Era il tempo in cui ferveva in Italia la maledetta peste dei due partiti, generata dai contrasti tra Roma e il germanico impero; ed ogni città, ogni terra, anzi dir si potrebbe ogni casale, ogni famiglia, andavano divisi in sostenitori dell’una o dell’altra delle avverse fazioni e vivevano quindi tra essi non come parenti o fratelli, ma quali accaniti nemici.
Fra l’ultime ad essere attossicate da sì funesto contagio, fu Bergamo, in cui il rompersi de’ cittadini in parte ghibellina e guelfa e lo armato contendere fra loro per simile deploranda cagione, non ebbe cominciamento che nell’anno 1296, mentre altrove avevano già da lunga mano quei due nomi fatto insanguinare la terra italiana.
Ben tosto però arse ivi pure potentissimo l’incendio, e si stese dalla città al territorio; onde il piano e le valli che Bergamo signoreggia, presentarono rapidamente un solo feroce quadro di civili dissidii. Dopo infiniti parziali azzuffamenti che gli animi già crudi inasprirono, vennero alfine le due fazioni ad assalto entro le mura stesse di Bergamo. Soccombettero nel conflitto i Ghibellini: per la qual cosa, abbandonate le loro case, ire dovettero in esiglio. Si rivolsero essi allora al Magno Matteo Visconte, ch’era in Milano il capo del loro stesso partito, e acciecati dal desìo di vendetta offrirono con mal consiglio di dargli in mano la città, quando volesse di sue milizie ausiliarli. Accolse tale proposta l’astuto Visconte; mandò suoi uomini d’armi, affortificati dai quali i Ghibellini bergamaschi, rientrati nella città, sconfissero i seguaci della fazione contraria, li spogliarono de’ loro averi rilegandoli ai confini. I vincitori chiesero un governante a Matteo, che s’affrettò ad avviare a Bergamo Ottorino Mandello qual proprio rappresentante, per comandarvi in suo nome. Però quel trionfo della parte ghibellina fu di breve durata, poichè indi a pochi mesi i Guelfi ritornati in forze riconquistarono la città, e ne scacciarono furiosamente i Ghibellini e il Mandello, e ogni loro seguace, e per vari anni vi si mantennero dominatori.
Se non che molti tra i Guelfi stessi, mutata col tempo opinione, si diedero al partito contrario; ond’è che i Ghibellini, ripreso vigore, rialzarono la testa, e nell’anno 1301 chiamarono di nuovo Matteo al dominio di Bergamo. Quel Signore si mosse incontanente da Milano, cavalcando di compagnia col proprio figlio Galeazzo e seguito da numerosa schiera di venturieri e di militi milanesi, venne ad unirsi coi Ghibellini in terra bergamasca. I Guelfi ch’erano dentro la città, vedendo affievolite le loro file da numerose diserzioni, messi in ispavento dalle armi straniere, che sopraggiungevano collegate a loro danno, sgombrarono Bergamo per la seconda volta, ed ivi entrò il Visconte colla fazione ghibellina e vi fu proclamato capitano generale. S’impossessarono i Guelfi della Terra di Romano, e ampliandone il castello, vi si stanziarono.
In quella età succedevansi rapidissimi i sconvolgimenti, poichè la forza sociale non stretta a centro comune, ma fra mille capi quasi equabilmente divisa, faceva troppo arduo lo stabile signoreggiare d’un solo in regolato ordinamento, e poneva la fortuna dei più in balìa de’ capricci, degli interessi, degli errori di una moltitudine rozza e subitanea nel suo parteggiare. Così avvenne che la potenza di Matteo andò di subito ecclissata, onde il partito ghibellino spoglio del saldo appoggio del signore di Milano, dovette co’ Guelfi venire a componimento, e lasciare che questi pure rientrassero nella città di Bergamo, ove alcun tempo, cioè pel corso di due anni, rimasero le contrarie fazioni vicine e tranquille. Rinati poscia i dissidii, com’era agevole a supporsi, la parte guelfa di nuovo prevalse e i Ghibellini cacciati in bando si raccolsero a Martinengo e di là uscivano di continuo a battagliare co’ Guelfi, recando ogni guasto alle loro ville ed ai loro tenimenti.
Questo fatale avvicendare di vittorie e di sconfitte si prolungava da quasi un secolo intero. Le stragi, le paci, gli assassinamenti, gli accordi furono innumerevoli. Quella primitiva fazione, come in altre parti d’Italia, assunse anche ne’ paesi bergamaschi nuovi nomi e nuove divisioni. Colà si chiamarono Intrinsici i Guelfi, Estrinsici i Ghibellini. Per le borgate e le terre sino alle estremità de’ monti, una famiglia, un’insegna davano nome a novelli partiti, ed era per tutto un indomabile delirio d’odiarsi e distruggersi.
Però tra le valli bergamasche quelle in cui più fervido e operoso si mantenne l’astio di parti furono la Val di Imagna e l’antica Valle Brembilla, ora entrambe sì queto asilo di placidi mandriani e d’agricoltori.
S’apre la Valle d’Imagna a ponente di Bergamo poco al di là del Brembo, e prende nome dal torrente che calando dai monti, da cui è conterminata la valle a settentrione, la vien rigando presso che per tutta la sua lunghezza, e va a metter capo nel Brembo. Ristretta è la Val d’Imagna: ovunque severa, e in molte parti, ma più verso il fondo, di tetro e selvaggio aspetto, poichè le fanno parete montagne alte, ripide, boscose; la chiudono aspri monti dentati, di nudo macigno, la cui catena chiamasi la Serrata, che la dividono dalla più nordica Val Taleggio.
La Brembilla non era propriamente una sola valle; ma negli antichi tempi davasi tal nome a tutto quel gruppo di monti cogli avvallamenti in essi racchiusi, che hanno principio nel punto ove l’Imagna scende nel Brembo, e per lo spazio di dieci miglia all’incirca, correndo all’insù, dividono la Val d’Imagna dalla Valle Brembana. Il territorio tutto e i villaggi di que’ monti, sia sul versante che accenna al Brembo, sia sul pendio opposto che cala all’Imagna, s’ebbero complessivamente la denominazione di Brembilla.
Vantava la Val d’Imagna le sue terre di Stroza, Capizzone, Mazzoleni, Locatello dagli sparsi casali, Sant’Omobono dall’acque salubri, le due Rota, l’altissimo Fuipiano ed altre non poche. Vantava la Brembilla il suo Ubiallo, Bondello, Axolo, Biello, Mortesina e il prospettico Clanezzo. Quest’ultimo aveva un castello, che quasi chiave del paese, sorgeva al cominciamento di esso sul colle, a’ piè del quale vengono a mischiarsi le acque del Brembo e dell’Imagna; e teneva soggetto il ponte, che arcuato fra due dossi petrosi sul fragoroso torrente, offriva l’unica via che agevole fosse a percorrersi volendo penetrare in quella contrada.