A Bergamo recò grande scompiglio ne’ Ghibellini l’inaspettato annunzio d’una tale guerresca provocazione, poichè mal sapevano comprendere come il sire d’Endenna e Pinamonte dell’Imagna cogli altri Guelfi osassero tentare una sì aperta ed ardua impresa, quale si era l’espugnazione di quel castello, mentre potevano venire agevolmente assaliti alle spalle dalla fazione cittadina.

A provvedere quindi alla bisogna i Ghibellini s’adunarono e statuirono che in ajuto de’ loro seguaci, accorresse la Cà Suardi, ch’era nella città la più potente di quel partito. Onofrio e Baldino Suardi raccolsero quindi i loro uomini, ed assoldate alcune bande d’Ungari che stanziavano disperse nel paese, s’affrettarono a portar l’armi contro i tracotanti Guelfi montanari, che addoppiavano gli sforzi per mandare rovescie le ghibelline bastite.

Il quindici maggio (quaranta giorni appena dopo la carnificina di valle Imagna) fu il dì in cui la valle Seriana, vide sventolarsi incontro le nemiche bandiere. Tolti gli Ungari che ingrossavano le file condotte dai Suardi, tutti quegli armati che si trovavano a fronte erano d’un medesimo suolo, parlavano un linguaggio, un dialetto stesso, e molti ve ne avevano nelle linee opposte congiunti dai sacri vincoli del sangue, poichè la sorella dell’uno era dell’altro o la sposa, o la cognata o la madre. Ma nulla valeva il potere di sì santi legami a petto di quella fera cecità dei partiti, che tramutava i fratelli in nemici, e le terre italiane in tanti campi di guerra.

Preso ch’ebbero terreno le schiere suardesche, i Guelfi diedero il segno del combattimento, e tosto andarono loro incontro con impeto estremo. Abbenchè i due Suardi fossero valenti battaglieri, e le loro genti senza viltà combattessero, non poterono però tener fronte al sire d’Endenna, ed al pro’ Pinamonte, veri mastri di guerra; ond’è che dopo poche ore di pugna n’andarono rotti in fuga, lasciando seminato la valle di cadaveri e di feriti.

Questo secondo e più importante trionfo de’ Guelfi delle montagne, recò in Bergamo alla parte ghibellina somma costernazione, sì che spedirono prontamente loro messi alla corte di Milano, che a quel signore arrecassero l’infausta novella. Bernabò Visconti ne rimase altamente corrucciato; e sebbene delle politiche cose non fosse troppo accorto e profondo conoscitore, pure gli fu agevole comprendere che se i Guelfi fossero divenuti dominatori nel bergamasco, avrebbero fatto potente sostegno alle pretese del Pontefice, e prossimi come erano alla signoria di Milano (poichè da’ suoi verroni del castello di Trezzo tutto gli si schierava allo sguardo il loro paese) gli sarebbero riusciti troppo pericolosi avversarii.

Per ciò commise al capitano Giovanni d’Iseo la condotta d’una grossa schiera d’uomini d’armi milanesi, ordinando si recasse immediatamente a liberare i Ghibellini della Seriana, a cui i Guelfi vincitori stavano per dare nel castello di san Lorenzo l’ultima stretta.

Mentre veniva a gran furia quel forte soccorso di militi del Visconte, giunse più affrettatamente al campo de’ Guelfi un messo dal chiostro di Pontida, e chiamati a consiglio Pinamonte, Merino e gli altri capi, fece sì che lasciassero l’impresa e si ritraessero, senza sostenere un nuovo combattimento. Le masnade montanare infatti abbandonato l’assedio si sciolsero e ritornarono alle loro valli senza attendere i milanesi.

Bernabò, aizzato dai Ghibellini, non rimase pago al disperdersi spontaneo de’ Guelfi e per punire l’audacia del signore d’Endenna, e rintuzzare l’orgoglio di que’ dell’Imagna spedì nuove genti d’armi sotto la guida di Zenone da Groppello. Questi s’inoltrò in Valle Brembana e giunse ad Endenna, accingendosi a conquistare e distruggere il castello di Merino l’Olmo, il cavaliero guelfo sì funesto sempre all’avversa fazione. Il braccio di Pinamonte non venne meno all’amico in tanto periglio. Scelto un drappello de’ più fidi tra’ suoi, mosse dall’Imagna, e per lunga via ne’ monti penetrò nel castello di Merino, e ne protrassero uniti la difesa. Ma ogni dì s’andavano aumentando le forze del nemico, poichè giungevano all’assedio tutti i Ghibellini della Valle, nè vi mancò venendo da Clanezzo co’ suoi Brembillesi, l’indomabile vecchio sire Enguerrando. Ai ripetuti assalti le mura del castello d’Endenna dovettero cedere alfine, e diroccando lasciarono penetrare i Ghibellini vincitori. Merino e Pinamonte coi più prodi rimasti superstiti dopo l’ultima disperata pugna, s’aprirono la strada col ferro tra le file nemiche. Guadagnarono le rupi di Sedrina, e col favore della notte si condussero sino a Biello, da dove superata la giogaja d’Arnosto calarono nella valle Imagna, ed ivi Pinamonte offrì sicuro asilo nelle proprie case al Cavaliero, la cui intrepidezza non erasi per tanta calamità fatta minore.

Distrutto il castello d’Endenna, il capitano milanese, affine d’imporre un freno ai moti dei ribelli dell’Imagna, nella cui vallata non ebbe però l’ardimento d’inoltrarsi, lasciò forte presidio nei castello di Clanezzo, perchè colle genti di Dalmasano opponesse ai Guelfi insuperabile resistenza.

Per tali favorevoli eventi i Ghibellini di Bergamo, protetti sì vigorosamente dal signore di Milano, stimarono conculcato senza riparo il contrario partito. Ma egli era in quel momento appunto che riusciva a maturanza la guelfa cospirazione da lunga mano condotta, e di cui era centro il chiostro di Pontida.