni che mai vi fossero a quella età. Nel 1370 fu data opera dai più valorosi architetti ed artisti lombardi alla costruzione di un castello, che a forza d’oro e d’uomini fu in sette anni e tre mesi condotto a perfetto compimento.

Surse questo castello sull’istessa rupe che è ricinta dall’Adda, e sulla quale già esisteva l’antica rocca; ma non fu inalzato come quella rasente il masso a settentrione, di cui a picco si guarda nel fiume, ma sibbene assai più vêr mezzogiorno. Aveva esso la forma d’un ampio quadrato, le cui ruvide mura alla sommità andavano cinte di merli, ed alla base erano costrutte con grossi massi tagliati. Nel lato vôlto a mezzodì, surgeva nel mezzo una quadrata torre, merlata anch’essa, alla cui cima, siccome di tutte l’altre pareti del castello, allargavansi le mura a risalto, lasciando fra l’intervallo delle mensole lo spazio per altrettante balestriere. Questa torre era fasciata a metà da una zona di marmo, su cui stavano scolpiti a basso rilievo i ritratti di Bernabò e di Regina della Scala di lui moglie, e frammezzo ad essi grandeggiava uno scudo acuminato, su cui era rilevata la biscia incoronata, che ripiegata addenta un uomo nudo. Nel lato istesso scorgevasi doppio ordine di finestre con archi a sesto-acuto, ornati all’intorno da bellissimi fregi, tratteggiati nello stesso ammattonato di cui erano costrutte le mura. La porta d’ingresso del castello stava alla destra della torre, e vi si giugneva attraversando la fossa, su cui dava passaggio il ponte levatoio, tutto di ferro: era questo raffermo da due enormi travi sporgenti sotto la vôlta della porta, ed incassate al di sopra dell’arco, cui era attaccata doppia catena di ferro, per la quale e si poteva abbassarlo, ed a piacere rilevarlo, facendolo entrare nelle imposte di sasso che contornavano la porta: col che essa veniva a chiudersi perfettamente. Stava sovra la porta un’apertura, ed era la vedetta per cui una guardia che vi facea di continuo la scolta, valeva a dar presto avviso di tutte le persone che si fossero presentate per avere ingresso.

Valicato il ponte levatoio, non penetravasi di botto nel castello, ma era d’uopo aggirarsi in un andito lungo il lato destro del forte, sinchè si giugneva al fianco settentrionale, ove affacciavasi un’altra porta da cui si aveva entrata all’interno del castello: lungo le pareti di quest’ultimo ingresso eransi praticate molte feritoie corrispondenti a due stanze, in cui dimorando i soldati potevano non visti offendere agiatamente quelli che entravano, se così si avesse voluto. Penetrati nel castello, scorgevasi un ampio cortile, detto la piazza d’armi, intorno al quale girava un porticato ad archi gotici, ricinti ne’ contorni da pietre alternate a quadrati bianchi e cilestri, e sostenuti da immani, ma rozze colonne. Lungo le mura si difilavano in bell’ordine le finestre, parte ferriate e parte no; ed erano quelle de’ varii appartamenti del principe e della corte. A pian di terra giacevano le armerie da guerra e da caccia, i quartieri, le cucine, le stalle ed i canili. Magnifiche scale conducevano agli appartamenti superiori addobati fastosamente con arrazzi, ed in cui molte sale vedevansi dipinte a suggetti di caccie, di guerre e di religione; ma tai dipinture erano grette, quantunque di vivace colorito, siccome dava l’arte di que’ tempi.

Era in quel castello una picciola chiesa dedicata alla Vergine, a cui aderiva una cappella, detta dei morti, perchè conteneva arche ed ossami ivi trasferiti dalla vecchia rocca. Nè mancavano pure tenebrose carceri e camere appartate, in cui si erano praticate ribalte, o siano trabocchelli, i quali consistevano in mobile pavimento artificiosamente sospeso, sul quale se taluno saliva, levandosi una sosta si rovesciava, e precipitava lo sgraziato in un pozzo armato a punte che lo trafiggeano. Correva voce altresì che quivi fossero sotterranei ed altri luoghi spaventosi e secreti di cui si parlava con sospetto, ma de’ quali tutti ignoravano e l’ingresso e l’uscita. Taluno però asseriva d’avere inteso voci e lamenti partirsi dalla cappella de’ morti e dalla torre nera di Barbarossa, la quale stava rovinosa nel fondo del parco vicino all’antica fortezza. Perocchè al lato di tramontana del castello eravi una porta la quale adduceva ad un picciol parco, che occupava quello spazio che stendevasi tra ’l castello e l’isolata estremità del ciglione della rupe. In fondo al parco, difeso in giro da grossa muraglia, stavano gli avanzi della vecchia rocca. In questo muro eransi praticate varie porte munite di forti cancelli, ed a cui mettean capo alcune stradicciuole che scendendo a scacco per la rupe, o si recavano al piano dell’Adda, o si dirigevano pei villaggi e pei boschi. Ove il parco avea fine, eravi altra porta fiancheggiata da due torri, la quale dava passaggio al ponte sull’Adda, novellamente ricostrutto, assai più grandioso e massiccio del primo. All’altro capo del ponte eransi erette due altre torri quadrate che ne difendevano l’ingresso, chiuso inoltre da una barricata di travi a punte di ferro.

Già da dieci anni sorgeva questo castello, ed il parco era folto d’alti e fronzuti alberi, ed alla sommità degli archi di pressochè tutte le porte vedevansi appesi ove teschi di cinghiali, ove la ramosa fronte d’un cervo, ove falchi ed avoltoi, trofei delle molte caccie date da Bernabò, alloraquando sul finire del giorno, per noi già annunziato[6], giunse Bernabò stesso, condottovi prigioniero colla comitiva descritta a Mandellone dai due ladri, che dissero d’averla iscorta per la via del bosco di Concesa.

A pena la guardia posta alla vedetta del castello vide spuntare le lancie fuori del bosco, diè fiato al suo corno d’avviso, e accorse tosto il castellano, che era Tadone Fosco: veduto egli soldati lombardi, e fra essi il cappuccio di Bernabò, fece immediatamente abbassare il ponte levatoio. I due capi di lancia che erano all’antiguardia, passato a pena il ponte, si posero vicini alle catene interne delle travi che servivano a rialzarlo, facendone sgombrare i due uomini che vi si trovavano. Gasparo Visconti, spronato il cavallo, fu a dosso al castellano, e curvandosi sull’arcione levò d’un colpo il mazzo delle chiavi che appese ei teneva ad una cintura di cuoio; la quale per la strappata spezzossi, ed il povero Tadone cadde a terra dimandando pietà: poichè mal sapendo la causa di sì inusato procedere contra di lui, temeva la mala ventura. Ma Gasparo Visconti gli fe’ cenno s’alzasse, e lo precedesse al castello; il che Tadone eseguì senza trar fiato. Tutti i soldati, i prigionieri e la paravéreda entrarono nella prima porta, e da quella volgendo lungo l’andito, passarono nella seconda; dove le guardie, vedendo quella comitiva preceduta dal castellano, non opposero al loro ingresso resistenza alcuna. Non sì tosto il seguito fu entrato, che Gasparo Visconti fece rialzare il ponte levatoio, ed intimò a Iacopo del Verme, che teneva il comando sotto di lui, di dar subitamente la muta alle sentinelle, disarmando i soldati di Bernabò, e coloro fra questi che non giurassero fede a Giovan Galeazzo, facesse chiudere nella torre. Iacopo del Verme dispose i suoi soldati alla porta maggiore del castello ed a tutte le altre entrate. Ne pose una parte anche alla porta del parco, e fece chiudere le barricate del ponte, collocando soldati nelle torri che lo fiancheggiavano; poscia ordinò alcune scolte, onde si aggirassero intorno alle mura del castello.

Bernabò frattanto e i suoi due figli Rodolfo e Lodovico erano stati condotti nella sala maggiore dei superiori appartamenti, dove li aveano seguiti frate Leonardo, Donnina de’ Porri, e le sue due figlie colla vecchia Geltrude. Poichè furono i prigionieri assecurati nel castello, Gasparo Visconti usò seco loro maniere più gentili, siccome eragli stato imposto da Galeazzo, il quale voleva che a Bernabò ed a’ suoi, sebbene prigionieri, si avessero que’ riguardi che erano dovuti alla dignità ed al grado di parentela in cui gli erano congiunti. Appena infatti tutte quelle persone si furono raccolte nella gran sala, argomentando il capitano che la sua presenza non poteva riuscire che di peso a Bernabò ed agli altri, partissi di là per far disporre a comodo comune il restante dell’abitazione.