I Ghibellini della Brembilla, usciti dalla rocca scendono intanto guidati da Enguerrando che troppo uso a vincere e fugare i sin allora timidi Guelfi non pone mente a que’ che reputa semplici fuochi pastorali. Entrano così i Brembillesi nella valle Imagna; giungono al torrente, lo varcano; le sponde ne sono sguernite d’ogni difensore; quindi procedono confidenti e sicuri.

Intanto i montanari dell’Imagna, prese le armi, abbandonano le case, e rinfrancano le pavide madri e le spose ripetendo ad esse il nome di Pinamonte, ed accertandole che ritorneranno vittoriosi e vendicati. Per diversi sentieri, rapidi e guardinghi nell’oscurità convengono da ogni banda al luogo prefisso, ch’è là dove il loro fiume rompe fragoroso tra gli eretti scogli di Ceppino. Quivi li attende Pinamonte, che una bruna armatura tutto rinserra nelle sue scaglie di ferro. Seppe egli ben tosto dai sopravvegnenti che la masnada ghibellina teneva la volta a Mazzoleni, e deliberò d’assalirli al loro retrocedere.

Lasciò buona mano de’ suoi alla custodia di quel passo difficile, per troncare ai nemici la ritirata se diretti si fossero al ponte di Ceppino; ed esso, elettasi una schiera de’ più forti e risoluti, si recò oltre il torrente ad appostarsi in un luogo pel quale, non prendendo la via del ponte, dovevano i Brembillesi necessariamente passare per riguadagnare la loro rocca.

È tal luogo una landa deserta sparsa di radi ma enormi massi che il lavoro dell’acque e del vento ha resi vuoti e spugnosi imprimendovi bizzarre forme. Quivi occultati ed intenti al venire del nemico trovò l’aurora i guerrieri di Pinamonte. Appena alla prima incerta luce pallidissima dell’alba i culmini delle opposte montagne si disegnavano più distinte sull’azzurro del cielo già biancheggiante, e là giù nel piano i drappelli degli armati mal si discernevano ancora dai petroni ferrigni a cui stavano aggruppati intorno, che la masnada d’Enguerrando ritornava trionfante d’avere incendiato Mazzoleni, affrettando il cammino per giungere ne’ suoi asili anzi che fosse interamente spiegato il giorno. Al crescente rischiarare del dì, mentre pervenivano al fondo della valle più vivi riflessi di luce, i montanari dal luogo ove stavano in agguato videro con fiera gioja i loro avversarj varcare a guado il torrente, laddove allargasi in ampio letto, e prendere cammino alla loro volta. Indi a pochi istanti i dossi che fiancheggiano quella landa echeggiarono all’improvviso grido di Imagna! Imagna! e i Ghibellini si videro ricinti da numerosi armati in atto d’assalirli.

— O Dalmasano, io sono Pinamonte (gridò il condottiero de’ Guelfi), ed oggi devi qui pagare il fio delle tante tue scelleratezze. —

Enguerrando non si sgominò, benchè in quel momento desiderasse d’aversi appresso il prode Bertramo, il valoroso suo figlio, che pugnava allora alle sponde del Tanaro. La zuffa incominciò sull’istante, e il primo raggio del sole nascente che penetrò in quella valle, illuminò l’una delle più fiere mischie che siano registrate negli annali delle civili discordie. Ben presto tutto l’irto piano apparve ricoperto di sangue, di morienti e di estinti; il ferreo braccio di Pinamonte operò prodigi di valore. Invano i combattenti della Brembilla, all’eccitatrice e ancor sonora voce del loro antico signore vendevano a caro prezzo la propria vita: essi cadevano l’uno sull’altro orribilmente mutilati da innumerevoli colpi. Il lungo astio represso pareva duplicare la vigoria ne’ montanari dell’Imagna: essi consumarono la strage de’ loro nemici. A gran fatica pochi fra i più arditi e fidi vassalli d’Enguerrando, esponendo i loro petti gli fecero scudo intorno, e strascinarono il vegliardo nei dolorosi passi della fuga, sì che giunse ad avere scampo su per la montagna, e pervenne a racchiudersi nella fatale sua rocca.

Mai sì compiuta vittoria aveva coronati gli sforzi d’alcuno de’ due partiti: quindi la clamorosa disfatta del temuto Dalmasano, e il nome di Pinamonte da Capizzone, riempirono le valli circonvicine e recarono letizia inesprimibile a quelli della stessa fazione, sdegno e sconforto nella fazione contraria.

A Pinamonte mandarono nell’Imagna gratulandosi tutti i capi guelfi della terra bergamasca, e dal chiostro di Pontida gli venne un foglio da nome venerabile segnato, che le maggiori grazie della Chiesa gl’impartiva. Nè al prode guerriero riuscì poi di minore diletto l’invito che gli fu recato dal castello d’Endenna di prender parte ad una nuova impresa.

Sorgeva forte e ben munita nella valle Brembana il castello d’Endenna, ed erane signore il cavaliero Merino l’Olmo, il quale era stato nelle antecedenti vicende eletto supremo duce di parte guelfa. Avendo egli però conosciuto che vanamente si contrastava co’ Ghibellini sinchè tenevano congiunte le loro armi con quelle del Visconte, erasi condotto a vivere solitario nel proprio castello, spiando l’occasione di uscire a campo in loro danno, quando ne fosse venuto favorevole l’istante. Di que’ giorni che il grosso delle forze di Bernabò trovavasi impegnato contro Amadeo conte di Savoja, ei meditava di cogliere il momento per recarsi al conquisto del castello di san Lorenzo in valle Seriana, d’onde i Ghibellini che vi si tenevano forti sturbavano i Guelfi della valle, e tagliavano sovente le loro comunicazioni colla Valle Camonica, ove quel partito contava numerosissimi fautori. Nel frattempo giungeva all’orecchio del cavaliero d’Endenna il trionfo di Pinamonte; per la qual cosa tosto bramò che questo valoroso guelfo seco lui si congiungesse, e si spiegassero unite contro i Ghibellini le loro baveríe, che così chiamavansi i pennoni o stendardi de’ partigiani.

Il guerriero di Capizzone, non temendo che Enguerrando, di cui aveva fiaccato così terribilmente l’orgoglio, osasse uscire da Clanezzo o dalla rocca di Ubione per molestare la sua valle, raccolta buona schiera de’ suoi, abbandonò l’Imagna e recossi ad Endenna. Ivi Merino e gli altri capi guelfi onoratamente l’accolsero e festeggiarono. Trascorsi poi brevi giorni, ordinate le loro genti partirono unitamente dalla Brembana, e presa la via per le montagne, calarono in valle di Serio al castello di san Lorenzo, che tosto cinsero di forte assedio.