Fra mezzo al popolo nessuna toga patrizia: vedevansi queste all’incontro formicare ne’ palazzi ove apparivano le matrone e le donzelle coi cinti gemmati ed i pepli trapunti.
Là sugli elevati poggi e le finestre l’idioma più usato era il latino, sebbene i Milanesi porgessero spesso occasione di burleschi motti e sogghigni ai Romani, pronunciando quella lingua coll’accento insubre, in cui principalmente dominava l’u acuto, che fu ne’ tempi posteriori detto u lombardo, ma che venne innestato tra noi dagli antichi Galli invasori. Mentre le dame e gli uomini di più raffinato costume, favellando inframettevano nella lingua latina molte parole greche, ch’era il vero linguaggio degli eleganti, nel dialogare del popolo non udivasi neppure una sola terminazione latina, e sebbene a tale idioma appartenessero la maggior parte delle parole usate dalla plebe, esse venivano però detroncate e declinate in una foggia speciale, che quella poi si fu che ingenerò così il nostro come molti altri dialetti d’Italia.
Il Cesare Flavio Valerio Severo era alfine uscito dagli atrii imperiali. Precedevano coi centurioni alla testa le coorti delle legioni di Ercole e di Giove, create da Diocleziano per bilanciare il troppo funesto potere de’ pretoriani; i cavalieri romani erano i più vaghi a vedersi, seduti con somma agevolezza sui focosi cavalli, cui un semplice drappo copriva il dorso; su quella gioventù vigorosa cupidi s’affisavano gli sguardi femminili. Le loro nude e torose braccia, i larghi petti ben annunziavano in essi i temuti vincitori dell’orbe intero. Dietro tali schiere erano drappelli di guardie imperiali cogli scudi d’argento, e la corta e larga spada svaginata; seguivano con rami di sacre frondi i sacerdoti, indi sovra aurea quadriga, che cavalli bianchissimi traevano, appariva coronato d’alloro il nuovo Cesare, con lorica d’oro fulgidissima e purpureo manto.
La quadriga di Flavio Valerio Severo era seguita da un’altra salutata più clamorosamente dai viva del popolo; stava in essa un uomo al quale il crine incanutiva, abbronzato in volto, e le cui membra appalesavano ancora tutta la forza e la solidità d’un atleta. Era Massimiano l’abdicante imperatore, guerriero infaticabile, il recente trionfatore de’ ribelli Bagaudi delle Gallie; gli stava alla destra suo figlio Masenzio, alla sinistra la figlia Fausta entrambi predestinati alla porpora. Di seguito a questo veniva sovr’alto carro un giovine per nessun altro riguardo allora distinto, che per essere figlio di Costanzo Cloro, il quale mentre doveva un giorno far perire a Massimiano e Masenzio, doveva poi agli incestuosi ardori di Fausta, assunta a consorte, sacrificare il suo proprio figliuolo. Susseguivano in bell’ordine i proconsoli, e i magistrati del pretorio, e i tribuni e gli edili, e chiudevano la schiera due coorti della legione italica.
Nel tempio fumavano l’are, il Flamine ordinava cadessero sui tori ricinti di fiori le sacre bipenni: misti ai vapori del sangue delle vittime, s’alzavano gli incensi odorosi. Eccheggiò d’inni e di preci il tempio, e si proclamava il Cesare, pio clemente felice.
Compiti i sacri riti redivano i principi alla sede imperiale fra l’acclamare del popolo incessante. Intanto dietro l’Ippodromo in una via oscura, angusta, un branco di femmine dimesse e pochi uomini di condizione servile, uscivano queti, silenziosi, da una casa d’aspetto ruinoso, e in mezzo ad essi era un vecchio di veneranda presenza, d’angelico sguardo. Mentre stavano per separarsi furono scorti dai passanti nella via maggiore, ov’era la pompa trionfale e cominciò tosto a serpeggiare una voce che ripeteva — i cristiani, i cristiani. — In un istante quel nome circolò più rapido, fu in tutte le bocche e s’alzò dalla massa intera, un urlo crescente, tonante, un ruggito di detestazione, di minaccia, uno spaventoso barrito come dicevasi allora. Egli era come se sbucato fosse da oscura caverna un gruppo di tigri, di genii malefici, di furie, e non già misere donnicciuole, poveri servi, vecchi cadenti, ch’altra colpa non avevano agli occhi stessi di chi gli odiava, che di propagare ciò che insegnava ad essi un divino maestro, l’amore cioè e l’uguaglianza fra gli uomini, il perdono delle ingiurie, la carità senza limiti, virtù coronate dalla speranza d’una perpetua felicità. Erano cristiani infatti che uscivano col loro diacono da una specie di catacomba ove dimoravano nascoste già da oltre due secoli le ossa di santa Valeria[5], la moglie del primo martire milanese san Vitale, la madre d’altri celebri martiri, Gervasio e Protasio, che tutti avevano confessato col sangue all’epoca dell’impero di Nerone.
I cristiani nelle catacombe formavansi esatta la cronologia degli imperatori romani colla serie dei cadaveri dei loro fratelli martirizzati. La più abbondante messe d’umane reliquie s’era colà però da pochissimo tempo accumulata, e l’aveva fornita Diocleziano. Mandava quell’imperante a Mileto a consultare l’oracolo d’Apollo: negava il dio il responso, e pronunciò la Pitonessa: che i giusti sparsi sulla terra gli impedivano di dire il vero. Non potè a meno Diocleziano di credere che i giusti, indicati dalla Pitonessa, i quali ammutivano l’oracolo, fossero i cristiani, e determinò di finirla una volta con questa, diceva esso, setta di stolti che adoravano un giustiziato della Giudea, e che da ducent’anni stancavano vanamente i carnefici dell’impero e impinguavano di loro carni le fiere negli anfiteatri. Ordinò quindi una persecuzione, uno sterminio generale de’ cristiani pel giorno delle feste terminali, che fu il 2 di febbrajo dell’anno 302. Quindici giorni dopo non vi doveva essere più traccia di cristianesimo come se non fosse mai apparso sulla faccia della terra.
Abbenchè non si risparmiasse contro i seguaci del Nazareno alcun genere di morte, e in tutto l’impero scorresse il sangue loro a torrenti, quindici giorni dopo, il cristianesimo era più esteso e saldo di prima, e quando tre anni e due mesi dopo quel famoso giorno 2 febbrajo 302, Diocleziano ritiravasi ad attendere alla coltura de’ fiori in Salona, certamente avrà trovati colà non pochi cristiani impetranti sul suo capo il perdono del cielo. Quest’era la consueta vendetta dei discepoli di Cristo. Anche i miserelli che in Milano uscivano dal sotterraneo ov’era la tomba di santa Valeria, al tremendo minacciare delle turbe non opposero sicuramente in loro cuore che una prece, un voto. E con quanta gioja avrebbero data essi pure la vita, se avessero potuto sapere che là, fra quegli altieri romani, loro infaticabili persecutori, eravi già quasi maturo per la sua alta missione, un giovine, che quella che essi veneravano, obbrobriosa immagine del patibolo, la croce, doveva stampare sulle insegne imperiali, ed aveva ad inalzare al trono quella loro religione umile, novella, sì abbietta e sprezzata, avanti a cui sarebbe andata fra poco dispersa ed annichilita l’antica; se avessero insomma saputo che dietro la imperiale quadriga di Massimiano veniva il fondatore dell’impero d’oriente in Bisanzio, il figlio di sant’Elena, Costantino il Grande!
Incolumi nella persona quella fiata i cristiani, nè altrimenti offesi che dall’immane grido popolare traevano chi alla loro dimora per riassumere assidui i domestici lavori, chi alle ignorate stanze degli infermi recando ciò che nell’agape la carità di ciascuno aveva tributato a sostentamento e sollievo di quelli che visitati dalla sventura erano destituiti d’ogni umano soccorso.
Non così gli altri cittadini, che la giornata sacrarono al godimento de’ pubblici spettacoli di che il nuovo Cesare gratificava Milano. Nel già accennato Ippodromo erano gare di cavalli ed ogni maniera di giuochi circensi, nell’arena od anfiteatro costruito dal console Gabino ai discobuli, ai lottatori succedevano le pugne de’ gladiatori, per le quali tutti i ginnasii o scuole gladiatorie delle varie circonvicine città avevano spediti a competitori i loro più valenti nell’arte di trucidarsi. Lo spettacolo de’ gladiatori era il più accetto, il più avidamente desiderato dal popolo, che dagli spalti, dalle gradinate, dal podio accompagnava di fragorosissimi applausi il fortunato colpo, con cui l’uno de’ combattenti, tutto all’altro immergeva l’acciaro nel petto, e copriva di fischi, d’urla spietate, il trafitto che avesse osato morire fuori delle regole dell’arte, cioè contorcendo o stirando sconciamente le membra.