CAPITOLO II.

E nel mezzo su un sasso avea un castello

Forte, e ben posto, e a meraviglia bello.

Ma ahi lasso, che poss’io più che mirare

La rocca lungi ove il mio ben m’è chiuso!

Ariosto.

Veloce e fragorosa travolge l’Adda le molte sue acque uscendo dal Lario da cui è formata, e versandosi nel Po, che maestoso attraversa l’alta Italia, ricogliendo nel di lui seno i fiumi tutti che scendono dall’Alpi. Poco lungi dai moni che l’Adda abbandona, fluendo in retta linea verso mezzodì, e correndo avvallata fra sponde di enormi massi, incontra a man destra una rupe, che protendendosi a settentrione la astringe a ripiegarsi per superarla, ed a girarle d’intorno onde riprendere la primiera direzione. Su questa rupe, cinta da tre lati dall’Adda a maniera di penisola, surgevano un tempo le mura del forte di Trezzo, di cui a dì nostri poche rovine attestano la passata grandezza. Primi i Longobardi innalzarono colà una rocca onde proteggere i colli della Brianza dalle scorrerie de’ feroci Orobii: e se la fama non erra, la stessa Teodolinda avrebbene poste le fondamenta. Egli è certo però che verso il mille dell’era nostra, quel forte fu venduto al duca Ottone III da Liutefredo, vescovo di Tortona, a cui fu vinto da un suo campione in singolar conflitto tenuto alla presenza dell’Imperadore di Germania, contro Riccardo Vaidrada che ne era signore. La rocca a quella età s’ergeva sul ciglione della rupe che rade il masso a settentrione: gotica erane l’architettura, ma non vasta nè adorna; ed era solo fiancheggiata da piccola torre.

Da Ottone passò in podestà di più baroni e nobili lombardi, sinchè discese con formidabile esercito, a danno dei Milanesi, Federigo detto il Barbarossa, il quale nell’aprile del 1158, valicata l’Adda a Cassano, invase la Brianza tutta, e si rese padrone anche di Trezzo e della sua rocca. Quivi lasciò un forte presidio, capitanato dal marchese di Wenibach e da Corrado di Maze. Erasi allora formato in que’ dintorni un contado detto della Bazana, e Trezzo vi fu eletta a capitale. I due comandanti imperiali che ivi stanziavano, si diedero ad abbellirne il forte siccome luogo di loro residenza, e vi costrussero in giro tre torri quadrate, una delle quali eretta per intiero con oscuri macigni, prese il nome di Torre nera di Barbarossa. Di là sbucavano que’ duci a devastare il territorio, esigendo enormi tasse; mettevano a ruba il contado, ed esercitavano il barbaro jus foderi. Simili vessazioni durarono sino a che i Milanesi, congiuntisi alla Lega Lombarda, ebbero rotto l’esercito di Federigo; e mentre essi ritornavano trionfanti dall’assedio posto a Lodi per gastigarne i cittadini riluttanti ad associarsi alla Lega, assembratisi co’ Bergamaschi, si diressero vér Trezzo a fine di espellervi gl’Imperiali, che stavano nella rocca soccorsi da alcune bande paesane. Costò a’ Lombardi non poco travaglio il possederla: nè a tanto pervennero se non dopo due mesi di assedio, e mercè l’astuzia di Praello Imblavato, il quale fe’ all’uopo construrre un gran ponte galleggiante sull’Adda. Espugnato quel forte, ne uscirono gl’Imperiali cogli onori di guerra: ed i Milanesi, postevi a sacco le molte ricchezze in oro, argento e vasellami preziosi, che gli Alemanni vi aveano accumulate colle depredazioni, incendiatolo l’abbandonarono.

Stette quella rocca deserto albergo de’ gufi e degli assassini sino al 1211, nel quale anno venne da papa Innocenzo inviato per suo legato in Lombardia il cardinale Gherardo da Sessa, abbate di Tiglieto e già vescovo di Novara. Il Legato, pervenuto in Lombardia, elesse Trezzo a sua dimora, ed ordinò si riattasse la rocca; al che convennero coll’opera e colle sostanze gli abitanti dei contorni, eccitativi dalle esortazioni delle compagnie degli Umiliati o Berretani[5]: ordine dal Cardinale singolarmente protetto, e che a norma del suo instituto iva per le piazze e per le chiese predicando ogni benedizione a quel prelato.

Allontanatosi da Trezzo il cardinal Gherardo, quella rocca passò in possesso di varii signori; uno dei quali (e vuolsi fosse Guazzone da San-Gervaso) costrussevi un ponte, opera arditissima per que’ tempi, poichè con un solo arco attraversava l’Adda dalla sponda milanese a quella del Bergamasco. Acutissima ne era la volta, e constava di grosse pietre rozzamente connesse; e dal capo opposto del castello surgeva a sua difesa una barricata di pesanti travi, chiusa alla testa del ponte da enorme catena di ferro.