In quell’aula medesima del monastero in cui ducent’anni addietro i rappresentanti di tante città d’Italia, obbliati gli odii e le gare municipali, alla solenne voce di papa Alessandro III, si erano stretti ad un patto contro il comune nemico, per cui resi nella concordia e nell’unione invincibili, videro a Legnano le terga del superbo Federigo, in quelle stesse pareti trenta capi guelfi erano celatamente convenuti dalle valli e dal piano bergamasco chiamati essi pure dalla volontà d’un Pontefice. Ma questo però non s’aveva altro scopo nell’adunarli che di distruggere l’indipendente potenza d’una famiglia lombarda, quella dei Visconti, la quale signoreggiando Milano ed estendendo il proprio dominio, faceva ire immune dall’influenza della corte cardinalizia un vasto tratto di terra italiana. Tale essere doveva alla fin fine il risultamento di quella guelfa congiura, dal Legato pontificio coll’opera de’ monaci sì pazientemente intessuta. Però a que’ prodi e fieri uomini che vi prendevano parte il vero fine non ne era palese. Essi v’erano condotti, perchè obbedivano all’astio del partito ed a private brame di vendetta; e purchè i Ghibellini ed il Visconte rimanessero sconfitti, non avevano pensiero poi di qual giogo corressero il rischio d’aggravare sè stessi e la patria. D’altronde racchiusi come stavano ne’ loro solitarii castelli, non potevano raffigurarsi greve il peso d’una signoria lontana da loro, mentre la prepotenza d’un forte ed avverso vicino, li obbligava vegliare incessantemente a difesa delle proprietà e della vita.

Tra i capi guelfi che l’adunarono a Pontita, sebbene vi si contassero un Guglielmo Colleone, un Lantelmo Rivola, un Simon de’ Broli, pure per valentía, intrepidezza e scienza d’armi primeggiava Pinamonte, ivi dall’Imagna trasferitosi coll’ospite suo, il fido sire d’Endenna. Ad essi due fu dal congresso affidata la difesa delle Valli occidentali di Bergamo, dal Brembo all’Adda; di questo fiume poi dovevano far libero il passaggio alle schiere del conte di Savoja, il quale le conduceva a congiungersi coll’armata del Legato pontificio che s’avanzava per la terra bresciana, e così sarebbero piombate unite sovra il Visconte.

Scioltasi l’adunanza, ebbero subito luogo tra i Guelfi i prefissi movimenti[21]. Il conte Amadío di Savoja entrato nel milanese aveva portato il suo campo a Vimercate. Ricevuto avviso, ei s’avanzò sino a Brivio. Calati intanto i Guelfi dalle montagne condotti da Pinamonte e da Merino, respinti o trucidati i presidii ghibellini di Villadadda, di Calolzio e delle altre terre della riviera, gli fecero sicura la sponda sinistra del fiume, sì che gettato un ponte varcò in terra bergamasca, d’onde vettovagliato abbondantemente, progredì alla volta della bresciana. Forti drappelli di Guelfi delle vallate orientali l’avevano di già preceduto e s’erano mischiati all’armata del Legato, che s’avanzava numerosa e potente.

Bernabò vide non senza grave turbamento la fiera tempesta che s’andava addensando contro il suo dominio e nella quale era ben da prevedersi sarebbe stata avvolta tutta la sua famiglia, se mai riuscisse meno poderosa. Per apporvi riparo, nell’atto che adunava tutte le sue soldatesche, mandò al fratello Galeazzo signore in Pavia, instando perchè gli avviasse armati onde fosse più valida la difesa contro le guelfe minacce. E indi a poco infatti, condottiere di molte genti a pro dello zio, comparve alla corte di Bernabò in Milano il giovine conte di Virtù, Giovan Galeazzo. Il severo ma semplice Bernabò, accoglieva benignamente e albergava presso di sè il nipote che gli fu genero, mal atto a leggere in quello sguardo composto, in quella fronte pensosa il futuro usurpatore della signoría che gli veniva a proteggere, quegli che doveva col peso d’una corona ducale tentare di comprimere il rimorso d’avergli propinato il veleno.

Al nipote Giovan Galeazzo diè compagno Bernabò in quella spedizione il proprio figlio naturale Ambrogio, giovine di duro animo, e d’indole avventata e bellicosa. Impose a questi specialmente l’incarico di domare i Guelfi ch’erano in Bergamo, e di distruggere tutti quelli che avevano a scorribanda occupato il paese tra l’Adda e il Brembo, traendo clamorosa vendetta de’ congiurati monaci di Pontida.

Le forze del signore di Milano capitanate dai due cugini, e insiememente dall’esperto guerriero, il marchese Francesco II d’Este, entrarono da Cassano su quel di Bergamo. Ambrogio cavalcò dritto alla città con trecento lancie; mentre Giovan Galeazzo ed il marchese, col grosso dell’armata ed i Ghibellini raunaticci, continuarono la via contro le forze pontificie che si appressavano da Brescia.

Non è nostra mente di narrare l’incontro che tra i due eserciti avvenne a Montechiaro. Basti il sapere che le squadre di Bernabò toccarono una terribile sconfitta, che il marchese d’Este rimase prigioniero del Legato pontificio e il giovine conte di Virtù, dopo avere pugnato da prode, perduti nella battaglia l’elmo e la spada, dovette trovare salvezza nella fuga, e recò allo zio, nel castello di Milano, la dolorosa novella.

Mentre ciò accadeva, Ambrogio entrato in Bergamo aveva fatti prendere a tradimento alcuni de’ principali Guelfi ivi rimasti, e loro aveva data la morte. Mosse quindi co’ suoi armati alla volta del Brembo, lo valicò e incenerì Gonfaleggio; indi assalì Caprino mettendone a ruina gli abitati. Si volse in seguito furioso a Pontida per distruggerne il chiostro.

Le bande montanare, condotte da Pinamonte e dal sire d’Endenna, eransi sulle prime ritirate nelle valli, rifiutandosi, atterrite, a stare a fronte a que’ possenti guerrieri ch’erano mandati contro di esse. Ma alla novella degli orribili guasti recati dal Visconte, e dell’imminente periglio delle sacre mura del monastero, rampognati con aspre parole dall’impavido guerriero dell’Imagna, brandirono di nuovo le armi e giù venendo a precipizio, giunsero addosso alla soldatesca dell’immite Ambrogio, pel cui comando già andava in fiamme una parte del convento. Si pugnò con un ardore senza pari: molte aste e spade si spuntarono e ne andarono in pezzi sulle salde armature di Pinamonte e del sire d’Endenna; ma essi non cessero mai, e ad esempio di quegl’instancabili combattenti, le scuri e le mazze de’ montanari operando robustamente, giunsero al fine a rompere gli ordini de’ militi nemici, e gli serrarono dappresso uccidendo in accannita mischia uomini e cavalli. Mentre Ambrogio, resistendo tuttavia, faceva impeto disperato con un drappello di seguaci, assalito da vicino egli stesso, n’andò al suolo trafitto da mille punte. Ad altro allora non pensarono i suoi che a raccoglierne la salma e a ritirarsi; nè ebbero schermo dall’inseguire de’ vincenti che ritraendosi di là dal Brembo, d’onde recato a Bergamo l’estinto figlio di Bernabò, s’ebbe dai Ghibellini che dominavano la città, onorevole e lagrimata sepoltura.

Era così venuto pe’ Guelfi il giusto momento di scuotere interamente il giogo de’ loro oppressori. Celebrarono in Pontida la novella vittoria, ed ivi Pinamonte giurò che in quelle vallate esser più non vi doveva segno di dominio de’ Visconti o de’ Ghibellini, e che s’aveva ad ogni costo a togliere loro di mano i luoghi forti che occupavano. Propose per prima impresa l’assalto del castello di Clanezzo, ove Enguerrando Dalmasano teneva uniti a’ suoi uomini della Brembilla i guerrieri milanesi lasciati colà da Zenone di Groppello ed il cui figlio Bertramo aveva sempre battagliato contro il loro partito, ed armeggiava tuttavia sotto lo stendardo della vipera.