Ciò nondimeno quel dì che rivestita la sua pesante armatura, ricinta la fida spada, il guerriero dell’Imagna abbandonando i Cenobiti varcava sul cadere della notte la soglia del monastero, l’Abate che lo accomiatò benedicendolo gli disse: — Andate, o valoroso figlio, la forza di Dio sia con voi. Non passerà lungo tempo, lo speriamo, che vi potremo annunziare una buona novella, voi fateci promessa che ad ogni nostra chiamata ritornerete fedelmente in queste mura per prestarvi ad operare come lo destinerà chi ode la voce di quegli ch’è più illuminato di noi. —

Pinamonte piegò un ginocchio a terra e portandosi alle labbra la mano dell’Abate che lo aveva benedetto, giurò ch’esso sarebbe sempre stato umile servo della Chiesa, e la avrebbe con tutta fedeltà obbedita sin che gli rimanesse nelle vene una goccia di sangue. Salì poscia in arcione, e si pose per la via della sua valle, di cui gli era noto ogni riposto sentiero.

Lasciati dietro a sè gli ultimi casolari d’Almenno, di cui vedeva luccicare i rusticani fuochi, entrò nell’ombre più dense delle gole de’ suoi monti.

Procedeva per la tacita notte, e quando nell’universale silenzio udì distinto il lontano mormorare delle acque della sottoposta Imagna, un mesto lampo di gioja sorse nel cuore del guerriero. Oh! quanta angoscia, quanti cupi pensieri, quanta storia di disperati affetti e di pietà profonda eransi svolti in quell’anima ardente dall’ultimo dì che aveva mirate le acque spumeggianti del suo torrente scorrere nel fondo verdeggiante della valle, e udito quel loro stesso fragore! La valle era placida, l’ombre solenni, soave il mormorío delle acque come ne’ giorni della sua infanzia; ma quanto esso stesso era cangiato! I suoi rosei colori, la sua balda leggiadria, tutto era scomparso come le dilettose immagini di quell’età fortunata. Pinamonte aveva varcato l’ottavo lustro; tetro e imponente n’era divenuto l’aspetto, arso il viso dal sole, corrugata la fronte, fosco e severissimo lo sguardo.

Progrediva il guerriero assorto nelle memorie dei dì che più non erano e giunse ove il sentiero dalla folta macchia che copriva quella falda, usciva all’aperto; ivi alzati gli occhi, mirò sull’alto della montagna a destra, due punti rosseggianti, due fuochi che come due occhi infernali, giù guardavano nella valle, ed erano lumi nella torre della rocca d’Enguerrando che nera giganteggiava sull’Ubione.

Un fremito di rabbia assalì Pinamonte a quella vista e si fece più intenso in lui il pensiero della vendetta, sì che assopì tutti gli altri sentimenti che gli commovevano il cuore, e ratto spronando alla volta di Capizzone, si trovò ben presto vicino alle domestiche pareti.

Quanta letizia la sua venuta recasse alle sventurate sue genti, mal si saprebbe narrarlo. Egli però impose si tenesse celata la sua presenza nella valle onde non pervenisse all’orecchio di que’ della Brembilla. Per fidati messi fe’ quindi avvertiti i più prodi valligiani, e raccoltili intorno a sè secretamente avvisarono ai modi di combattere uniti e con efficacia i nemici, e statuirono i segni e l’appostamento, attendendo l’istante propizio in cui i Ghibellini fossero discesi nella loro valle, essendo vano presumere d’assalirli nella rocca d’Ubione o ne’ castelli della Brembilla, ove si tenevano troppo vantaggiosamente difesi.

Ne andò guari che a far paga l’aspettativa de’ Guelfi il vecchio Enguerrando, come un lione, che sempre avido di prede mal giace inoperoso nel covo, meditò di condurre sue genti sino al boschereccio Mazzoleni, terra interna della valle Imagna, ch’era andata sino a quel giorno immune da scorrerie. Vegliavano attente le scolte di Pinamonte sì che mai da Clanezzo o dal forte d’Ubione, durante il giorno, o nelle ore notturne, drappello alcuno moveva il passo, senza ch’egli ne avesse prontamente novella.

Venuta la sera del giorno cinque d’aprile, (volgeva allora l’anno 1372) fu recato l’avviso che molti armati da varie parti della Brembilla, avevano salito l’Ubione, ed erano stati accolti nella rocca. Previde Pinamonte qualche ostile disegno del Dalmasano, e quindi mandò pronti avvertimenti onde i suoi fossero parati all’evento.

Un’ora innanzi la mezzanotte, ecco splendere un fuoco sulle vette di Valnera: tosto gli risponde al di là della valle un altro fuoco sulle rupi di Bedulíta, e un terzo ne appare ben presto tra i macigni della Corna Bucca. Tutta l’Imagna ha conosciuti i segnali.