Tutti i convenuti applaudirono alla proposta dell’indomito guerriero di Capizzone, il quale ricondotte quindi nell’Imagna le bande de’ suoi valligiani e fatto forte da masnade della Brembana chiamate dal suo fedele cavaliero d’Endenna si preparò all’assalto dell’abborrito Clanezzo.
Sorgeva la notte e neri ammassi di nubi posavano immoti sulle dirupate cime de’ monti che chiudono quella valle. Quando tutto fu tenebre si videro silenziosi varcare l’Imagna drappelli e drappelli d’armati guelfi, che un fiero desiderio di sangue e vendetta conduceva giojosi a perigliare per le silvestri rupi dell’Ubione. Essi salirono la montagna, indi la costeggiarono, e riuscirono in Clanezzo d’intorno al castello di Dalmasano. Splendettero allora le fiaccole e si diè mano da tutti a martellare colle pesanti travi la ferrata saracinesca. Alle grida d’allarme delle scolte, al rintronare di que’ colpi, gli abitanti del castello fecero indarno dalle feritoje e dalle merlate mura piovere sugli assalitori in mille guise la morte. Ogni ostacolo fu superato; scassinata e spezzata n’andò la porta, e l’onda degli invasori traboccò nel castello. Per gli atrii, per le scale, lungo i porticati era un combattere furioso, e cresceva spavento in quel tumulto feroce lo scoppiare rimbombante della procella, scatenatasi d’improvviso dalle balze montane, la quale faceva tremare dalle fondamenta il forte edifizio, quasi natura sdegnata volesse manifestare il suo corruccio a que’ spietati deliranti a sterminarsi.
Pinamonte e il sire d’Endenna incalzando vigorosamente gli smarriti difensori del castello, pervennero pei primi nella sala d’armi, ove si scontrarono nel vecchio Enguerrando. Egli, vestita la corazza e impugnata la spada, veniva trattenuto a sommo stento da Costanza sua nuora, la giovinetta sposa dell’assente Bertramo, dalle donne di lei e dai servi, deliberato d’uscire ad affrontarsi cogli assalitori.
Allo scorgere i due suoi odiati nemici comparirgli a fronte, Enguerrando non ebbe più freno, e si avanzò contro Pinamonte scagliandogli le più fiere imprecazioni. Costanza balzò frammezzo ad essi, e nell’atto che al suocero faceva scudo di sua persona, scongiurava co’ singhiozzi, giungendo le mani, il guerriero guelfo di risparmiare la vita al canuto avversario. Ma Pinamonte ardente di vendetta, impaziente di tale contrasto, afferrò col sinistro braccio, in cui portava lo scudo, la desolata Costanza, e trascinandola di fianco, si tolse così dinanzi ogni ostacolo, onde i ferri di que’ due possenti capi degli avversi partiti cupidi di trucidarsi, si scontrarono e si ripercossero furiosamente. Non durò a lungo però la lotta; poichè scambiati alcuni colpi, ribattuta la spada d’Enguerrando gli vibrò Pinamonte dritta la punta della sua nel petto. Un lampo folgoreggiando dalle gotiche imposte spalancate dal vento, rischiarava di sua luce tremenda l’orribile spettacolo. Costanza diè un grido; e svincolatasi dal braccio del guerriero, s’abbandonò sul vecchio ch’era caduto rovescio immerso nel proprio sangue.
Il fragore del tuono, il muggire della bufera che incalzava violentissima, coprivano gli ululati che i servi e le donne mandavano disperatamente al mirare il loro antico signore steso trafitto al suolo esalare gli ultimi respiri. Pinamonte recato il fatal colpo, rimase immobile, quasi inoridito egli stesso alla vista dell’atroce morte di quel vegliardo. Ma il cavaliero lo richiamò, lo scosse; onde entrambi, radunati ad alte grida i loro seguaci, abbandonarono quel castello che avevano riempito di desolazione e di stragi.
Quanto era avvenuto a Clanezzo si rinnovò in altri luoghi delle vallate e del piano, ove tenevansi presidii ghibellini, e sempre nelle più perigliose imprese i Guelfi dell’Imagna riuscivano invincibili; onde quella fazione tenevasi sicura che la ghibellina sarebbe stata annichilata o perpetuamente sottomessa.
Non fu però tale il volere dei destini. Era statuito che avesse la stirpe viscontea a grandeggiare in Lombardia: essa doveva spogliare le città di loro municipali franchigie, essa ridurle suddite in un ducato, quasi per renderle al tutto imbelli, affinchè dopo un secolo e mezzo sbandassero, facile preda, ad inghiottirsi negli incommensurabili possedimenti del Quinto Carlo, l’austro-ispano dominatore.
Nè il Legato pontificio, nè i Guelfi seppero approfittare delle riportate vittorie. Bernabò, a non lasciare inulta la morte del figlio e la sconfitta del nipote, adunò tutte le soldatesche della signoria; ed esso stesso guidandole cavalcò da Trezzo, varcando in bergamasca dal doppio ponte sull’Adda, e mandò in ruina tutti i possedimenti de’ Guelfi, incendiando case, tagliando alberi e viti. S’accostò alla valle Imagna; e venuto in Almenno, ivi pure non perdonò nè agli abitati, nè agli abitatori: non penetrò nella valle, poichè giurò che prima voleva adeguare al suolo le mura del riottoso chiostro di Pontida, e averne la vita de’ monaci ribelli. Tutti i capi guelfi alla terribile minaccia che si propagò del Visconte contro il famoso monastero, accorsero alla difesa di esso, pronti a sagrificarvi la vita. Pinamonte e il sire d’Endenna calarono frettolosi a quella volta colle masnade montanare. Ma Bernabò, avanzandosi da Almenno, mosse alla loro volta, e scontratisi presso Palazzago, nacque un terribile combattimento. Questa fiata però i montanari e tutte le bande guelfe n’andarono vinte e sbaragliate. V’aveva una lancia tra quelle de’ cavalieri del Visconte, che sì furiosamente s’adoperava contro gli uomini dell’Imagna, che ben vedevasi esserne guidati i colpi da un desiderio più ardente, che il fervor bellicoso. Era quella di Bertramo Dalmasano, il figlio dell’estinto Enguerrando, sire di Clanezzo.
I capi guelfi con Pinamonte e il cavaliere d’Endenna in numero d’oltre settanta, dopo la loro disfatta di Palazzago si gettarono nel monastero di Pontida, e si prepararono a disperata difesa. Bernabò, circondato strettamente il chiostro, fece trasportare le macchine belliche per atterrarne le mura. Vedendosi ridotti a inevitabile estremità i monaci persuasero i combattenti ad arrendersi. Venutisi a parlamento, Bernabò promise salva ad essi la vita; ma colla perfidia di que’ barbari tempi, quando le porte ne furono disserrate, e le sue soldatesche penetratevi ebbero nelle mani i cenobiti ed i guerrieri difensori, il Visconte fece i monaci crudelmente trucidare. De’ capi guelfi poi molti perirono nei tormenti; ad alcuni pochi più doviziosi accordò riscattarsi con ingenti somme; altri diè prigionieri in mano ai Ghibellini, loro spietati nemici, onde ne disponessero a piacimento. Il monastero venne poscia abbandonato alla soldatesca che ne consumò il saccheggio, ed indi fu dato in preda alle fiamme[22].
Solo andarono immuni dal sacrilego depredare e dall’incendio, i corpi di sant’Alberto e dei beati Tito ed Enrico i quali stavano in quel chiostro deposti, ed in grande venerazione tenuti. Venne il vescovo di Bergamo Lanfranco a raccogliere quelle sacre ossa dalle mani dei militi, e colle confraternite a lungo seguito di chierici e regolari ne eseguì in solenne modo il trasporto alla città, ove furono racchiusi in un’ara di santa Maria maggiore. Per tre giorni il popolo accorse nella chiesa ad onorare quegli umani avanzi tramutati dalle loro pristine sedi, e poteva innanzi ad essi meditare quanto erano terribili i frutti dell’odio e della vendetta nelle cittadine fazioni.