Di contro alla linea di porta Nuova teneva il campo il conte Ecberto di Butene, il quale capitanava una banda di cavalieri di ventura, che, seguendo spontanei le bandiere di Federigo, erano venuti all’assedio. I Milanesi varcato il ponte, procedettero in serrata ordinanza verso le tende nemiche. A causa delle tenebre che fitte regnavano, si erano già accostati d’assai alla sentinella, prima che questa s’avvedesse di loro. Incerto ancora il soldato se le pedate che udiva fossero de’ suoi, ebbe appena proferita la chiamata per ricevere la parola d’ordine, che un colpo di mazza l’aveva steso tramortito al suolo. Tolto così quell’inciampo, si sbandarono prontamente gli usciti, e superato lo steccato, precipitarono verso le tende. Alcune di queste furono fatte d’improvviso crollare, in altre penetrarono i nostri uccidendo chi vi si trovava.
In poco d’ora però il rimbombo de’ colpi, le grida degli assaliti, avevano destato l’allarme, e i circonvicini balzati dai giacigli, accorrevano frettolosi a quel luogo chi colle spade impugnate, chi colle fiaccole accese. Per le nuove genti che continuamente sopraggiungevano, andavansi quindi moltiplicando i lumi e i combattenti. Al rosso chiarore di tante fumide faci balenavano i ferri con sanguigni riflessi, mentre fierissima e micidiale si stringeva la mischia. Pugnavano i Milanesi come leoni affamati. Ogni loro colpo era il tocco del fulmine. Colti all’impensata, mal coperti dalle armature, gli imperiali non valevano a sostenere la furia dei nostri, e ne andavano a fascio l’uno sovra l’altro. Caccatossico ingiuriando a grida sgangherate i nemici, avanzava menando con poderoso slancio a due mani da dritta e da sinistra il suo lungo spadone, spazzando ad ogni colpo il luogo.
Respinti da tanta tempesta dovettero alla fin fine gli assaliti volgere le spalle, e si diedero alla fuga per l’accampamento. Mentre il maggior numero de’ Milanesi li andava inseguendo, altri scorgendo quivi presso riparati sotto appositi assiti un branco di cento cavalli de’ guerrieri di Ecberto, che tenevano tuttavia sul dorso gli arcioni, posero sovr’essi le mani e tagliate le corde, li spinsero verso la città, ove tosto que’ bardati destrieri furono fatti penetrare. Coloro che li cacciavano innanzi però ebbero tempo appena di far pervenire fra le mura la preda, che rivoltisi per raggiungere di nuovo i commilitoni, li videro che non solo avevano cessato dall’incalzare i nemici, ma venivano retrocedendo innanzi a loro continuando pur sempre a pugnare.
Essendosi propagata colla velocità del lampo la nuova dell’uscita degli assediati, varii de’ capi dell’esercito imperiale avevano avuto il tempo di ordinare le schiere, le quali sopravvenivano sempre più fitte e numerose. Il conte Ecberto salito prontamente un corsiero, e seguito da alcuno de’ suoi più valorosi cavalieri, veniva a galoppo incalzando colla lancia gli assalitori. Il fiero Caccatossico urtato da lui, si volse d’un tratto e con un gran fendente alla cervice del cavallo glielo mandò rovescio; mentre l’animale cadeva replicò poi con una vigoría ed una prestezza indicibile il colpo sulla testa allo stesso Conte, che lasciò cadere di mano la ronca, e fu veduto ripiegarsi sovra sè stesso, colando il sangue a rivi dai fori della sua visiera. Caccatossico lo afferrò tosto pel mezzo del corpo, fuor levandolo di sella, ed esclamando che voleva portarselo in Milano ed inchiodarlo come un gufo alla sua casa, onde tutti l’avessero a vedere e sapessero quelli di porta Romana che il suo era uno de’ buoni, e non un Lodigian di stoppa; aggiungendo ogni altra contumelia che l’odio municipale faceva più consueta a quella lingua di fuoco. Ma in tale istante tutti i seguaci d’Ecberto gli furono sopra, e tratte le spade lo tempestarono con estrema vigoría. Impedito dai cavalli che lo assiepavano, Caccatossico faceva ogni suo meglio per riparare i colpi, ma ne veniva martellato in sì fatta guisa, che alfine rimase fessa in più parti la sua grossa celata. Allorquando scortolo in tale perigliosa posizione, volgendo faccia, irruppero i suoi contro i cavalieri nemici, l’intrepido capitano della bandiera di porta Nuova aveva già avute forate le tempia ed era caduto sul corpo d’Ecberto che non aveva mai abbandonato.
Al nuovo impeto gli imperiali cessero il suolo e i Milanesi sollevati da terra i due estinti guerrieri, via li tolsero, e vennero a gran passi verso la città, dalle cui mura, i nemici che volevano ostinarsi a inseguirli, furono trattenuti lontani con una pioggia di saette, di sassi, di verrettoni. Rientrata al fine l’uscita schiera dalla Pusterla, venne subito rialzato il ponte levatojo, e ribadita la ferrata imposta.
Quando i primi fuochi dell’aurora colorirono la sommità delle torri di Milano, già gran parte della città era conscia del fatto; mano mano poi che la luce del giorno si faceva più viva, per tutte le contrade spandevasi il popolo chiedendo ed ascoltando con gioja ed avidità i casi di quella gloriosa sortita, acclamando la bandiera di porta Nuova, e deplorando la perdita del valente che avevala guidata. Allorchè fu alto il sole, in tutte le chiese, ne’ conventi e monasteri, furono fatte pubbliche preci, e poscia i guerrieri di porta Nuova n’andarono processionalmente per la città, conducendo i cavalli predati, e portando sopra un’alta bara il corpo del loro condottiero, innanzi a cui veniva recata infissa in una lancia la compiuta armatura del conte Ecberto. A tal vista l’ardire e la speranza de’ cittadini s’accrebbero a dismisura, raffermi nella persuasione che mai l’esercito alemanno avrebbe trionfato di loro.
Pure non scorsero quindici giorni e Milano erasi arresa, giurando fedeltà al germanico imperatore; della qual cosa non è agevole stabilire le cagioni. Certo è però che a loro mal costo vollero poi i Milanesi ribellarsi, perchè Federigo sentenziatili contumaci, venne alla metà dell’anno 1161 ad assediarli di nuovo, e dopo sette mesi di difesa li costrinse un’altra volta ad arrendersi, sebbene piuttosto a causa della fame che per la forza dell’armi. Ricevuto in Lodi l’atto di loro sommissione la più intera ed umiliante, il Barbarossa qui si recò[20] ordinando che tutti gli abitanti uscissero dalla città e venisse Milano atterrata, distrutta. E ciò fu fatto. Ma nel chiostro di Pontida si componeva la famosa lega che doveva vendicare un sì memorabile affronto.
I Milanesi trionfarono, e la loro città sorse dalle proprie rovine potente ancora e vigorosissima. L’abbellirono indi i Visconti con stupendi edificii; l’adornarono gli Sforza; la sua area s’aggrandì, si duplicò durante la signoria della Spagna; la prima dominazione austriaca dalla ruggine dei secoli la ripuliva, indi l’imperante francese vi disegnava opere grandiose. Ora fatta capitale del bel regno Lombardo, come per incanto fiorisce e s’adorna. Si compiono e si erigono templi, archi, monumenti; sorgono palazzi, gallerie; ogni dì diroccano e spariscono vecchie deformi muraglie, e nuove case si presentano di vago e ornato aspetto, che l’occhio ricreato ammira. Le vie, le piazze, prima contorte e anguste, si fanno ampie e diritte, e ogni oggetto v’abbonda a conforto o sollazzo della vita abbisognevole.
FINE.