La Brembilla poi iva orgogliosa eziandio d’una rocca, che sorgeva sull’una delle sue più alte cime, il monte Ubione, a cui dalla falda ov’è Clanezzo per arrampicati sentieri in non poco d’ora si sale. Quel forte arnese, ivi eretto nel decimo secolo da Attone Leuco conte d’Almenno, mostravasi turrito e cinto da merlate mura. Isolato e minaccioso quale appariva su quel culmine a cavaliero delle due Valli Brembana ed Imagna, quasi segnacolo della superiorità su di esse di que’ della Brembilla, veniva considerato dagli afflitti abitatori delle soggette vallate, che lo contemplavano da lungi, come un nido inviolabile d’umani avvoltoi, da cui venivano rapaci piombando inaspettati, ed a cui riparavano colla preda. Imperciocchè gli uomini della Brembilla soverchiavano in forze i loro vicini, e con depredazioni continue li danneggiavano. Erano essi vigorosi, armigeri, arditissimi, ed avevano valorosi capi nelle famiglie potenti che dimoravano nella valle.

Tra le distinte famiglie della Brembilla precipua poi era quella de’ Dalmasani, signori di Clanezzo, nel cui castello abitavano e d’onde uscivano capitanando loro genti nelle zuffe che co’ propinqui valligiani perpetuamente s’ingaggiavano, ed in ispecial modo con quelli dell’Imagna. Poichè tra la Brembilla e l’Imagna, due montuose rivali, manteneva acceso più fiero e inestinguibile il fuoco dell’ira, la scintilla degli avversi partiti, essendo la prima di ghibellina, l’altra di guelfa fazione.

E poco dopo la metà del secolo decimoquarto il più potente avversario che s’avessero i Guelfi dell’Imagna, egli era appunto il sire di Clanezzo Enguerrando Dalmasano, ghibellino ardentissimo. Ottenuta ch’ebbe l’alta Rocca di Monte Ubione dalla gente Carminata (abitatori di Casa Eminente altro castello nella Brembilla), il rapace Enguerrando disegnava nella valle, che misurava dello sguardo, i luoghi a cui portare assalto, e scendeva quindi ruinoso con sue masnade, come irreparabile torrente, recando incendio e ruina or in questa, ora in quella terra nemica; e solo nella gioja di depredare i Guelfi e sconfiggerli quell’anima feroce diguazzava. Andavano sconfortati al tutto gli abitanti dell’Imagna poichè non avevano valida difesa ad opporre alla prepotente possa del loro odiato vicino, e i soli nomi di Dalmasano, di Clanezzo, d’Ubione, portavano in tutta la valle la desolazione e lo spavento.

Già da alcuni anni duravano sì disastrose vicende, allorchè fece inaspettato ritorno nella terra nativa l’uno de’ più potenti valligiani dell’Imagna, Pinamonte da Capizzone, ch’era da più lustri stato assente.

Nell’ardore d’una bellicosa giovinezza Pinamonte erasi abbandonato a tutta la foga di sfrenate passioni, cui tennero dietro sì tremende sventure, che l’infelice attrito dalle angoscie e dai rimorsi abbandonò il patrio suolo, e andò cercando piuttosto la morte che la gloria combattendo in lontane contrade. Ma essendo uscito illeso dai più gravi perigli, dimise l’usbergo e la spada e fattosi palmiero, pellegrinò a Roma ed a Gerusalemme. Reduce da quella sacra terra aveva fermo di racchiudersi pel rimanente de’ suoi giorni in cella monacale, ore sperava dalla preghiera e dalla solitudine, raccoglier pace agli affanni non ancora attutati nel cuore.

Poco lunge dal limitare di sua paterna valle, sorgeva a Pontida quel chiostro, che la fama della lega lombarda, ch’ivi fu stretta, manda tuttavia celebrato in Italia, sebbene or vuoto e nudo apra i suoi vasti recessi al sole ed al vento che aleggia la valle. Di quella età esso n’andava altamente venerato per la santità de’ suoi Cenobiti, e vi traevano signori e penitenti a visitarlo sino dai più remoti abituri de’ monti.

Ivi Pinamonte cercò ed ottenne agevolmente ricetto, chè i monaci s’avevano a grado d’accogliere fra loro chi pel lignaggio e per gli ampi possedimenti poteva far più valido il loro predominio sugli abitatori delle prossime valli. Mentre trascorrevano i giorni di prova, pe’ quali il guerriero doveva farsi degno di proferire a piè degli altari il voto solenne, che per sempre lo togliesse alle cure profane, giunse replicatamente al suo orecchio la tristissima storia de’ patimenti de’ suoi congiunti dell’Imagna, che dall’incessante assalire d’Enguerrando, il vecchio sire di Clanezzo, venivano oppressi.

Pinamonte, stirpe di Guelfi e caldissimo seguace egli stesso di quella fazione, poichè teneva sacrosanta la causa della Chiesa nel seno della quale aveva cercato rifugio, sentì bollirsi un fiero sdegno nell’anima alle novelle di tante onte recate a’ suoi dall’avverso ghibellino; e tutto divampando d’armigero fuoco, cesse, troppo novello monaco, alle inveterate inclinazioni di battagliero; sicchè non potè reprimere la smania di trovarsi fra’ suoi monti per affrontarsi co’ rivali della Brembilla e, sternati i Dalmasani, vendicare col ferro le offese da’ suoi lungamente inghiottite.

Patto aperto ai monaci tal disegno con sì decise parole, che la forza del suo volere invariabilmente annunziavano, non trovò tra que’ padri chi tentasse dissuaderlo dal guerresco proposito, che anzi ad una voce lo animarono, affinchè, dimessa la tonica, avesse a riprendere la spada, per recarsi a domare l’orgoglio degli iniqui ghibellini. E ciò fecero, poichè lo reputavano efficace ausilio sul campo alla guelfa fazione che dai monaci di Pontida veniva in secreto bensì, ma operosamente favoreggiata. In que’ giorni stessi nel chiostro, sotto il velo del più profondo mistero, tenevasi mano cogli emissarii del Pontefice, ad ordire in tutti i monti dell’alta Lombardia una vasta congiura, per riunire i Guelfi, e moverli a sollevarsi ad un tratto nell’opportuno momento, affine di trionfare una volta per sempre del partito ghibellino, scacciando le forze di Bernabò Visconti, divenuto signore di Milano, il quale, siccome tutti gli altri di suo casato, offriva il principale appoggio che s’avessero nell’alta Italia i Ghibellini, la cui maggior potenza derivava specialmente dal tenersi congiunti sotto lo stendardo della vipera viscontea.

La cospirazione guelfa veniva però preparata nelle tenebre più fitte, sì che allora non ne erano ancora fatti partecipi che alcuni tra i precipui capi guelfi di Bergamo e delle valli Seriana e Camonica, stretti al silenzio dai più solenni e tremendi giuramenti; nè i monaci stimarono di render conscio del secreto Pinamonte prima d’averne tenuto consiglio col Legato.