MILANO NELL’ANNO 305 DELL’ERA
DELINEAMENTO A PANORAMA.
Seconda Roma.
AUSONIO.
Elmetti d’argento, lucenti loriche, clamidi purpuree, candide vesti sacerdotali, aste d’oro recanti le insegne e le aquile romane, bighe sonore, cavalli scalpitanti del lento procedere impazienti, clangore di trombe, teste coronate di verdi serti, onda di popolo ammirante, festoso; tale era il magnifico spettacolo che si presentava nell’ampia via dell’antica Milano, che dal palazzo degl’Imperatori[1], correndo presso l’Ippodromo o Circo[2], dirigevasi al tempio di Giove[3].
Il cielo era sereno, fulgidissimo il sole che irradiava la moltitudine stipata nella via, e quella che ghermiva la sommità e le aperture delle case, de’ palagi, e i peristilii de’ templi, recatasi spettatrice del sontuoso trapassare di tanto corteo. Era quel dì il primo di maggio segnato nelle tavole della storia a caratteri cubitali, poichè in tal giorno due augusti, due imperatori romani dimettevano la porpora, spogliandosi volonterosi della potestà più sovrana fra quante siano state strette da mano d’uomo, per rientrare nel nulla della vita privata. E questi due imperatori erano Diocleziano che in Nicomedia cedeva la parte orientale dell’impero al Cesare Galerio, e Massimiano Erculeo che in Milano ne cedeva la parte occidentale al Cesare Costanzo Cloro.
Diocleziano, quello ch’ebbe il crudo vanto d’imporre il proprio nome ad un’era tutta di sangue e di tormenti, l’era dei martiri, che oltre i cristiani sterminò a centinaja di mila i popoli del settentrione, dai Romani chiamati Barbari, quello che sdegnando come troppo semplici gli imperiali ornamenti già assunti da un Augusto, da un Nerone, da un Tiberio, da un Vespasiano, vestiva oro e seta e cingeva non corona di lauro, ma diadema, facendosi appellare Giove ed Eternità, ed erasi a modo dei monarchi asiatici circondato d’eunuchi, quello stesso Diocleziano s’aveva l’inesplicabile vigor d’animo di discendere spontaneo da tanta nube di fasto, di gloria e di potenza per recarsi colla moglie in una casa di Salona sua terra nativa a coltivare l’orto paterno. Ventun anni prima era egli salito al soglio, evento da una Druidessa di Tongres vaticinatogli, e v’ascese bagnandone i gradini di sangue, poichè non essendo che comandante degli ufficiali di palazzo, quando Aprio, prefetto del pretorio, uccise l’imperatore Numeriano reduce dalla Persia, Diocleziano trapassò il petto ad Aprio, e fu egli quindi proclamato all’impero.
Nel giorno stesso adunque che in Nicomedia scendeva Diocleziano dal trono, ne scendeva pure Massimiano Erculeo in questa città di Milano, ove aveva recata la sede dell’impero d’occidente. Costanzo Cloro, il nuovo imperatore che succedeva a Massimiano, trovavasi nelle Gallie, e frattanto in Milano veniva eletto Flavio Valerio Severo al grado di Cesare, nome che davasi ai designati eredi del trono imperiale.
Abbenchè gli abitanti di Milano già da alcuni anni solessero ammirare lo sfoggio della romana magnificenza, pure quel giorno sì straordinaria era la pompa, non che la causa di essa, che immenso appariva il concorso de’ cittadini, a cui s’erano aggiunti numerosissimi i forestieri convenuti nella capitale d’Insubria da altre vicine parti, siccome dalle rive del Lario, del Ceresio, del Verbano, da quelle del Ticino, dai laghi Gerundio ed Eghezzone[4] e dai colli Orobii.
Nella adunata folla popolare tra l’indole varia delle fisonomie che appalesavano le razze diverse degli abitatori in questa contrada commisti, scernevansi più distinte e numerose quelle d’origine gallica ed etrusca. I discendenti degli antichi occupatori delle Gallie manifestavansi per chiome bionde, per occhi azzurri, per larghe e rilevate ossa delle guancie, ed un’espressione del viso guerriera, e tuttavia alquanto selvaggia; si riconoscevano i figli della gente etrusca per volti affilati, pel mento acuto, gli occhi e i capelli nereggianti, e per un’aria che indicava maggiore civiltà e coltura. Il vestimento era pressochè in tutti consimile e sapeva del romano, poichè non constava nella maggior parte che d’una tunica di lana sia bianca, sia di tinta verde o rossa, a maniche brevi, stretta a mezzo il corpo da una cintura di cuojo; i canuti vegliardi e alcuni pochi tra gli uomini in età virile recavano folta e lunga la barba, e cadenti sugli omeri i capegli. Qua e là distinguevasi frammischiato alla plebe mediolanense, un Jutongio, un Alamanno, un Vandalo, un Marcomanno, di quelli stati fatti prigionieri nelle ultime guerre e dall’imperatore distribuiti come schiavi nelle provincie. Alcuni di essi coprivansi ancora coi laceri avanzi de’ loro indumenti di pelli di topi insieme congiunte o d’altri villosi animali delle germaniche e scitiche selve; se ne scorgevano alcuni aventi a modo di collare un giro di catena di ferro. Erano tutti ispidi, truci, e schiavi sì, ma di animo indomato.