Nè a que’ tempi era agevole attraversare le acque: i torrenti si passavano a secco od a guado; e quanto ai fiumi, se ne togli i luoghi più importanti per vie militari, ove gittavansi ponti, da per tutto il passaggio si mostrava disastroso, e il più delle fiate impossibile. E dove scorgi presentemente il maestoso ponte sull’Adda tra Canonica e Vaprio, allora non t’abbattevi che in due altissime ripe, entro cui quasi avvallate correvano le acque, inette a guadarsi. Surgevane pel vero un altro, erettovi dal duca Bernabò Visconti, allorchè rialzò dalle rovine il Castello di Trezzo; esso era guernito a due capi da torri, ma non porgeva altro ingresso fuor che al castello: e però niuno ardiva, anzi che passarlo, nè pure accostarvisi: chè chiunque fosse stato trovato o su una strada, o sovra un ponte di Bernabò, era crudelmente tormentato e quindi ucciso.

Alla necessità de’ passaggeri s’era però provveduto presso Vaprio con un porto costrutto rozzamente, come quella età comportava. Appena si usciva di Canonica, scontravasi un sentiero che, passando tra ciottoli ed arene, attraversava qua e là i rigagnoli del Brembo (il quale scende dalle valli bergamasche per iscaricarsi nell’Adda), e dopo breve tratto di cammino, mettea capo a quel fiume in sito ove partitosi in due rami presentava nel di lui seno un’isoletta. Quivi la fiumana, men rigogliosa d’acque pei non ricevuti torrenti e per la partizione sofferta, dava facile adito al porto, il quale constava di due zattere locate agli opposti lati dell’isola ed aventi nella parte di mezzo un grosso palo, alla cui cima correva una fune infissa alle due bande del fiume. La prima di queste recava il passeggiero dalla sponda sinistra dell’Adda persino all’isola; la seconda dall’isola al destro lido; e qui si arrampicava novellamente un viottolo che adduceva alla via detta del bosco, tra Vaprio e Concesa.

Quest’isola era chiamata la Ca di Mandellone, perchè abitata da Nicola di Mandello, che per esser pingue appellavasi Mandellone; ed era uomo sollazzevole e di gaio aspetto, non che fino amatore del danaro. Guidava egli le zattere, e s’era per ciò edificata in mezzo all’isola una casuccia ove dimorava con sua figlia ed un famiglio; vendeva anche vino e cibi a’ viandanti, i quali astretti a passare di là, vi si fermavano volentieri, adescati da sue lusinghe a vuotarne un bicchiere.

La casa di Mandellone sorgeva in luogo un po’ elevato: un praticello ombreggiato da alte piante vi si stendea di prospetto, ed offriva qua e là de’ sedili foggiati coi tronchi d’albero, e qualche tavola per gli avventori. Circuiva il prato un orticello che forniva i legumi per la cucina, e quivi mettean capo le due stradicciuole che si volgeano tra le piante ver gli opposti lidi dell’Adda. Allorchè l’albergatore udiva la chiamata di chi volea passar l’acque (ed era un grido od un fischio), soleva affacciarsi ad una finestretta per dove scorgeva i passeggeri senz’essere veduto: e se era tempo o persona opportuna, si muoveva a passarla, altramente fingeva di non udirla. Imperocchè capitando alla Ca di Mandellone ogni maniera di gente, siccome gabellieri, contrabbandieri, ladri, sgherri, venturieri, donne, frati, pellegrini, e simil fatta di persone, l’accorto nocchiero-albergatore evitava succedessero in sua casa incontri che valessero a porne a repentaglio la sicurezza, o cagionare disgusti agli avventori: e da che un non vi ho inteso per sua parte, qualche rimbrotto dal canto di chi non veniva passato, accomodavano ogni faccenda, in tal guisa adoperava il brav’uomo, che tutti gli restavano amici.

Volgeva l’anno 1385, ed era il venticinque maggio, giorno di giovedì, allorquando un’ora avanti al cader del sole Mandellone, che quetamente si stava nel suo casolare, udì dalla riva del bosco di Concesa partirsi un acutissimo fischio a cui varii altri si succedettero a brevi intervalli. Spiò a prima giunta dal fenestruolo, e tosto corse a staccare le zattere per levare un passeggero che lo pressava a gesti dalla sponda, e volgevasi ogni tratto a guardarsi alle spalle. Era costui un uomo a trent’anni, alto della persona, di fieri lineamenti forte adusti dal sole; sotto le larghe alaccie di un logoro cappello colla testiera a cono muoveva due occhi vivi ed agitati: aveva il mento coperto da folti peli nerissimi. Il suo vestire constava d’un rozzo giubbone di lana scura e di due ampie brache; le sue gambe erano nude, tranne i piedi calzati in grosse scarpe acuminate; teneva tra le mani uno stocco irrugginito, la di cui punta luccicava tuttavia; e due pugnali stavangli infissi ai fianchi entro larga coreggia di cuoio, «Per Sant’ Afra! (egli gridò) che ti possa affogare; sei più lento di una lumaca a muovere quelle tue quattro tavole mal connesse. — Vengo, vengo; non t’arrabbiare, Tencio (rispose Mandellone): aspetta che mi ti accosti.» Ma fu indarno, perchè Tencio spiccò un salto; e sebbene arrischiasse di capovolgere la zattera, datosi tosto a tirarne la corda a tutta possa, la fece retrocedere velocemente. Appena giunti all’isola, cacciossi fra le piante. Costui era un fuoruscito, il quale si aggirava per que’ dintorni con due suoi compagni a fine di svaligiare i viandanti; e pel suo viso abbronzato s’avea avuto il soprannome di Tencio. Raccontò desso a Mandellone d’aver veduto uno stuolo d’uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali s’avviavano dalla strada di Vaprio verso Concesa: per lo che avea divisato di porsi prestamente in salvo. «Crederesti (gli disse Mandellone) che debbasi muovere un’armata per prender te, o il Carbonaio, o il Brescianino? Sarà Bernabò che si recherà colla sua corte al Castello di Trezzo. — E sia chi diavolo si voglia (rispose Tencio); se ci trovassero, pensi tu che ristarebbero dal porre le nostre teste in una gabbia di ferro sovra qualche albero ad uso di lanterna per la strada maestra? — Eh sì certo, che non faresti gran lume! (soggiunse Mandellone).» Mentre muovevano simiglianti discorsi, videro alla sommità della sponda donde era calato il Tencio alzarsi fra le piante un polverìo, ed udirono un calpestío di cavalli e un rumore di ruote, senza però scorgere persona: chè i folti rami degli alberi glielo impedivano. Quel calpestìo allontanandosi svanì del tutto; e Tencio e Mandellone si ritrassero in casa, persuasi essere quegli il principe che si recava a villeggiare al suo castello. Trascorsi pochi istanti si udirono novelli fischi dalla stessa sponda; Mandellone guardò, e conobbe essere i due compagni del Tencio: sicchè temendo del lasciar solo in casa quell’uccellaccio da preda, sia a riguardo di sua figlia Maria, sia a riguardo delle botti, si diè a chiamar Trado il famiglio perchè lì passasse. Giunti i due compagni, strinsero a Tencio la mano, e gridarono festanti: «Novità, grandi novità: evviva Galeazzo! Quel can di Bernabò vien condotto fra soldati al Castello di Trezzo a guisa di un assassino.» Tutti fecero le maraviglie; e il Carbonaio e il Brescianino proseguirono la rozza narrazione del fatto interrotta di quando in quando da contumelie indiritte a Bernabò: quel racconto non era che una fedele sposizione di quanto avevano veduto essi medesimi, mentre si stavano celati nel bosco che correva a’ fianchi della strada.

«Dinanzi a tutti venivano (dissero essi) due lancie[1] ed ogni caporale di lancia aveva il roncone in resta, ed abbassata sul volto la celata: indi sur un cavallo fulvo si avanzava il capitano della compagnia, che distinguevasi per le alte piume del suo cimiero e per la bella armatura damascata. Dietro a costui erano altre quattro lancie; e poscia circuito da due alabardieri, uno de quali teneva le redini della mula, veniva Bernabò coverto d’un abito cremisino, col solito suo cappuccio in testa; ma non gli vedemmo spada, nè bacchetta: teneva le braccia incrocicchiate al seno, e il capo piegato, quasi dicesse orazioni. Alle terga gli stava sovr’altra mula un frate che aveva un largo cappello da eremita; ravvolgevasi in veste bigia, gli calava sul petto una lunga barba bianca, e nelle mani recava un grosso libro. Venivano quindi altre lancie e quattro alabardieri a cavallo che tenevano in mezzo due giovani, l’uno vestito di velluto azzurro, l’altro di rosso, entrambi incatenati: poscia seguivano altri soldati; e a coda di questi una paraveréda[2] tirata da quattro mule con uomini a piedi che le guidavano; e pareva racchiudere donne. Altre lancie chiudevano la comitiva.» Aggiunsero essere certi che questa dovette prendere la strada di Vaprio, quantunque più lunga per giungere a Trezzo, perchè la sola da cui potesse passare la paraveréda. E posero fine a sì fatta narrazione collo esporre la novella, raccolta da uno del paese, che il maestro delle gabelle e il daziere del transito di Vaprio venivano richiamati, e se ne mandavano due altri i quali tenevano aspetti meno burberi, onde giovava sperare che le loro faccende coi contrabbandieri del Bergamasco sarebbero andate a maraviglia.

Terminato il racconto, tutti fecero gli evviva a Giovan Galeazzo: imperciocchè erasi divulgata una voce in que’ giorni che a cagione del Conte di Virtù (così Galeazzo chiamavasi) fossero accaduti a Milano importanti avvenimenti. Ma a quei tempi le notizie si propagavano con tanta difficoltà e lentezza, che non si potevano conoscere che tardi i particolari del fatto. Arguivano però che la prigionia di Bernabò essere dovesse opera del di lui nipote Giovan Galeazzo: e quindi a questi, siccome spogliatore del potere d’un principe che per le sue crudeltà era abborrito da tutti, portarono unanimi le loro acclamazioni.

Mandellone rivóltosi allora alla brigata, disse: «In segno d’allegria vo’ imbandirvi uno squisito banchetto; e cápiti chi può a far da spia, saprò ben tenere la lingua in bocca.» Così dicendo s’avviò vèr l’orto, diè mano ad una zappa, scavò la terra a piè di un albero e ne trasse due lepri non che un pezzo di cinghiale, da lui fatti uccidere nei boschi dell’Adda. Erano vivande queste che di consueto gelosamente celava per poi farne parte a’ più fidati amici; imperò che sotto Bernabò l’uccidere una lepre od un cinghiale delle sue caccie era cotale misfatto da averne strappata la lingua, o peggio ancora.

I tre masnadieri, riposte da un canto le armi, si adoperarono allo scorticare le lepri, raunarono legna in mezzo al prato, infilarono le cacciagioni sur uno spiedo, che era l’arma del Brescianino; ed appoggiatolo a due bastoni forcuti, se ne servirono da girarrosto. Maria intanto recava due ampii vasi del vino brianzesco più eccellente, giacchè l’accorto Mandellone soleva esser cortese con quei ladri che non isminuzzavano le lire di terzoli, ma davano generosamente fiorini d’oro, senza mai chiederne il resto. Alloraquando le lepri si furono cotte, sdraiaronsi sull’erba sotto gli alberi; e dopo avere invocato la protezione della Vergine, si posero a mangiar festosamente, ed a trar lunghe golate dai vasi a salute del Conte di Virtù e ad ignominia di Bernabò, mescendo però saviamente agli augurii le invocazioni del passaggio di ricchi viandanti, onde cavarne buono scotto.

Compivano appena il loro pasto, quando udissi risuonare in voce nasale, sulla medesima sponda destra del fiume, un Deo gratias. Si volsero presti, e videro all’estremo del sentiere che scendeva dall’erta un frate in aspettazione della zattera. Mandellone avvertì i suoi commensali che avrebbe mandato a passarlo, perocchè non era quegli persona da cagionar loro timore di sorta. E pel vero non sarebbonsi per lui scostati d’un passo, siccome fecero tosto, se scorto non avessero dall’altra banda venire da Canonica per le arene del Brembo alla volta dell’Adda due uomini a cavallo preceduti da un contadino. Presero essi le loro armi, calarono sulle fronti il cappello, e ripararono da un lato dell’isola dietro un gruppo di piante. L’ombra gittata dall’alta sponda a ponente del fiume spandeva sulle acque e sull’isola una sufficiente oscurità per toglierli facilmente all’altrui vista, giacchè i raggi del sole già vicino al tramonto si riflettevano appena sui rami più elevati degli alberi.