— Voi dovete venire a benedirci ed assolverci dai nostri peccati, poichè non potendoci trascinare dietro il carroccio, se alcuno di noi rimanesse di là del fossato, possa almeno rendere l’anima da buon cristiano. Venite adunque affinchè stia colle nostre armi anco l’ajuto del cielo. —
Aderirono ben tosto volonterosi i due frati all’invito, e seguirono il soldato.
Milano, la più forte, la più prepotente città d’Italia di quel secolo, vedevasi circondata da folte schiere nimiche che la stringevano, la serravano irremissibilmente, come un cerchio di bragie ricinge senza scampo uno scorpione che colla coda percosse la gente. Tanta furia ostile era guidata intorno a Milano dall’imperatore Federigo I; ed a’ suoi agguerriti battaglioni, a que’ de’ regoli germanici suoi vassalli, s’erano spontaneamente congiunti drappelli di combattenti di tutte le circonvicine città, alle quali Milano era stata per lungo tempo gravemente molesta. Unitamente ai Sassoni, ai Bavari, agli Svevi, concorrevano quei di Como, di Lodi, di Cremona, di Pavia e d’altre assai lontane terre, a formare più massiccia, più insolubile la catena che accerchiava la nostra città, a cui agognavano dare l’ultima stretta per vendicarsi delle tante patite ingiurie.
Gli edificii sacri, le ville, i casolari che stavano fuori e in prossimità delle mura, erano stati cangiati in campali dimore pei capi dell’esercito assediante. Sul più distinto fra essi vedevasi innalzato lo stendardo imperiale, ed ivi aveva presa stanza lo stesso Federigo; altrove era la bandiera del re di Boemia; più lungi quella dell’arcivescovo di Colonia. Qua sorgeva l’insegna del palatino del Reno, là quella del duca di Svevia, e lontano l’Austriaca, la Bavara, la Vestfalica. Dall’uno all’altro degli isolati e distinti edificj occupati dai condottieri dell’esercito, stendevansi a compire il grande giro le file delle tende de’ soldati, avanti a cui erano ove steccati, ove macchine militari, torri di legno con catapulte, mangani, petriere, baliste. Dietro quella prima linea così ordinata allargavasi irregolare l’accampamento per i pingui terreni suburbani, allora devastati all’intutto, poichè li calcavano quindici mila cavalli d’Alemagna, alcune migliaja d’Italiani e immenso numero di fanti.
Le mura che stavano a fronte a quell’oste minacciosa e ne difendevano la città, erano in parte ancora quelle erette da Massimiano Erculeo otto secoli addietro, ristaurate dalle ruine cagionatevi dei Goti condotti da Uraja[15], ed in parte quelle ricostruite ed ampliate da Ansperto che fu arcivescovo, e dir si potrebbe signore della nostra città[16]. Quelle mura erano merlate; vedevansi traforate da feritoje a diverse altezze, e s’avevano al piede larga fossa e profonda. Sorgevano alte torri ove s’aprivano le porte, e queste stavano chiuse in faccia ai nemico, servendo come imposte a serrarle gli stessi ponti levatoj contesti da travi ferrate rialzati colle pesanti catene.
Ardimentosi e forti i Milanesi, usi a provocare e cimentarsi di continuo nelle zuffe coi vicini, non eransi punto inviliti d’animo, o posti in ispavento per quella imponente congerie d’armati dal teutonico imperatore raccolta e condotta ai loro danni. Ben lungi dal sentirne tema molti de’ più baldi, insofferenti dello stare chiusi e inoperosi, anelavano d’uscire a misurarsi coi nemici, a far prova con essi di formidabili colpi, sdegnati in particolar modo che Lodigiani, Comaschi, Pavesi, Bergamaschi e que’ delle altre città, tante fiate vinte e sottomesse, ardissero ora presentarsi sotto le loro mura, perchè s’avevano appoggio nel numeroso esercito straniero. Frequenti sortite facevano quindi i Milanesi, mostrando agli assedianti con qual fatta d’uomini avessero a contendere.
Di quei tempi tutti i cittadini in Milano erano combattenti. Venivano divisi per parrocchia, e quelli spettanti a ciascuna parrocchia formavano una legione che avevasi il proprio capo. Le parrocchie poi o legioni che appartenevano ad una delle parti o sezioni della città, che prendeva nome dalla porta a cui corrispondeva, costituivano un corpo distinto, che s’aveva una speciale bandiera; e tal corpo appellavasi col nome della porta stessa. Tutta la milizia poi aveva un capitano generale, a cui erasi ben lungi dal prestare allora quella cieca obbedienza che vediamo osservarsi di presente sia negli ordini della milizia urbana, sia nella soldatesca propriamente detta. Il capitano generale de’ Milanesi era in que’ giorni il conte Guido Biandrate novarese.
V’aveva fra le bandiere, ossia tra i corpi delle diverse porte, una rivalità, una gara di valore nel resistere al comune nemico. La porta Romana sosteneva la difesa dell’arco romano, già da noi menzionato, il quale rimaneva fuori della città, e quantunque danneggiato dal tempo e dai Goti, serviva come un forte, una rocca, una specie insomma d’opera avanzata a difesa della città, destino comune nei bassi tempi ai monumenti elevati dai conquistatori del mondo a solo scopo di grandezza e magnificenza. Ad onta del carico di sostenersi in sì perigliosa posizione, que’ di porta Romana erano usciti, ed ai Lodigiani che stavano loro di fronte avevano dato un duro ricordo delle passate sconfitte; e sarebbe stato assai più terribile se accorso con numerose lancie il re di Boemia, non fossero stati costretti gli assalitori a rientrare precipitosamente, perdendo non pochi dei loro. Uscita era la Vercellina respingendo il duca d’Austria, uscita contro gli Svevi ed i Pavesi la Ticinese, uscita la Tosa. Era giunto il momento che uscire doveva la porta Nuova.
Eccettuati gli uomini d’armi che rimanere dovevano costantemente alla guardia delle mura nel tratto affidato ad essi, tutti gli altri di quella porta in numero di trecento, eransi adunati nel camerone dell’armerìa presso la Brera[17], poichè era da quella Pusterla, ossia porta minore della città, che per riuscire più inaspettati ai nemici volevano uscire.
Preceduti dal milite avviato a loro, i due frati Umiliati entrarono in quella vasta sala, o piuttosto ampio androne le cui pareti erano interamente rivestite di appese armature. Vi ardevano rozze lampade pendenti dalla vôlta al lume delle quali que’ robusti nostri antenati vestivano gambieri, schinieri, panciere, corazze, bracciali, manopole di ferro, e si coprivano il capo con celatoni, cervelliere, cuffie ferrate, morioni grevi non meno di mortaj di bronzo; attaccavansi ai fianchi spade smisurate, e impugnavano mazze di ferro, ascie pesantissime, da mandarne spezzata d’un colpo un’incudine. Era là dentro rumore pari a quello di un’officina di ferramenta, poichè quando venivano a contatto que’ guerrieri, cangiatisi in altrettante statue di ferro, mandavano cupo suono metallico. Delle faccie di essi non eravene una sola che non annunziasse intrepidezza, ardire, gagliardía estrema: erano sguardi truci, tinte brune, lineamenti non usi mai a spianarsi per futili gioje. Etruschi, Galli, Romani, Goti, Longobardi si erano fusi in una sola razza, omai indistinguibile; non erano più che Milanesi, ma temprati nell’aspetto e nei modi all’indole incolta di quel secolo di ferro. Il loro linguaggio era di già dialetto milanese, come lo provano i nomi delle persone e delle cose in uso a quel tempo, ma certo non s’aveva quello schiacciato, quel prolungamento, quell’eco nelle vocali che ebbe nei secoli susseguenti, onde acquistando un non so che di troppo molle e lento, fu difetto che dalla pronunzia passò erroneamente ad essere applicato al carattere personale degli abitanti, per cui a torto dalle altre popolazioni d’Italia vennero talvolta qualificati d’inetti e di infingardi. A’ giorni nostri tal nota sfavorevole al dialetto va sensibilmente scemando; poichè rendesi sempre più spedito il comune favellare, e odesi trascinare assai di meno che per l’addietro non si facesse le vocali che formano desinenza alle parole; sulle labbra poi alle persone delle classi più civili moltissimi vocaboli vanno conformandosi meglio alla giusta dizione italiana.