Giù dalle rocche di Fara, di Briona, dalla torre di Grignasco calarono masnade di battaglieri che congiunte piombarono sulle terre del Conte a Robiallo. Mettevano a fiamme i casolari, devastavano i colti, trucidavano gli uomini, se non che a porre riparo a tanta ruina, s’affrettò colà con sue bande il conte Guido. Replicate feroci pugne si commisero su quel terreno, in una delle quali Boniprandi trafisse di propria mano Ardizzo Brusati il più terribile de’ capi Sanguigni. Ma sopravvenne da Novara con gran numero d’uomini Ubaldo Cavallazzi, che urtando nelle schiere del Conte le ruppe e tagliò a pezzi, e il Conte stesso fu visto, trapassato il petto da una freccia, cadere rovescio nella Sesia e seppellirsi ne’ flutti.
Era la stagione propizia. Imbaldanziti i Sanguigni dalla riportata vittoria accolsero plaudendo la proposta di Ubaldo di campeggiare in Val di Sesia al castello dell’estinto Boniprandi per abbattere dalle fondamenta anche le mura in cui si osò dare stanza all’odiato capo nemico.
Quella fiera turba d’armati fatta più grossa da nuovi drappelli di venturieri si mette per la valle: la devastazione segna i suoi passi, nè trova ostacolo alcuno al progredire poichè tutti gli abitatori fuggono dinanzi ad essa.
Sostanno i guerrieri al cadere del secondo giorno presso le rupi da cui sboccando il turgido Sermenza versa le sue acque nei meandri della Sesia. Placide trascorsero l’ore notturne, ma quando i primi raggi dell’aurora dorarono le cime dei monti, quale non fu la loro immensa sorpresa nello scorgere all’opposta sponda tutte le alte falde gremite di montanari armati di fionde e d’archi? — Ogni masso sporgente, ogni roccia molti ne sostiene, che in estesa linea disposti o variamente aggruppati palesano colle ardite attitudini quanto abbiano l’animo parato a vendicarsi delle sofferte crudeli offese.
Più però che l’apparizione inaspettata di quella agguerrita moltitudine infonde meraviglia e terrore nella coorte di Ubaldo la vista e l’aspetto di colui che la guida. Stassi egli ritto sullo scoglio più erto, avvolto in brune lane monacali, serrate al corpo da rozza cintura.
Ampio cappuccio gli ricade sulla fronte, interamente celandogli la faccia, se non che trasforato in due parti lascia libero vibrare lo sguardo. Impugna colla destra una spada che tien sollevata in atto imperante, minaccioso.
Ad un di lui cenno, mortale grandine di dardi e di sassi piomba sugli attoniti guerrieri. Scossi questi e furenti pei colpi che li flagellano, non badando a periglio, entrano nelle spumose acque del torrente e lo varcano, trovando però non pochi ne’ suoi gorghi la morte. Pervenuti al di là, svaginati gli acciari, s’arrampicano su pei greppi e le rupi onde raggiungere e punire gli audaci feritori. Ma ad un nuovo segno del loro misterioso condottiero, gli alpigiani, che di semplici panni coverti mai sostenere potevano la pugna da vicino con nimici tutti irti e lucenti di ferro, guadagnano le alture e spariscono.
I Sanguigni dopo tal fatto tennero tra essi consiglio; alcuni opinarono doversi far ritorno; ma i più, inanimiti dalle parole dell’intrepido Ubaldo, ripeterono il voto di dar compimento all’impresa e procedettero arditi, benchè più cauti, nell’interno della valle.
Non sempre lucente splendette l’estivo raggio. Si viddero a mezzo il dì passare di prospetto frettolose le nubi, ed accavallarsi poscia sulle erette e nude cime delle torreggianti montagne. Vaste volute salirono a coprire la faccia del sole: cominciò a fremere il vento e sorse indi a poco il soffio delle propinque ghiacciaje, che rimescolando quelle masse di nebbia, abbassavale talora sino al fondo della valle.
Camminano i guerrieri taciturni in ordinanza lungo i margini scoscesi della Sesia che rumoreggia più cupa. Ma avanzatisi di poco, freccie e pietre scendono a furia dall’alto e molti gravemente ne percuotono per gli elmi e le corazze. Vano è per essi alzare gli scudi e dar di piglio alle spade: invisibile è il nemico.