Giunti i due Monaci in quell’adunanza di armati, appena furono scorte le loro bianche tuniche, tutti si composero in silenzio. Si fece tosto avanti il capo della bandiera, ch’era un compagnone il più ardente e istizzito che mai vi fosse, nemico dei consoli della città, nemico acerrimo del Biandrate, nemico insomma di tutti quelli che comandavano più di lui. Arrogante, avvelenato contro ciascuno, Caccatossico[18] accoglieva con sogghigno sardonico il racconto delle imprese altrui, e teneva per fermo che coloro che assediavano Milano non sarebbero andati sossopra che quando avesse egli fatta una sortita colla sua bandiera. Era costui grandissimo della persona, ossuto e magro con occhi irosi, stralunati; ma, per verità, di braccio così poderoso, che narravasi di lui che, in un conflitto a Vaprio, essendoglisi spezzata la spada e avendone lungi gettata l’impugnatura, diede colla sola destra coperta del guanto un sì fiero manrovescio all’uno degli avversarii che gli fracassò la testa e la visiera. Postosi innanzi ai Frati:
— Alla barba del traditore Novarese[19], sclamò rabbioso Caccatossico, la vogliamo vedere finita. Questa notte faremo tritume di quella ciurmaglia che sta fuori a dar guasto ai nostri broli ed alle nostre ortaglie. Menarono tanto rumore e fecero festa a san Giovanni in Conca que’ di porta Romana, perchè condussero dentro prigionieri Giovan Giudeo e il Peterzio di Lodi. Que’ due mascalzoni me li sarei portati da me legati alla cintola. Faremo noi quel che va fatto, e domani se ne sapranno le novelle; in seguito poi chi avrà da pagarle le pagherà. Allorchè vi son io la vittoria non diserta mai la nostra bandiera. Viva porta Nuova! —
E ognuno ad alta voce gridò: — Viva!
— Viva sant’Ambrogio! viva Milano!
— Viva! Viva! Viva! —
Tutti poscia i guerrieri s’inginocchiarono, e l’uno de’ frati con essi; l’altro monaco, alzata con una mano la croce che portava appesa alla cintura, recitò una preghiera invocando su di essi l’ajuto divino in quella notturna spedizione che ritenevasi sacra, poichè esponevano la vita per la salvezza della patria, quindi li andò benedicendo, assolvendoli siccome fossero giunti all’ora estrema.
Allorquando poi furono di là partiti i due frati, venne inviato uno degli uomini d’arme a vedetta sull’alto della torre della Pusterla onde spiare nel campo nemico.
Il cielo era affatto oscuro, ma nell’accampamento dell’esercito assediante splendevano innumerevoli fuochi. Da tutte le aperture delle tende scorgevansi entro di esse, collocati in varie guise intorno ai focolari ardenti, gruppi di soldati che stavano o pascendosi o riscaldandosi. Passavano ad ogni tratto innanzi ad esse i drappelli delle scolte, e cavalieri che apparivano d’improvviso illuminati con tutto il destriero, e sparivano tosto nell’oscurità. Perveniva da quel campo un rumor vario, un continuato bisbiglio, tra cui s’alzava di tempo in tempo qualche voce, qualche grido più distinto che subito moriva in quel mormorío incessante, come il frastuono d’un lontano torrente. Ricinto da tutta quella vita serale d’un esercito infinito stava Milano colle sue mura e le sue torri, nereggiante e muto come il simulacro d’un vasto funebre monumento.
Mano mano però andavano facendosi più radi i fuochi, s’affievoliva il mormorío, e quando fu prossima l’ora che segna la metà della notte, ogni lume era scomparso, spento ogni fuoco, e regnava nel campo un silenzio alto, profondo, universale.
Scese allora l’esploratore dall’alto a dare avviso a’ suoi essere opportuno il momento per la sortita. Caccatossico ordinò la schiera e tutti s’avviarono nell’oscurità tacitamente alla Pusterla Brera, il cui ponte levatojo venne calato senza alcuno strepito.