Intanto il frate, che aveva attraversato il fiume sulla zattera, s’avviava pel sentieruolo dell’isola inverso il prato. Sebbene le scorrevoli acque dell’Adda mantenessero quivi una grata frescura, pure il calore della stagione e il sereno dell’aere erano tali da invitare allo starsi a testa scoperta: ciò nulla meno quel monaco portava sul capo il suo pesante cappuccio, e lo teneva abbassato sin quasi sugli occhi. La grossa veste di lana a colore ulivigno che gli scendea sino ai piedi, sembrava chiusa superiormente ed avviluppata intorno al mento: per lo che non appariva del di lui viso altro che un naso adunco, due occhi neri, e alcuni peli rossastri che gli ombravano le guancie. Era uomo costui d’alta statura, di portamento franco ed altiero, ben diverso da quello che convenivasi ed un religioso mendicante: teneva ambe le mani insaccate nelle larghe maniche, e procedea lentamente. Giunto innanzi alla casa di Mandellone, porse a Trado una picciola moneta; e gli dimandò se nel primo paese, varcato il fiume, si trovassero conventi. Trado rispose che no: e il frate, girato uno sguardo intorno, chiesegli se avrebbe quivi potuto passar la notte: il famiglio soggiunse, attendesse il padrone: che se quegli assentiva, avrebbero cercato di ricoverarlo alla meglio nella loro povera casetta. Il frate chinò il capo, e andò ad assidersi sovra un sasso locato alla porta dell’abituro.
Mandellone, a cui il ricco vestire de’ due viandanti che venivano a dilungo del Brembo avea fermato il pensiere, lasciò si ritraessero gli amici, corse alla zattera, e addottala all’altro lido, quivi fe’ alto onde riceverli. Accostatiglisi i passeggeri, scesero dalle loro cavalcature, e vennero a due riprese passati: il villico che avea loro servito di guida, ebbe la mercede, e fu rimandato. Il primo de’ due stranieri che s’avea valicato le acque, era un giovane di bellissime forme, snelle insieme e robuste: il di lui viso andava altiero per maschie tinte, e ne’ lineamenti sentiva altamente di un far nobile ed espressivo. Sebbene atteggiasse lo sguardo imperiosamente, pure le sue pupille apparivano sede di sentimenti dolci ed appassionati; il suo capo era coperto da uno scuro berretto adornato da due candide piume; e sotto questo cadevagli sugli omeri nerissima capellatura foggiata a leggiadre anella. Il collo mostravasi nudo; e l’abito color ranciato non gli scendea che al ginocchio, mentre lo difendeva internamente una fina corazza d’acciaio; ne’ fianchi lo cingea larga cintura di pelle, rafferma all’avanti da aurato fermaglio; ed a tracollo portava una ciarpa azzurra, a cui s’appendeva la spada di ricca impugnatura. Egli conduceva a mano un bianchissimo destriero, il cui arcione e le briglie erano fornite di ricami e dorature. Quegli che lo seguiva, mostravasi abbigliato quasi alla stessa foggia, benchè meno riccamente; e il di lui cavallo portava in groppa un grosso involto, lo che dava indizio dell’essergli scudiere.
Quando pervennero all’abituro di Mandellone, questi disse loro se amavano ristorarsi: ed iva loro esagerando la lunghezza e l’andar malagevole del cammino di Vaprio. Gli stranieri fiaccati dal caldo, colle fauci esauste dalla polvere della strada, sedotti d’altronde dalla freschezza e amenità del luogo, assentirono al prendere un po’ di posa, ed ordinarono a Mandellone di recar loro un vaso di vino. Chiamò questi la figlia Maria, chiamò il famiglio, e li pressò a ben servire quei signori. Egli intanto si diè cura di acconciare con eleganza sur un gran piatto di rame i rimasugli del suo pasto coi ladri, e venne a presentarglielo siccome vivanda degna d’eccellente convitto. Sulla rozza tavola ov’egli depose il piatto delle lepri, aveano di già Trado e Maria arrecato i vasi del vino, il pane e gli altri utensili della mensa. Lo scudiere non fu tardo a gittarsi su que’ cibi come avoltoio, e trangugiarseli a grossi bocconi. Il cavaliere all’incontro bevette alcuni sorsi di vino, quindi s’adagiò sur un tronco d’albero, e volgendo gli occhi tra quelle piante, assunse in viso una tinta di soave malinconia: chinò il capo, appoggiandolo al palmo della mano, e parve assorto in profonda meditazione.
Il frate, che all’arrivo di que’ due forestieri s’era precipitosamente ritirato dietro le piante, sostò fra quelle a guatarli per alcun tempo, esternando tratto tratto atti di stupore. Avanzossi di queto verso di loro; e avvicinatosi, inchinò umilmente la testa; e portandosi le braccia al petto, disse: «Dio vi salvi, o fratelli.» Lo scudiere gli porse uno sguardo di dispetto, quasi credesse costui uom venuto a dividere le sue provvigioni: ma il cavaliere al suono di quella voce alzò lo sguardo; e miratolo fisamente per qualche istante, levossi in piedi siccome chi è côlto da maraviglia. Il frate gli andò dappresso con circospezione, e preselo per mano, seco il condusse lungo il sentiero a man ritta: quivi, dopo aver data un’occhiata d’intorno, trasse subitamente indietro il cappuccio, e scoverse un’altiera testa ricinta da rossi capegli. Attonito a quella vista il cavaliere, esclamò: «Come, Aldobrado, tu qui?» Ma l’altro ricopertosi immediatamente, portò il dito alla bocca accennandogli di tacere. Indi accostatoglisi all’orecchio, con voce bassa e interrotta gli disse: «Voi non sapete, Palamede, quali terribili avvenimenti siano accaduti in Milano da venti giorni? Bernabò, i suoi figli, la signora Donnina de’ Porri, Ginevra (a questo nome il cavaliere impallidì) furono imprigionati, e quest’oggi stesso vennero condotti al castello di Trezzo.» Il cavaliere sbigottì a sì fatta novella, ed eccitò Aldobrado a narrargli come si fossero queste venture accadute. Ritornarono a questo fine nel prato, ove Palamede per allontanare lo scudiere intimògli andasse ad abbeverare i cavalli nel fiume: indi, seduti a fianco l’un l’altro, Aldobrado gli fece minuto racconto dell’imprigionamento del vecchio Principe.
Narrò egli siccome Giovan Galeazzo, nipote di Bernabò, il quale sino a que’ giorni portava soltanto il titolo di conte di Virtù, e che tenea sede in Pavia, vivendo vita tranquilla, e servando fama d’uom bacchettone e dappoco, si fosse partito dal suo castello il giorno sei di maggio, spargendo voce di volere pellegrinare per divozione al Santuario della Vergine del Monte sopra Varese. A mal disegno però s’aveva menato con sè più di quattrocento uomini armati. Giunto alla distanza di due miglia da Milano, eranglisi mossi incontro fuori di Porta Ticinese i signori Rodolfo e Ludovico, figliuoli maggiori di Bernabò, i quali vennero da lui accolti con atti di cortesia: poscia arrivato alle mura della città, non entrò già per Porta Ticinese, ma girando a mancina lungo il fossato s’incamminò verso il Castello di Porta Giovia[3]. Pervenuto appena alla pusterla di Sant’Ambrogio, s’abbattè presso le mura di quello spedale in Bernabò, il quale cavalcando una mula traeva innanzi con pochi de’ suoi, onde riceverlo. Giovan Galeazzo, fattoglisi vicino con ilare aspetto, diè di subito un segnale: e Giacomo del Verme, il quale capitanava le lancie di Galeazzo, fu il primo a por le mani addosso a Bernabò, e gridare ch’egli era prigioniero. Ottone da Mandello gli tolse dalle mani le briglie e la bacchetta; e recidendogli il pendon della spada, lo disarmò: il che fu pure eseguito verso gli altri cortigiani e verso i figliuoli del principe. Fatti in tal guisa prigioni, vennero trascinati al castello di Porta Giovia, e chiusivi nella torre con buon numero di guardie. Poscia Giovan Galeazzo entrò co’ suoi militi in Milano; e sparsasi novella dell’accaduto, trasse a lui tutto il popolo gridando: Viva il conte di Virtù: muoiano le colte e le gabelle. Galeazzo venne riconosciuto per signore; e si piacque permettere alla plebe il saccheggio dei palazzi di Bernabò e de’ suoi figli: sicchè in breve vi andarono a ruba tutti gli argenti, le gioie, i denari e ricchissimi arredi; indi si posero a sacco gli uffizi de’ dazi e delle gabelle, e se ne arsero i libri. Il principe e la di lui famiglia stettero rinchiusi nel castello di Milano sino al giorno venticinque, in cui di buon mattino vennero spediti sotto scorta armata, condotta da Gasparo Visconti, acerbo inimico di Bernabò, al Castello di Trezzo. Co’ prigioni erano il padre Leonardo degli Eremiti di Sant’Ambrogio ad nemus, Donnina de’ Porri, di cui conoscevasi il generoso carattere, e che s’aveva ottenuto licenza da Galeazzo di poter seguitare Bernabò nel luogo della di lui reclusione, unitamente alle sue figlie Ginevra e Damigella, le quali colla vecchia Geltrude, chiuse in una paraveréda, doveano cogli illustri prigionieri essere già entrate in castello. «Io (proseguì Aldobrado), che voi ben sapete di quale amicizia fossi legato a Bernabò, paventando l’ira di Galeazzo, e assai più del popolo, che nel bollore della rivolta uccise Baldizone e il Malaspina, stetti celato sino a questo istante da mia sorella Lucia, sperando che la plebe, o le milizie fossero per volgersi novellamente a nostro favore. Ma allorchè mi fu narrato che tutti i cittadini di Milano avevano acclamato signore Giovan Galeazzo, ed il vecchio Bernabò doveva venire tradotto dal castello di Porta Giovia al forte di Trezzo, divisai di recarmi a salvamento. Questa istessa mattina fuggii col nome e gli abiti di mio fratello Bernardo cappuccino, col pensiero di farmi soldato da ventura, e pormi a servigio o dei signori della Scala, o dei Veneti; oppure congiungermi a’ Ghibellini di Toscana, che ben sapete quanto amino Bernabò. Così mi sarà dato tentare di muovere qualche potente soccorso a vantaggio del mio antico signore.»
Palamede, a cui avean trafitto l’animo le narrazioni di quel funesto successo, prese la mano d’Aldobrado e gli disse: «Sa la Vergine Santa se io non retrovolgerei con tutta la brama il mio cavallo per teco ritentare la sorte dell’armi a fine di trarre Bernabò dalla prigionia ove l’ha gittato il tradimento; ma ripartirmi senza vedere dopo due anni di dura assenza le torri e le mura della mia Milano, riedere senza fisarmi in Ginevra, senza parlarle, non posso. Io ho abbandonate le più belle speranze di gloria e di potere che mi si apparecchiavano da’ Veneziani, per ritornare a lei. Non sarà un mese che la laguna e S. Marco risuonarono d’applausi tributati al mio valore: ma tutto feci per lei. Ella mi cinse la spada: e allora giurai per lei stessa e per Sant’Ambrogio di deporla dopo due anni coperta di gloria a’ suoi piedi. Ned io posso mancare al giuramento: nè fia che alzi lancia o spada in guerra, se prima non ho veduta Ginevra.»
Aldobrado, sebbene della nobile stirpe de’ Manfredi, aveva costumi da sgherro anzi che da amico intimo d’un Principe (se pure Bernabò ebbe intimi amici): laonde era troppo estranio ai sentimenti d’amore e d’onore cavalleresco per concepire nella loro forza le parole di Palamede; e ritornando alle abituali sue idee di crudeltà, proruppe con ironico sogghigno a così dire: «Voi penderete appiccato senz’occhi dal più alto merlo delle torri di Trezzo prima di satisfare al vostro giuramento. Ginevra è chiusa fra impenetrabili mura; e a cento passi del castello sta indubitatamente la morte. Nè vale bravura: ch’io ben mi so quali soldati abbiano scelto per far quivi la guardia. Rimontate a cavallo, date a me quello dello scudier vostro, e andiamocene a Verona. — No (rispose l’altro), se mi dovessero gittare nel forno di Monza. — Ma come credete riuscire nella vostra pazza impresa? — Me ne andrò da Galeazzo, invocherò da lui di vedere Ginevra, e meco menarla sposa in altre regioni. Quali timori potrà destargli, quali sospetti una giovinetta timida, innocente, la di cui forza sta nella bellezza, e la di cui sola ambizione sarà la gloria del proprio sposo! Oh certo egli saprà accordarla alle mie preci. — Lasciatevi scorgere entro le porte di Milano (disse l’altro freddamente), e vorrei essere arruotato vivo se voi non marcite nella Malastalla[4].» Palamede cadde a queste parole in seria meditazione, interrotta a quando a quando da profondi sospiri. Aldobrado si alzò, fisò un momento lo sguardo sovra di lui: indi, movendo l’occhio irrequieto, e concentrandosi in riflessioni, fece qualche moto colle braccia, come se gli si allacciassero dispiacevoli idee; indi a lui vòlto: «Ebbene (disse) giacchè volete assolutamente veder Ginevra, io ne conosco il mezzo, ma è ardito e terribile. — Spiégati (disse l’altro con ansietà, sorgendo da’ gravi pensieri in cui tutto erasi immerso): dovessi affrontare un’armata (e portò la mano alla spada), io non tremo. — Sappiate (proseguì Aldobrado) che ho veduto, saranno tre lustri, a ricostruire ed ampliare il Castello di Trezzo, e ne conosco le fondamenta più che il palmo della mia mano. Allora io vidi scoprirsi, e qualche volta dappoi (e sì dicendo espresse col volto un atto involontario di ribrezzo) io mi trovai per ordine di Bernabò in un sotterraneo che ha l’uscita in fondo agli scogli dell’Adda, e l’ingresso in un sepolcro della cappella dei morti della chiesa del castello: se voi trovate il modo di avvertire Ginevra, perchè vi si rechi, e se avete coraggio di penetrarvi, potrete seco voi condurla, senza aver d’uopo d’invocare concessioni da Galeazzo.» Un lampo di gioia brillò a questi accenti sul viso di Palamede, abbracciò Aldobrado: «Eh ch’io possa (esclamò) vederla, parlarle, premere la sua mano sulle mie labbra, e saprò sostenere animoso tutte quelle venture di disagio e di perigli che al cielo piacesse prefiggermi. — Ma vi avverto (Aldobrado continuò) che l’impresa è scabrosa; ch’io v’addito i luoghi, nè vo’ seguitarvi: d’altronde saranno indispensabili due uomini molto pratici di questi dintorni, e sperti vogatori, onde guidare e tener ritta una barca sulla corrente dell’Adda. — Quanto al pericolo, io so sprezzarlo; ma dove (disse Palamede, disanimandosi), dove rinvenire due fidi ed intrepidi rematori che vogliano meco dividere sì grave rischio?» Aldobrado ristè a queste parole alcun tempo sopra pensiero; poscia disse: «Avete dell’oro? — Non me ne manca. — Ciò basta, venite meco.» E in così dire s’avviarono verso la casa di Mandellone.
Il giorno in tanto era sparito del tutto, e già vedevansi da mezzo i rami delle piante luccicare le stelle. Lo scudiere di Palamede, dopo avere abbeverati i cavalli, scorto il suo signore in istretto colloquio col frate, avea levato i freni, e lasciate ire le bestie pel prato pascolando: e’ si stava intanto sulla porta della casa a ragionare con Maria, a cui le sue belle vesti ed i modi meno aspri di que’ di Tencio e di Trado aveano cagionato un’assai aggradevole sensazione. Palamede entrando in casa disse allo scudiere d’aver cura de’ cavalli, e di levar loro anco gli arcioni, poichè avrebbero passata la notte nell’isola. Quest’annunzio riuscì graditissimo allo scudiero ed alla figlia di Mandellone; la quale facendogli lume con facella di rami accesa, mentre esso stava spogliando i cavalli, tutta si ringalluzzava alle graziose parole con che l’andava tratto tratto vezzeggiando.
Aldobrado e Palamede entrarono allora in una stanza le di cui pareti erano formate di grosse travi insieme connesse ed appoggiate ad alberi vivi, de’ quali apparivano le ruvide scorze; ed era addobbata con pochi arnesi di cucina e qualche attrezzo da barca. Sedettero entrambi all’intorno d’una tavolaccia su cui ardeva un lume in vase d’olio: Aldobrado diessi a chiamar Mandellone. Questi non attendeva che d’essere domandato per sapere se essi intendevano fermarsi quella notte da lui; e nel caso contrario, già s’avea preparato una lunga narrazione dei pericoli che avrebbero incontrato, se fossero partiti a quell’ora. «Senti (gli disse il finto frate, vibrandogli un’occhiata minacciosa e indagatrice, mettendosi nello stesso istante colla persona fra l’oste e la porta): io ti conosco da lungo tempo. Tu devi aver degli amici che sarebbero da molt’anni appiccati, se non sapessero ben maneggiare una barca e nuotar come pesci, allorchè hanno gli uomini d’arme alle calcagna: io m’ho bisogno di loro.» Mandellone impallidì a queste parole pronunziate con tanta asseveranza, e volea protestare contro sì fatta asserzione. «Padre (diss’egli in atto umile), io non vi ho mai veduto... — T’ho veduto io più volte, e ti basti. Pensa per domani prima del partir nostro, che sarà all’alba, a far sì che si trovino in quest’isola due uomini i quali sappiano ben trar di remi e di stocco: e saravvi dell’oro per essi e per te; altrimenti (e cavò dalla larga manica uno stile a tre punte) prima di mezzogiorno te ne andrai all’inferno. — Se così vogliono (rispose tremando Mandellone), potrei farli venire sull’istante. — Tanto meglio (riprese Aldobrado); e lasciò che Mandellone uscisse dalla camera. «Sono varii anni (proseguì con Palamede) ch’io conosco quest’isola; e se Bernabò ora non fosse prigioniero, dovea questo grosso bue di Mandellone, al primo villeggiare di quel principe, dileguare sull’eculeo, come le lepri ch’egli va rubando e mettendo allo spiedo.»
S’intese in questo mentre un fischio, e dopo breve intervallo diverse pedate le quali s’avvicinavano alla casa. Palamede e Aldobrado furono presi dalla tema di essere traditi, perchè un momento prima l’isola era loro sembrata perfettamente deserta: per il che al vedere spalancarsi la porta, e presentarsi tre figuraccie da sgherri, che il chiarore fosco e giallastro del lume rendeva ancor più terribili, Palamede rizzossi in piedi, e portò la mano alla spada; e Aldobrado si trasse dietro alla tavola, mirando a un grosso palo di ferro che stava appoggiato alle pareti. «Sono gli amici (gridò Mandellone al di fuori);» e Tencio, che s’era avanzato pel primo, fermandosi a certa distanza, e levandosi il cappello in atto di rispetto, rassecurò l’animo loro: onde Aldobrado rimessa sul volto l’espressione della fierezza e del comando, fattosi avanti disse: «Dovete giurare su questo crocifisso (e ne trasse uno di legno dall’abito) che voi non ci tradirete, nè paleserete ad alcuno quanto vi diremo, e comanderemvi di fare.» E que’ tre posero la mano sul crocifisso, e giurarono: poichè sebben gente da masnada e ferocissima, pure era tale in quella età il fascino della superstizione mista alla più crassa ignoranza, che si giurava di commettere i delitti, si commettevano per adempiere al giuramento. Aldobrado continuò dicendo che prometteva dieci fiorini d’oro per ciascuno, purchè trovassero una posizione sicura, daddove l’un di essi stesse ad attendere l’avviso per muovere un battello in certo punto dell’Adda superiormente a Trezzo, in cui sarebbevi entrato egli medesimo con quel cavaliere: e di quivi avessero ad ubbidirli ciecamente, e condurli colla maggior diligenza ove accennerebbero; e gli altri in quel mentre dovessero star pronti ad eseguire arditamente quanto loro verrebbe imposto. I tre ladri assentirono; e il Tencio soggiunse che alla mattina averebbeli condotti per la via del bosco di Vaprio in sito sicuro e segreto, da cui potere con sicurezza ordinare tutte le loro operazioni. Palamede, a cui que’ ceffi davano non lieve noia, intimò si ritirassero; e ingiunse a Mandellone di dar loro quanto avessero voluto. Indi si stese vestito sur un giaciglio di foglie di faggio composto in un canto della stanza: il che pur fece Aldobrado, volgendo ciascun d’essi nell’animo diversissimi pensieri.